| Io, eccetera | |
|---|---|
| Titolo originale | I, etcetera |
| Autore | Susan Sontag |
| 1ª ed. originale | 1978 |
| Genere | raccolta di racconti |
| Lingua originale | inglese |
Io, eccetera (I, etcetera) è una raccolta di racconti della scrittrice statunitense Susan Sontag, pubblicata nel 1978 da Farrar, Straus and Giroux. Include otto racconti scritti in periodi diversi dell'attività dell'autrice.
La raccolta fu tradotta in italiano da Stefania Bertola e pubblicata da Einaudi nel 1980 con il titolo Io, eccetera; una nuova edizione uscì presso Mondadori nel 2001.
Il volume, uscito nel novembre 1978, riunisce racconti scritti in momenti diversi, alcuni dei quali risalenti agli anni sessanta. Sontag concepiva il volume come una serie di esperimenti intorno alla prima persona; il titolo alludeva inoltre a I, Etc., romanzo dello scrittore statunitense Alfred Chester.
Alcuni testi avevano avuto una precedente circolazione autonoma. The Dummy, racconto incentrato su un uomo che costruisce un proprio doppio affinché lo sostituisca nella vita quotidiana, era apparso su Harper's nel 1963, mentre American Spirits era stato pubblicato sulla Partisan Review nel 1965. Old Complaints Revisited rielaborava invece materiali provenienti da un progetto fantascientifico precedente a Death Kit, rimasto incompiuto e intitolato The Organization.
I racconti più tardi mostrano una componente autobiografica più spiccata. Maunsell collega Project for a Trip to China all'infanzia di Sontag e alla morte del padre in Cina, Debriefing alla sua amicizia con la scrittrice ungherese Susan Taubes e Unguided Tour alla sua esperienza del viaggio. Il sito ufficiale dell'autrice presenta la raccolta come un'esplorazione della vita urbana moderna e sottolinea la continuità fra i racconti e alcuni temi della sua saggistica, fra cui la natura della conoscenza, il rapporto con il passato e l'esperienza di un presente segnato dall'alienazione.
La raccolta comprende otto racconti:
I testi non costituiscono un ciclo narrativo unitario.
In Project for a Trip to China la preparazione di un viaggio in Cina diviene una ricognizione delle origini familiari della narratrice e, in particolare, della figura del padre morto nel paese quando Sontag era bambina. Il viaggio rimane tuttavia allo stato di progetto, intrecciandosi a ricordi, letture e citazioni.
Debriefing è incentrato sul ricordo di un'amica e sul suo progressivo isolamento fino al suicidio. The Dummy sviluppa invece il motivo del doppio attraverso un uomo che costruisce un proprio duplicato affinché lo sostituisca nella vita quotidiana.
La raccolta si chiude con Unguided Tour, costruito come un dialogo fra una viaggiatrice disillusa e un interlocutore e incentrato sul viaggio e sulla memoria. Il racconto costituì il punto di partenza per il film Unguided Tour, noto anche come Letter from Venice, scritto e diretto da Sontag e girato a Venezia nel 1983.
Nei racconti più sperimentali della raccolta Sontag ricorre frequentemente alla frammentazione, all'aforisma, all'elenco, alla citazione e a strutture narrative discontinue. Liam Kennedy ha individuato in questi procedimenti un tratto più generale della scrittura dell'autrice: le forme disgiuntive costituiscono una risposta ai limiti dell'interpretazione e permettono al discorso di rimanere aperto, plurale e resistente alla riduzione a un significato univoco. La frammentazione diventa così non soltanto una scelta formale, ma un modo per mettere in discussione i rapporti fra linguaggio, esperienza e costruzione della soggettività.
Questa caratteristica assume particolare rilievo in Project for a Trip to China. Secondo Kennedy, il racconto riprende da una diversa prospettiva questioni già affrontate da Sontag in Trip to Hanoi: la possibilità di conoscere un luogo e un'alterità attraverso un linguaggio che li ha già caricati di immagini, citazioni e significati culturali. La Cina alla quale la narratrice vorrebbe giungere è infatti già presente nella propria memoria familiare e nelle sue letture; il viaggio risulta quindi «sovradeterminato» prima ancora di essere intrapreso. In questa tensione fra ciò che è già stato detto e la possibilità di una nuova esperienza, l'io narrante appare nello stesso tempo formato dal linguaggio e capace di intervenire su di esso attraverso la scrittura.
Sara Meyer ha letto Project for a Trip to China e Unguided Tour come testi nei quali frammentazione, lacune e non linearità non svolgono soltanto una funzione teorica o metaletteraria, ma riproducono nell'esperienza del lettore gli stati emotivi di desiderio, perdita e alienazione. Nel primo racconto il progetto del viaggio verso la Cina coincide con una ricerca delle origini e, in particolare, del padre morto e assente. La destinazione, tuttavia, continua a sottrarsi: il viaggio non viene compiuto e la scrittura stessa ne prende il posto, rovesciando il rapporto tradizionale secondo cui l'esperienza precederebbe la sua rappresentazione.
In Unguided Tour il viaggio assume invece la forma di un insieme di ricordi, formule, citazioni e cliché. Meyer mette in relazione questa struttura con la riflessione sviluppata da Sontag in Sulla fotografia: proprio come il fotografo, il turista seleziona e accumula frammenti di realtà, mantenendo al tempo stesso una distanza da ciò che osserva. Anche l'esperienza apparentemente spontanea risulta quindi mediata da repertori culturali già disponibili, dalle guide turistiche alle immagini, fino alle formule con cui vengono espresse le emozioni. Il «viaggio senza guida» del titolo diviene così paradossale, poiché il soggetto porta con sé una serie di schemi e modelli interiorizzati dai quali non può facilmente liberarsi.
La dimensione autoriflessiva di questi testi è stata sottolineata anche da Robert J. Branham, che individua in Project for a Trip to China e Old Complaints Revisited una riflessione sulle condizioni stesse della narrazione e sul rapporto fra testo e contesto. In questa prospettiva il racconto non si limita a rappresentare un'esperienza, ma rende visibili i procedimenti mediante i quali essa viene organizzata, interpretata e trasformata in linguaggio e narrazione.
Alla pubblicazione, I, etcetera ricevette giudizi generalmente favorevoli per l'originalità e la sperimentazione formale, accompagnati tuttavia da alcune riserve sull'eterogeneità dei risultati. Recensendo il volume su The New Republic, Anne Tyler osservò che gli otto racconti mostravano un'immaginazione «vitale e inquieta» e una notevole disponibilità al rischio formale, pur giudicando alcuni testi meno riusciti di altri. Indicò in particolare Debriefing come uno dei casi in cui la struttura apparentemente dispersiva produceva, per accumulazione, un forte effetto emotivo.
Michael Wood, su The New York Review of Books, mise in rilievo il problema dell'identità che attraversa la raccolta e il contrasto fra affermazione e dissoluzione dell'io, collegandolo al tema della vita vissuta e di quella soltanto immaginata o rinviata. Considerò Debriefing il racconto emotivamente più intenso del volume e uno dei risultati maggiori della narrativa breve di Sontag.