| Concerto per pianoforte e orchestra n. 24 | |
|---|---|
| Compositore | Wolfgang Amadeus Mozart |
| Tonalità | Do minore |
| Tipo di composizione | Concerto |
| Numero d'opera | K 491, Catalogo Köchel |
| Epoca di composizione | Completato a Vienna il 24 marzo 1786 |
| Prima esecuzione | Forse al Theater am Kärntnertor di Vienna, 7 aprile 1786 |
| Pubblicazione | Johann Anton André, Offenbach sul Meno, 1800 |
| Autografo | Conservato presso il Royal College of Music di Londra |
| Durata media | Circa 30 minuti |
| Organico |
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| Movimenti | |
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Il concerto per pianoforte e orchestra n. 24 in Do minore K 491 fu completato da Wolfgang Amadeus Mozart a Vienna il 24 marzo 1786. Stabilitosi nella capitale asburgica come compositore e pianista indipendente, Mozart organizzava periodicamente concerti destinati ai propri abbonati, riscuotendo notevole successo.
Dopo essersi stabilito a Vienna nel 1781, Mozart intraprese l'attività di musicista indipendente, rinunciando a un impiego stabile presso una corte e, a metà degli anni '80, si trovava nel periodo di maggiore affermazione della propria carriera, sia come compositore che come pianista. Mozart sosteneva la propria attività attraverso diverse fonti di reddito, fra cui il mecenatismo, le commissioni operistiche, la pubblicazione delle proprie opere, l'insegnamento privato e l'organizzazione di concerti. Fra queste, le esecuzioni pubbliche dei suoi concerti per pianoforte rappresentavano la principale risorsa economica e uno dei mezzi più efficaci per consolidare la propria reputazione artistica.
Poiché durante la quaresima e l'avvento la programmazione operistica era ridotta, questi due periodi erano comunemente scelti dai compositori per presentare nuovi lavori strumentali. Mozart dunque organizzò, negli anni, una serie di accademie per sottoscrizione, cioè concerti su abbonamento destinati a raccogliere fondi a beneficio del compositore, esibendosi in numerose occasioni che contribuirono ad accrescere la sua notorietà presso il pubblico viennese e favorendo l'acquisizione di nuovi allievi e committenti. Complessivamente, Mozart tenne quattro concerti in abbonamento nel 1784 e dieci nel 1785. Inoltre, si esibì in salotti privati almeno diciotto volte nel 1784 e cinque volte nel 1785.
Il fatto di scrivere per sé come solista gli consentì di non dover adattare la parte pianistica alle caratteristiche tecniche di altri esecutori, come era invece avvenuto in diversi concerti risalenti agli anni del periodo salisburghese. Ne derivò una maggiore libertà compositiva, evidente sia nella scrittura pianistica, sia nell'organizzazione formale delle idee, che riflettono in modo diretto la concezione musicale del compositore.
La data di completamento del concerto per pianoforte e orchestra n. 24 è nota con esattezza perché Mozart, durante gli anni della sua maturità, tenne un catalogo completo delle proprie opere, nel quale inserì questa composizione il 24 marzo 1786. Il concerto fu completato, dunque, nelle settimane che precedettero la prima rappresentazione dell'opera Le nozze di Figaro, andata in scena il 1º maggio 1786. La vicinanza cronologica fra le due composizioni è stata oggetto di interesse da parte dei musicologi: a differenza dell'opera, caratterizzata prevalentemente da un linguaggio brillante e da tonalità maggiori, il concerto è scritto in Do minore, una tonalità abbastanza rara nella produzione mozartiana, e presenta un carattere più drammatico e introspettivo. Robert David Levin ha osservato che i concerti composti da Mozart in questo periodo, fra i quali il n. 24 occupa una posizione particolarmente significativa, possono essere considerati anche come un ambito nel quale il compositore sviluppò aspetti espressivi più drammatici, in apparente contrasto con il carattere comico dell'opera alla quale stava contemporaneamente lavorando.
Il luogo della prima esecuzione non è chiaro. La tradizione sostiene che il concerto sia stato eseguito per la prima volta il 7 aprile 1786 al Burgtheater di Vienna, durante un'accademia per sottoscrizione organizzata da Mozart, con il compositore stesso al fortepiano in qualità di solista e di direttore. Tuttavia, ricerche documentarie recenti hanno messo in dubbio questa tesi, in quanto il programma del concerto del 7 aprile 1786 non è stato conservato, non esiste alcun documento contemporaneo che attesti esplicitamente l'esecuzione di questo concerto in quella data e il Burgtheater rimase chiuso per le prime cinque settimane della quaresima 1786, riaprendo solo l'8 aprile per un concerto della Tonkünstler-Societät, un'associazione musicale di beneficienza, che fece rappresentare l'oratorio Giobbe di Karl Ditters von Dittersdorf. Studi recenti sostengono che il concerto del 7 aprile si sarebbe invece svolto al Theater am Kärntnertor, e non al Burgtheater, come per lungo tempo si è erroneamente tramandato. Il musicologo Dexter Edge afferma che l'attribuzione del Burgtheater derivi da un errore storiografico ottocentesco, poi ripetuto da molti autori successivi.
Da una lettera di Leopold Mozart a sua figlia Maria Anna del 12 marzo 1785 si ricava che, in occasione di questi concerti, Wolfgang suonava il proprio fortepiano personale, che veniva trasportato di volta in volta dalla sua abitazione al luogo dell'esecuzione. La stessa lettera attesta inoltre che lo strumento era provvisto di una pedaliera separata, collocata sotto il fortepiano e presumibilmente impiegata per rinforzare la linea del basso: «Da quando sono qui, il fortepiano di tuo fratello è stato trasportato almeno dodici volte da casa a teatro o in un'altra abitazione. Si è fatto costruire una grande pedaliera per il fortepiano, che sta sotto lo strumento; è più lunga di tre spanne rispetto alla cassa ed è straordinariamente pesante. Ogni venerdì viene portata alla Mehlgrube ed è stata trasportata anche dal conte Cziczi e dal principe Kaunitz».

Non sono pervenute descrizioni dell'accoglienza riservata al concerto alla sua prima esecuzione. La tonalità di Do minore e la complessità della scrittura orchestrale e solistica, tuttavia, lo distinguevano sensibilmente dal repertorio più leggero allora diffuso. Alfred Einstein sottolineò proprio questo contrasto, interpretando il concerto come espressione di una dimensione particolarmente intensa e drammatica della produzione mozartiana. Nel manoscritto autografo la parte solistica non è sempre annotata in forma completamente sviluppata. Numerosi passaggi virtuosistici, in particolare scale e arpeggi, sono infatti indicati in forma abbreviata o solo parzialmente elaborata. Tale caratteristica è stata messa in relazione con la prassi esecutiva dell'epoca e con la consuetudine di Mozart di improvvisare la parte pianistica durante l'esecuzione.
Il manoscritto autografo venne venduto, insieme a circa 270 altri autografi, dalla vedova Constanze Mozart nel 1799 all'editore e compositore Johann Anton André di Offenbach sul Meno, che ne rimase in possesso fino alla morte, avvenuta nel 1842. Successivamente il manoscritto passò al genero di André, Johann Baptist Streicher, membro della famiglia di costruttori viennesi di pianoforti Streicher. Nel 1856 il concerto venne acquistato dal compositore, direttore d'orchestra e pianista Otto Goldschmidt. Quando Goldschmidt si trasferì in Inghilterra, nel 1858, portò con sé anche l'autografo. Nel 1894 il collezionista George Donaldson lo acquistò e lo donò al Royal College of Music di Londra, dove è tuttora conservato. La prima edizione a stampa fu pubblicata nel 1800 da Johann Anton André a Offenbach sul Meno.
La partitura è scritta per un'orchestra composta da:

Il concerto è formato da tre movimenti:
L'esecuzione integrale dura circa 30 minuti. Seguendo una prassi ampiamente diffusa nel XVIII secolo, il compositore era solito improvvisare parte della scrittura pianistica durante l'esecuzione. In questo concerto, infatti, Mozart non scrisse le due cadenze solistiche previste nel primo e nel terzo movimento, lasciando quindi all'interprete il compito di improvvisarle con arpeggi, scale e altri elementi di carattere virtuosistico. Inoltre, nel manoscritto autografo la parte pianistica è, in molti punti, volutamente incompleta, segno che l'autore, in concerto, improvvisasse molti dettagli della parte solistica, e non solo le cadenze. Proprio per l'assenza delle cadenze originali, nel corso degli anni numerosi compositori e pianisti hanno scritto le proprie, fra i quali: Johannes Brahms, Johann Nepomuk Hummel, Camille Saint-Saëns, Ferruccio Busoni, Gabriel Fauré e Al'fred Garrievič Šnitke.
Il manoscritto autografo è considerato uno dei più affascinanti di tutta la produzione mozartiana perché, a differenza della maggior parte degli autografi di Mozart, che si presentano come copie relativamente pulite, quello del concerto per pianoforte e orchestra n. 24 è straordinariamente ricco di ripensamenti, correzioni e persino disegni. Per questo motivo il musicologo Robert David Levin lo ha definito uno dei manoscritti più "disordinati" dell'intero catalogo mozartiano. Normalmente il compositore elaborava gli schizzi preparatori su fogli separati e, dopo, copiava la versione definitiva nella partitura. Nel caso di questo concerto, invece, gli schizzi preliminari sono confluiti direttamente nel manoscritto definitivo. Questo ha perciò prodotto cancellature con fitte sovrascritture, intere battute completamente riscritte, passaggi del pianoforte tracciati inizialmente come semplici schemi melodici e completati solo in un secondo momento e utilizzo di inchiostri diversi, che permettono agli studiosi di distinguere le varie fasi della composizione.

Levin osserva che, almeno in un caso (la seconda variazione del terzo movimento), le revisioni sono talmente estese da rendere impossibile individuare in maniera inequivocabile una versione definitiva. Per questo motivo il manoscritto rappresenta una fonte preziosa per comprendere come Mozart componesse, sfatando il mito di una scrittura sempre immediata e priva di esitazioni. Inoltre, il manoscritto presenta quattro caricature di un volto maschile, tracciate da Mozart verso la fine del primo movimento. Questi schizzi raffigurano la testa di un uomo vista da diverse angolazioni, sono eseguiti rapidamente, con pochi tratti di penna, e non sembrano avere alcun collegamento con la musica. La loro identità è sconosciuta: potrebbe trattarsi di una caricatura di fantasia, di qualcuno presente durante la scrittura o semplicemente di un passatempo mentre Mozart rifletteva sul lavoro. Non esistono testimonianze coeve che permettano di trarre ulteriori informazioni.
Nel pentagramma in chiave di basso del pianoforte Mozart inserì la dicitura ColB., cioè Col Basso, che designa la prassi, diffusa fino alla fine del Settecento, secondo cui il solista, durante i passaggi dell'intera orchestra, raddoppiava con la mano sinistra la linea del basso eseguita da violoncelli e contrabbassi. Tale indicazione riflette il tradizionale ruolo del pianista maestro al cembalo che, oltre a eseguire la propria parte solistica, partecipava al tutti orchestrale mediante la realizzazione del basso continuo. Con l'affermarsi della distinzione moderna tra le figure del direttore d'orchestra e del solista, all'inizio del XIX secolo, l'uso di raddoppiare con la mano sinistra la linea del basso cadde progressivamente in disuso e, nelle esecuzioni contemporanee, viene omessa. Inoltre, il suono del fortepiano si fondeva agevolmente con quello dell'orchestra, ma seguire questa prassi su pianoforti a coda moderni risulta inappropriato a causa della loro sonorità molto diversa rispetto agli strumenti del periodo di Mozart.

L'opera presenta uno degli organici orchestrali più ampi impiegati da Mozart per questo tipo di composizione. Oltre al fortepiano solista, la partitura prevede un'orchestra composta da archi, flauto, due oboi, due clarinetti, due fagotti, due corni, due trombe e timpani. Si tratta inoltre dell'unico concerto pianistico mozartiano nel quale compaiono contemporaneamente oboi e clarinetti, una scelta che contribuisce in modo determinante alla ricchezza timbrica dell'opera. La scrittura orchestrale attribuisce ai fiati un ruolo di particolare rilievo. Anziché limitarsi a sostenere la parte degli archi o del solista, sono infatti trattati come voci autonome, spesso incaricate di esporre e sviluppare il materiale tematico. In numerosi passaggi i fiati dialogano direttamente con il solista, oppure assumono un ruolo predominante nell'elaborazione musicale, tanto da relegare temporaneamente gli archi in secondo piano, come evidenziato dal musicologo Robert David Levin.
L'attenzione riservata da Mozart ai fiati riflette l'alta considerazione che il compositore nutriva per gli strumentisti attivi a Vienna, le cui qualità tecniche ed espressive gli consentirono di sviluppare una scrittura particolarmente raffinata. L'inclusione dei clarinetti, strumento ancora recente nell'orchestra del tempo, arricchisce ulteriormente la tavolozza sonora del concerto con un timbro caldo e morbido. È inoltre probabile che Mozart abbia modellato alcune parti orchestrali sulle caratteristiche dei musicisti per i quali l'opera era destinata. Grazie all'ampiezza dell'organico e all'originalità del trattamento riservato all'orchestra, il concerto assume una dimensione sinfonica inusuale per il genere e costituisce uno degli esempi più avanzati della produzione concertistica mozartiana, anticipando alcuni sviluppi del concerto romantico per pianoforte.
Fin dalla sua composizione, il concerto per pianoforte e orchestra n. 24 venne considerato una delle composizioni più elevate fra i lavori concertistici di Mozart. In un'epoca in cui le opere in tonalità minore erano relativamente poco frequenti, il carattere drammatico e la complessità espressiva di questo concerto ne favorirono la rapida affermazione, sebbene non siano pervenute testimonianze dirette dell'accoglienza riservatagli dal pubblico viennese alla prima esecuzione del 1786. Fra i primi ammiratori figura Ludwig van Beethoven, che nutriva una particolare stima per l'opera. Secondo una testimonianza tradizionale, dopo averne ascoltato un'esecuzione avrebbe esclamato che nessuno sarebbe mai stato capace di scrivere qualcosa di simile. L'influenza di questo concerto è generalmente riconosciuta nel concerto per pianoforte e orchestra n. 3 di Beethoven, con il quale condivide la tonalità di Do minore, l'intensità drammatica e una concezione orchestrale di ampio respiro.

Anche Johannes Brahms attribuì al concerto un'importanza rilevante. Oltre a promuoverne l'esecuzione da parte di Clara Schumann, compose infatti una propria cadenza per il primo movimento e lo definì un autentico capolavoro, ricco di invenzione e ispirazione. L'ammirazione di Brahms contribuì ulteriormente a consolidare la reputazione dell'opera nel repertorio pianistico. Nel corso del XX secolo il concerto continuò a essere oggetto di giudizi elogiativi da parte della critica. Arthur Hutchings lo considerò il vertice dei concerti per pianoforte di Mozart, sottolineandone la perfetta coesione formale e l'unità espressiva. Alexander Hyatt King lo definì non soltanto il più elevato fra i concerti mozartiani, ma anche uno dei maggiori concerti per pianoforte dell'intera storia della musica.
All'inizio del XX secolo musicologi come Cuthbert Girdlestone e Alfred Einstein sottolinearono il carattere eccezionalmente drammatico dell'opera, osservando come una concezione musicale del genere potesse apparire insolita ai tempi di Mozart. Le loro valutazioni contribuirono a consolidare l'immagine del concerto come una delle espressioni più mature e innovative del linguaggio del compositore. L'opera continua a occupare un posto di rilievo nella programmazione concertistica internazionale e nella discografia. La critica ne mette frequentemente in evidenza la raffinatezza della costruzione formale, la ricchezza della scrittura orchestrale e la profondità del contenuto espressivo. Dal punto di vista interpretativo, il concerto è considerato una prova particolarmente impegnativa, poiché richiede al pianista non soltanto elevate qualità tecniche, ma anche la capacità di inserirsi in un dialogo costante con l'orchestra, secondo una concezione musicale di respiro quasi sinfonico. Per la sua originalità compositiva, l'equilibrio fra invenzione formale ed espressività e la duratura influenza esercitata sulla storia del concerto per pianoforte, il concerto per pianoforte e orchestra n. 24 è generalmente annoverato fra i massimi risultati della produzione viennese di Mozart e fra i vertici del repertorio concertistico della tradizione classica.
Il primo movimento, Allegro, è composto in Do minore, è in tempo 3/4 ed è il più ampio fra quelli composti da Mozart per un concerto per pianoforte fino a quel momento. La sua struttura segue il modello della forma-sonata con doppia esposizione: una prima esposizione orchestrale presenta il materiale tematico principale, alla quale segue l'ingresso del pianoforte, che rielabora e amplia il discorso musicale con idee proprie. L'apertura orchestrale è caratterizzata da un'atmosfera di forte tensione drammatica. Il tema iniziale, dal profilo fortemente cromatico, impiega l'intera gamma delle dodici note della scala cromatica, una soluzione rara nella produzione mozartiana e associata ai momenti di maggiore intensità espressiva. Quando entra il solista, invece di riprendere immediatamente il tema principale già esposto dall'orchestra, introduce un nuovo motivo, contribuendo ad ampliare il patrimonio tematico del movimento. Nel corso dell'esposizione Mozart arricchisce ulteriormente il tessuto musicale affidando nuovo materiale non solo al pianoforte ma anche ai fiati, discostandosi dalla prassi più consueta del concerto classico.
Il dialogo fra il solista e l'orchestra assume così un carattere dinamico e teatrale, con frequenti contrasti e continui scambi di iniziativa, richiamando per intensità drammatica il linguaggio dell'opera. Lo sviluppo presenta un'elaborazione tematica articolata e un intenso percorso modulante, che accresce il senso di tensione e di confronto fra le diverse componenti dell'organico. Nella ripresa Mozart riorganizza il materiale dell'esposizione con notevole libertà, modificandone l'ordine e condensando alcuni episodi per rafforzare la coesione formale dell'insieme. Diversamente da quanto avviene in altri concerti, Mozart non lasciò una cadenza autografa per questo movimento. Nel corso degli anni numerosi pianisti e compositori ne hanno pertanto realizzato di proprie. Nella coda il pianoforte rinuncia al ruolo di protagonista per integrarsi nel tessuto orchestrale, contribuendo alla costruzione del poderoso episodio conclusivo, che riafferma la tonalità di Do minore e il carattere severo dell'intera composizione. Di seguito, l'incipit del movimento:
Il secondo movimento, Larghetto, è composto in Mi bemolle maggiore, sottodominante della tonalità principale di Do maggiore, è in tempo 2/2 e costituisce un momento di distensione rispetto alla tensione drammatica del movimento iniziale. L'atmosfera è serena e contemplativa, dominata da un tema di grande semplicità melodica, il cui carattere lirico contrasta con la complessità espressiva dell'Allegro precedente. La forma del movimento è riconducibile a un modello A-B-A modificato, nel quale il tema principale ritorna dopo una sezione centrale di carattere contrastante. La scrittura pianistica si distingue per eleganza e per misura, con linee melodiche ornate con discrezione che si intrecciano all'accompagnamento degli archi con sordina.
I fiati, ai quali Mozart riserva ancora una volta un ruolo di primo piano, arricchiscono la trama sonora con interventi autonomi e con frequenti dialoghi con il pianoforte, creando episodi di grande carattere cameristico. L'apparente serenità del movimento è interrotta da brevi incursioni nel modo minore, che introducono momentanee ombre espressive prima del ritorno del tema principale. Questi episodi conferiscono profondità emotiva al discorso musicale, senza però alterarne l'equilibrio complessivo. Per la purezza dell'invenzione melodica, la raffinatezza della strumentazione e il ruolo espressivo attribuito ai fiati, il Larghetto è generalmente considerato uno dei movimenti lenti più riusciti della produzione concertistica di Mozart. Il suo carattere cantabile, spesso accostato a quello di un notturno, anticipa inoltre alcuni tratti della successiva scrittura mozartiana destinata al clarinetto, distinguendosi per il calore timbrico e per l'intensità lirica. Di seguito, l'incipit del movimento:
Il terzo e ultimo movimento, Allegretto, ritorna alla tonalità iniziale di Do minore, è in tempo 4/4 e si distingue dalla consueta conclusione in forma di rondò adottando una struttura costituita da un tema seguito da otto variazioni. Il tema iniziale, affidato all'orchestra, è in Do minore e presenta un profilo melodico sobrio e incisivo, di carattere severo, che costituisce la base dell'intero movimento. Con la prima variazione il pianoforte rielabora il tema, mentre le successive variazioni ne sviluppano progressivamente le potenzialità espressive e contrappuntistiche. Pur conservando sempre riconoscibile il materiale originario, ciascuna variazione introduce nuove figurazioni ritmiche, timbriche e armoniche. Nel corso della successione delle variazioni Mozart alterna episodi in Do minore a momentanee aperture verso tonalità maggiori, in particolare La bemolle maggiore e Do maggiore, che attenuano temporaneamente la tensione drammatica prima del ritorno al clima iniziale. Anche in questo movimento i fiati svolgono un ruolo di primo piano, contribuendo con interventi solistici a mettere in risalto i contrasti espressivi e il continuo dialogo con il pianoforte.
Con il procedere del movimento la scrittura si fa progressivamente più elaborata. Alcune variazioni evidenziano il virtuosismo del solista attraverso passaggi di notevole complessità tecnica, mentre altre sviluppano una trama contrappuntistica particolarmente densa, comprendente episodi di scrittura imitativa che testimoniano l'interesse di Mozart per le tecniche compositive di tradizione contrappuntistica. L'ultima variazione prende avvio con il solo strumento solista, al quale si unisce gradualmente l'orchestra. In questa fase conclusiva Mozart modifica inoltre il metro portandolo da 2/4 a 6/8, scelta che conferisce alla musica un andamento più disteso e fluido, evocando il carattere di una siciliana pur mantenendo la struttura in forma di variazioni. Il concerto si conclude senza un finale brillante o trionfale, riaffermando invece la tonalità di Do minore con una chiusa misurata. Tale scelta rafforza il carattere meditativo dell'intera composizione, contribuendo a distinguerla nel panorama dei concerti per pianoforte di Mozart. Di seguito, l'incipit del movimento:
| Controllo di autorità | VIAF (EN) 176605406 · LCCN (EN) n81055110 · GND (DE) 300109016 · BNF (FR) cb148241640 (data) · J9U (EN, HE) 987007437949805171 |
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