La Legatio ad Gaium, o De virtutibus è un libro scritto in greco dal filosofo ebreo Filone di Alessandria in cui sostenne la causa degli ebrei contro il loro persecutore, l'imperatore romano Caligola, che aveva ordinato che una statua di se stesso fosse consacrata in nome di Giove nel tempio santissimo di Gerusalemme. Quest'opera non poté essere pubblicata prima della morte di Caligola, ed è quindi considerata uno degli ultimi scritti di Filone. Era destinata all'imperatore Claudio, per convincerlo a considerare e proteggere gli ebrei come gli alleati più leali dei Romani.
Nell'anno 39, gli ebrei di Alessandria, per merito della sua età e rispettabilità (era, oltretutto, fratello di Alabarco), designarono il filosofo teologo Filone, insieme ad altri quattro ambasciatori, nella delegazione da inviare a Gaio per lamentarsi dei crimini degli abitanti non ebrei della città che, conoscendo l'ira dell'imperatore verso gli ebrei, espellevano costoro dalle proprie case, rubando i loro beni, a volte uccidendoli impunemente e, ancor peggio, introducendo con la forza statue di Augusto nelle sinagoghe. Caligola, infatti, desiderava essere venerato come un dio dai propri sudditi ed era oltraggiato solo dagli ebrei che si rifiutavano. Ma gli alessandrini abusarono dell'occasione indulgendo al loro odio inveterato in modo eccessivamente selvaggio sotto le mentite spoglie della pietà. Allo stesso tempo, gli ambasciatori si erano impegnati a confermare i diritti civili degli ebrei alessandrini mediante rescritti imperiali. Furono inizialmente accolti con benevolenza da Gaio, ma in seguito derisi e maltrattati nel momento in cui essi appresero che Gaio aveva scritto una lettera all'ambasciatore siriano ordinando che una sua statua nel Colosseo fosse consacrata nel tempio di Gerusalemme. Allora si resero conto di aver intrapreso l'impresa invano. Nel suo libro, Filone parlò in tono abbastanza retorico, prima della gioia del mondo per l'ascesa al potere di Gaio, poi dei suoi vizi e dei suoi crimini più gravi, e infine della sua ambasciata e dei disperati sforzi di re Erode Agrippa e dell'ambasciatore siriano Petronio per cambiare o almeno ritardare i piani dell'imperatore nei confronti degli ebrei. Così, alla fine, parve che la divina provvidenza avesse salvato gli ebrei da un grave pericolo attraverso la morte di Gaio.
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