Léon Gustave Dehon, conosciuto in Italiano semplicemente come Leone Dehon, (La Capelle, 14 marzo 1843 – Bruxelles, 12 agosto 1925) è stato un presbitero francese, fondatore dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, meglio conosciuti con il nome di dehoniani.
Membro di una famiglia agiata, sentì fin da giovane la chiamata al sacerdozio, nonostante il padre, cattolico non praticante, desiderasse per lui una carriera da avvocato. Adempiute le volontà paterne, Dehon iniziò gli studi teologici, venendo consacrato sacerdote a Roma. Stenografo al Concilio Vaticano I, fu poi nominato vicario parrocchiale a San Quintino, dove si diede a un'intensa opera pastorale e cominciò a maturare una profonda devozione nei confronti del Sacro Cuore di Gesù, che nel 1878 lo portò a fondare gli Oblati del Sacro Cuore di Gesù e, dopo un'esperienza fallimentare, i Sacerdoti del Sacro Cuore nel 1888. Divenuto portavoce delle istanze del socialismo cristiano di Leone XIII, Dehon divenne famoso anche al di fuori dei confini della Francia, estendendo la sua congregazione nei principali Paesi europei e poi nel resto del mondo. Il suo processo di beatificazione, avviato nel 1961, fu interrotto per via della morte di Giovanni Paolo II e fu poi rinviato sine die durante il pontificato del suo successore Benedetto XVI, a causa di alcune frasi presenti nei suoi scritti contenenti accuse contro gli ebrei.
Léon Gustave Dehon nacque il 14 marzo 1843 a La Capelle da Alexandre-Jules Dehon (1814-1882), membro di una famiglia di possidenti terrieri, e da Stéphanie Vandelet. Il bambino fu battezzato il 24 marzo da don Prospero Hécart. I Dehon, proveniente dall'Hainaut, aveva la denominazione de Hon fino al XVIII secolo, quando cambiarono il prefisso nobiliare de aggiungendolo alla località di cui erano feudatari, per evitare rappresaglie durante i torbidi della Rivoluzione francese. L'ambiente famigliare in cui crebbe Léon non favoriva la pratica cristiana: il padre, difatti, si professava tale soltanto di nome, dato che non partecipava ai sacramenti. L'unico spiraglio di una vita cristiana vissuta genuinamente gli venne dalla madre Stéphanie, cresciuta nella devozione al Sacro Cuore di Gesù, che trasmise al figlio.

Dopo un'educazione sommaria ricevuta a La Capelle, caratterizzata da un atteggiamento turbolento e indisciplinato di Léon, i genitori decisero di inviarlo insieme al fratello Henri al collegio di Hazebrouck, località al confine con le Fiandre, dove entrarono il 1º ottobre 1855. Dehon aveva appena 12 anni, ma dimostrò un ingegno precoce e un vero e proprio talento naturale per lo studio, tanto da ottenere il baccalaureato in lettere il 16 agosto 1859, all'età di soli 16 anni. Il collegio di Hazebrouck non fu soltanto un luogo in cui Léon forgiò il suo sapere culturale, ma anche quello che gli fece coltivare l'idea di farsi sacerdote. Sotto la guida del direttore Jacques Dehaene e grazie alla severa spiritualità che regnava nel collegio, Dehon si convinse sempre di più a intraprendere la strada del sacerdozio, consapevolezza maturata appieno nel Natale del 1856.

Il padre, saputo della decisione del figlio di farsi sacerdote, si rifiutò fermamente di assecondare questo suo desiderio: «Mio padre... respinse ben lontano il mio progetto», scrisse il giovane. Il padre desiderava, infatti, avviarlo agli studi scientifici del Politecnico di Parigi, perché vi ricevesse una formazione scientifica positivistica, tipica della mentalità dell'epoca, decisione cui Léon si sottomise. Superati gli esami di maturità scientifica presso l'Istituto Barbet nel 1860, continuò a seguire i corsi di diritto alla Sorbona, ateneo presso cui si era già iscritto mentre frequentava il Barbet. L'intelligenza e la predisposizione del giovane lo aiutarono ad ottenere un dottorato in diritto nel giro di soli quattro anni, il 2 aprile 1864:
Questi titoli accademici, però, erano vissuti da Dehon soltanto come un'anticipazione alla sua missione sacerdotale e spirituale, come un dovere nei confronti del padre. Nel tempo libero si ritagliò spazi rivolti alla spiritualità, frequentando la parrocchia di San Sulpizio, che, oltre che un luogo di ritiro e di preghiera, fu anche un centro culturale dove si tenevano incontri e conferenze sull'attualità politica e religiosa che tanto contraddistinsero il panorama della Chiesa di Francia nel XIX secolo, una Chiesa di cui il giovane Dehon notò le profonde carenze nell'ambito intellettuale e nella formazione dei sacerdoti. Nel contempo si iscrisse alle conferenze di San Vincenzo, contribuendo a dare una mano ai poveri della città.
La frenetica dinamicità di Dehon non si sfogava solo all'interno dei circoli di ispirazione cattolica. Insieme all'amico Léon Palustre, il giovane studente di diritto cominciò, tra il 1861 e il 1863, a visitare i principali Paesi europei: prima la Gran Bretagna (dice aveva già passato tre mesi nel 1861), poi l'Europa centrale e infine la Scandinavia, inoltrandosi fino in Norvegia. Dopo che il figlio si laureò in diritto civile a Parigi, il padre Alexandre notò che la sua intenzione di diventare sacerdote persisteva. Pertanto, attraverso la mediazione di Palustre, che era presente ai colloqui tra Léon e il padre a La Capelle, decise di inviare il figlio a fare un lungo viaggio in Medio Oriente (importante fu la tappa in Palestina, a Gerusalemme), perché ne venisse distratto. Dopo 10 mesi di questo grand tour, Léon prese una decisione radicale: essendo ancora fermamente convinto della sua chiamata sacerdotale, anziché ritornare in Francia dalla famiglia, si fermò a Roma, sfidando la volontà paterna.

Giunto nella Città Eterna il 14 giugno 1865, Léon riuscì ad avere un colloquio con papa Pio IX, il quale appoggiò la sua volontà di farsi sacerdote e lo invitò a studiare a Roma, e non a San Sulpizio. Fino al 1868, anno in cui sarebbe stato ordinato sacerdote, Léon soggiornò presso il seminario francese di Santa Chiara, affidato ai sacerdoti della Congregazione dello Spirito Santo, studiando durante il giorno al Collegio Romano, ovvero l'attuale Pontificia Università Gregoriana. Gli studi e l'assimilazione della spiritualità di quest'ordine religioso contribuirono a rafforzare nell'animo del giovane seminarista quanto aveva assorbito nell'infanzia dalla madre: l'unione con Cristo. Seguendo la scuola religiosa francese del XVII secolo, Dehon «sarà dominato da questa esigenza di interiorità [...] In questa prospettiva, in quanto sacerdote, Léon Dehon cercherà di essere in tutta la sua vita... "un altro Cristo"». Il 19 dicembre 1868 fu ordinato sacerdote nella Basilica di San Giovanni in Laterano. Fu un giorno di gioia sia per aver conseguito ciò che da tanto tempo aveva desiderato, sia per vedere suo padre, cattolico non praticante, partecipare alla sua prima messa.
Il sacerdote novello fu scelto per essere uno dei ventiquattro stenografi che avrebbero registrato le sedute del Concilio voluto da papa Pio IX per la proclamazione dell'infallibilità papale, aperto l'8 dicembre 1869. Una parte dei padri, in particolar modo italiani, si schierò a favore della proclamazione del dogma; un'altra, costituita da tedeschi e francesi, era decisamente contraria o, quantomeno, non riteneva opportuno proclamare dogmaticamente l'infallibilità pontificia per questioni teologiche o per eventuali rotture diplomatiche con i vari Stati. Dopo la vittoria della frangia favorevole alla proclamazione del dogma dell'infallibilità, dovuta anche all'ingerenza del pontefice nell'assise conciliare, il Concilio fu sospeso sine die a causa della breccia di Porta Pia e all'annessione di Roma al Regno d'Italia.
Per quanto breve, l'esperienza fu assai significativa per Dehon in quanto poté entrare in contatto, seppur solo come "tecnico", con le varie voci della Chiesa cattolica dell'epoca e constatare la sua lontananza di vedute rispetto alla maggior parte del clero francese, capeggiata dal vescovo di Orléans Félix Dupanloup, riguardo alla questione dell'infallibilità. Sempre in questo periodo, ampiamente descritto da Dehon nelle numerose riflessioni sul suo diario (annotazioni confluite poi nel Diario del Concilio Vaticano), il giovane sacerdote francese ebbe modo di conoscere la personalità dell'allora cardinale Gioacchino Pecci, futuro Leone XIII. Dopo la chiusura del Concilio rientrò momentaneamente in patria, dove visse il trauma della guerra franco-prussiana del 1870, vista come una punizione divina nei confronti della Francia per aver lasciato senza protezione militare il pontefice nella questione risorgimentale. Il 18 marzo 1871 Dehon fece ritorno nell'ormai capitale italiana, dove conseguì a giugno il dottorato in teologia e a luglio quello in diritto canonico presso il Collegio Romano, obiettivi che intese raggiungere per perfezionare quel carisma di apostolato intellettuale che ormai si era prefissato.

Tornato in patria nel 1871, Léon venne nominato cappellano della basilica di Saint-Quentin, un grosso centro industriale della Piccardia che all'epoca contava 35 000 abitanti e che tuttora fa parte della diocesi di Soissons. Questo ministero prettamente pastorale non rientrava nelle intenzioni di Dehon il quale desiderava piuttosto un'attività intellettuale:
Nonostante differisse dalle aspirazioni iniziali di Dehon, egli si immerse profondamente nel tessuto sociale della città di Saint-Quentin, della quale scoprì la profonda povertà spirituale dovuta non solo agli strascichi ideologici della Rivoluzione, ma anche alla diffusa idea che la pratica religiosa fosse soprattutto un'occupazione da donne. Inoltre, come sottolinea lo stesso Dehon, la pastorale finora adottata non riusciva a penetrare negli animi delle persone, il che ne comportava una totale rivisitazione in termini più pragmatici. Come scrisse Giuseppe Manzoni: «progressivamente Leone Dehon sostituisce, al ministero strettamente sacramentario, una pastorale integrale ove l'elemento umano, sociale, spirituale si completino a vicenda».
Sulla base di questa volontà riformatrice, oltre al pesante carico di lavoro che lo attendeva come settimo vicario, Dehon impostò la sua azione pastorale a Saint-Quentin cercando di animare intorno a sé l'opera di San Vincenzo e le forze vive della città per una maggiore attenzione verso gli strati più indigenti. A questo scopo decise di sfruttare la stampa e fondò Le Conservateur de l'Aisne, giornale cattolico deputato a tenere viva l'informazione riguardo alla situazione sociale cittadina. In quanto sacerdote, gli fu affidata l'educazione religiosa dei ragazzi. Su questo punto Dehon intendeva andare oltre alla semplice catechetica, proponendosi come obiettivo quello di «fare uomini e cristiani formati, istruiti». Questa volontà comportò la fondazione del patronato "San Giuseppe", che dall'estate del 1872 trovò spazio concreto in un giardino in rue des Bouloirs, dove i giovani potevano discutere di temi legati alla vita cristiana.
Nonostante l'attività frenetica, Léon Dehon continuava a maturare in cuor suo l'aspirazione a una vita religiosa maggiormente contemplativa. Il riaccendersi di questo interesse fu facilitato dall'incontro che il sacerdote ebbe con alcune religiose dell'Ordine delle Ancelle del Sacro Cuore. Per sfuggire ai tedeschi, esse abbandonarono Strasburgo per rifugiarsi in territorio francese, stabilendosi a Saint-Quentin, dove dal 1873 ebbero come direttore spirituale proprio padre Dehon. La comunità religiosa, guidata dall'energica madre Maria Ulrich, si rifaceva alla devozione del Sacro Cuore di Gesù, concentrandosi maggiormente sull'aspetto della riparazione dei mali del mondo attraverso la preghiera e il sacrificio sacerdotale. Il legame tra Dehon, animato interiormente da una visione più intimista della figura sacerdotale, e queste religiose divenne estremamente forte.

Fu questo aspetto, ovvero l'attenzione al sacerdozio, che permise a Dehon di entrare in comunione speciale con le religiose: «A San Quintino le Ancelle del Sacro Cuore avevano le mie stesse aspirazioni per un'opera sacerdotale». L'attrattiva per la vita religiosa e il ruolo determinante che madre Maria Ulrich ebbe nella decisione di Dehon di orientarsi verso il culto del Sacro Cuore si incrociavano con il desiderio del vescovo di Soissons mons. Odon Thibaudier di avere un collegio sacerdotale che servisse da "strumento" diocesano per la coordinazione della vita della diocesi. Fu così che padre Dehon, dopo un pellegrinaggio a Loreto a febbraio 1877, decise di esporre a Thibaudier il suo desiderio di vita religiosa, ricevendone il consenso verbale il 25 giugno. Tre giorni dopo Dehon emise i suoi voti di religioso - cui aggiunse quello di vittima - e si fece chiamare padre Giovanni del Sacro Cuore. Ricevuto il consenso formale del vescovo, il 14 luglio prese in affitto una casa, la futura culla di quello che sarebbe stato il Collegio San Giovanni.
La vita del Collegio san Giovanni parve iniziare nel migliore dei modi. Dopo essere stato dispensato dagli impegni di vicario e canonico della basilica di Saint-Quentin il 15 agosto 1877, Léon Dehon dovette organizzare la vita quotidiana e affrontare anche l'entrata di nuovi seminaristi, professori e sacerdoti, desiderosi di seguire la spiritualità da lui propugnata. Pochissimi anni dopo l'inizio della vita religiosa, però, cominciarono le prime difficoltà che avrebbero portato alla chiusura del San Giovanni per ordine del Sant'Uffizio nel 1883. Una delle ancelle del Sacro Cuore, suor Ignazia, iniziò a riferire di aver ricevuto da angeli delle visioni di Cristo, esasperando il vescovo Thibaudier e mettendo in serie difficoltà padre Dehon presso di lui. A peggiorare la situazione fu l'esaltazione e la nevropatia di un nuovo membro degli oblati, padre Taddeo Captier, il quale pensava di usare l'ordine fondato da Dehon per crearne uno proprio stilando costituzioni e preghiere particolari. Si aprì un'inchiesta, portata all'attenzione del Sant'Uffizio nel 1882. Thibaudier chiese a Dehon di redigere una memoria sugli Oblati del Sacro Cuore, che il vescovo avrebbe portato all'attenzione del pontefice in un suo viaggio a Roma. I casi di suor Ignazia e di padre Captier, però, si ripercossero sul giudizio della Curia: l'8 dicembre del 1883, tramite Thibaudier, Dehon venne a sapere dello scioglimento dell'ordine da lui fondato e l'imposizione del troncamento delle relazioni tra lui e le ancelle del Sacro Cuore: consummatum est, scrisse un dolente padre Dehon riguardo a questo suo primo fallimento.
Quattro mesi dopo la soppressione, nella primavera del 1884, Roma ripensò inaspettatamente alla sua decisione e Dehon poté pensare a riprendere in mano il progetto della congregazione. Il mutato giudizio di Roma e di Thibaudier si deve anche dalla sottomissione e dall'ubbidienza che padre Dehon mostrò nei confronti del vescovo:

Tale atteggiamento ponderato valse a Dehon il breve di lode del 25 febbraio 1888 concessogli da papa Leone XIII in segno di stima e di fiducia per i "sacerdoti del Sacro Cuore". In questi anni, infatti, padre Dehon ritornò a considerare prioritario non tanto l'aspetto vittimista e sacrificale del sacerdote, quanto la sua formazione e il ruolo concreto che egli può offrire alla Chiesa attraverso un connubio tra una forte vita interiore e l'azione sociale. La spiritualità del Sacro Cuore, incentrata sulla funzione riparatrice del Cuore di Cristo, si può riassumere con queste parole:

L'atteggiamento di amore incondizionato del padre, espresso nell'oblazione e la riparazione col sacrificio di Cristo reso attraverso l'immagine del Cuore incoronato ed avvolto tra le fiamme, va esplicato con un'opera missionaria nel sociale.
Pertanto, l'attenzione verso le fasce più deboli della popolazione, la critica serrata verso i malesseri sociali e l'attenzione all'educazione e alla promozione culturale specialmente verso i giovani sono tutte attività caritative che partono dall'emblema del Cuore di Gesù Cristo, supremo esempio dell'amore che Dio ha voluto donare al mondo per la redenzione dei peccati. Un esempio di questa coniugazione tra aspetto "teologico-spirituale" e aspetto concreto lo si può riassumere dalle parole del Catéchisme social del 1898 redatto dal padre Dehon:
Partendo dalla devozione al Sacro Cuore di Cristo, che risale al XVII secolo con la predicazione della mistica e religiosa francese Margherita Maria Alacoque e del gesuita Jean Croiset, Dehon trasporta questo carisma dalla dimensione esclusivamente interiore e personale a quella sociale: la devozione mistica si trasforma in una devozione che deve riflettersi nella cura delle piaghe sociali, anticipando in certi aspetti la dottrina sociale della Chiesa espressa con Rerum Novarum di Leone XIII.
Il 1888 fu un anno fondamentale, perché l'approvazione di Roma superava, nelle intenzioni di Dehon, quella del vescovo di Soissons. D'altro canto, Dehon iniziò un processo di internazionalizzazione dell'Istituto, contrastato prima dal mons. Thibaudier, ancorato a una visione diocesana della fondazione, e poi dal vescovo Jean-Baptiste-Théodore Duval, prevenuto nei confronti dei sacerdoti del Sacro Cuore.
Negli anni '80, oltre alla riorganizzazione religiosa, Dehon procedette anche ad una strutturazione mediatica dello spirito religioso di cui si permeò la congregazione: il 1889 fu l'anno sia del primo numero della rivista Il Regno del Sacro Cuore, sia della fondazione dell'Associazione riparatrice. Gli anni seguenti videro Dehon non solo viaggiare in Francia e in Europa, favorendo la diffusione della sua congregazione e la nascita di nuove opere sociali, ma anche rivestire il ruolo di divulgatore delle encicliche sociali di Leone XIII (è del 1891 la celebre Rerum Novarum), ruolo che lo renderà noto all'estero e che lo farà entrare in contatto con l'industriale Léon Harmel, patrocinatore di un socialismo cristiano volto a conciliare i valori morali del cattolicesimo con i diritti dei lavoratori. In seguito alle aperture di papa Pecci alla forma governativa repubblicana, Dehon si adeguò alla nuova "teologia politica" del Vaticano, passando dalla visione dell'alleanza tra trono e altare a quella tra il popolo elettore e la sfera del sacro.
Contemporaneamente a queste attività, Dehon si concentrò anche sull'attività missionaria nei paesi europei ed extra-europei, ritenendola uno degli impegni precipui della congregazione: «per tutta la vita p. Dehon ebbe nella mente e nel cuore le missioni. Diventeranno l'opera più importante dell'istituto». Tra gli anni '80 dell'Ottocento e '20 del secolo successivo Dehon inviò missionari del suo istituto in Ecuador (dove rimasero fino al 1896, quando furono espulsi); in Brasile nel 1893; nel Congo belga nel 1897; in Finlandia nel 1907; in Camerun nel 1912 ed infine nel Sudafrica e a Sumatra.

La Francia, patria del positivismo comtiano, sviluppò a partire dagli ultimi decenni del XIX secolo una forte vena anticlericale che sfociò in un vero e proprio sentimento anticattolico. Le Figaro e altri giornali di sinistra invocavano l'espropriazione dei beni ecclesiastici, l'allontanamento dei membri delle congregazioni dal territorio nazionale e la fine, sostanzialmente, del concordato napoleonico del 1801. Anima di questi propositi era Émile Combes, un ex seminarista ispiratore di leggi volte al divieto di insegnamento a numerose congregazioni religiose e all'espropriazione dei beni delle congregazioni sciolte. Agli inizi del XX secolo anche i sacerdoti della congregazione furono colpiti dalle sanzioni statali e lo stesso Dehon dovette riparare a Bruxelles, dove spostò la sua residenza nella primavera del 1903, quando cioè furono sciolte per legge le congregazioni religiose. In seguito alle persecuzioni anticlericali, la casa del Collegio San Giovanni, dove Dehon viveva da vent'anni, fu alienata e riacquistata soltanto il 2 febbraio 1906. La rivista Il Regno fu costretta a chiudere definitivamente alla fine del 1903.

Esiliati dalla Francia, i membri della congregazione si stabilirono in Belgio e nei paesi limitrofi, permettendo ad essa di distaccarsi definitivamente dalla dimensione "diocesana" in cui era nata negli anni '80. Secondo il dehoniano Giuseppe Manzoni, «la persecuzione di Combes, invece di soffocare e annientare la congregazione, l'aveva rivitalizzata...liberandola dalle strettoie della diocesi di Soissons e francesi in genere, con l'internazionalizzazione». Questa era la situazione della Congregazione nel Vecchio Continente, delineata in seguito al settimo capitolo generale tenutosi a Lovanio:
Secondo quanto riporta Yves Ledure, all'inizio del 1906 la congregazione contava 300 membri suddivisi in venti comunità. Nel 1907 venne aperta la prima casa dehoniana in Italia, ad Albino, grazie all'intervento del nuovo papa Pio X che spinse Dehon ad entrare in contatto con il vescovo di Bergamo monsignor Radini Tedeschi I rapporti con Pio X erano già molto buoni, in quanto il pontefice manifestò fin dall'inizio simpatia e comprensione verso l'opera dehoniana. L'anno precedente, il 4 luglio del 1906, papa Sarto aveva deciso di erigere canonicamente la congregazione, definendola quindi legalmente all'interno della comunità ecclesiale, anche se «a titolo provvisorio e per una durata di dieci anni». Il 7 settembre 1907 fu inaugurata presso la chiesa della Madonna di Guadalupe la Scuola apostolica di nostra signora di Gudalupe a Albino dell'ordine dei Sacerdoti del Sacro Cuore di Gesù, voluta da don Federico Gambarelli.

Tra il 10 agosto 1910 e il 2 marzo 1911 Léon Dehon approfondì la sua conoscenza della realtà mondiale visitando Stati Uniti, Canada (in occasione del Congresso eucaristico del 1910 a Montréal), l'Estremo Oriente, l'India e la Terra Santa, dove poté constatare i problemi delle realtà cattoliche locali (specialmente le condizioni delle missioni).
Mentre imperversava la Grande guerra, che costrinse Dehon a rimanere a Saint-Quentin per tutta la durata del conflitto, il sacerdote iniziò la stesura del suo testamento spirituale. La città, occupata dall'esercito tedesco, si trovava al centro delle operazioni belliche, e Dehon non riceveva notizie e informazioni della sua opera sparsa nel mondo, costretto pertanto ad una sorta di reclusione. Il 12 marzo 1917, insieme al resto della popolazione della città, fu deportato a Bruxelles. Da qui un salvacondotto di Benedetto XV, amico di Dehon fin dai tempi in cui lavorava alla Segreteria di Stato sotto Leone XIII, gli permise di raggiungere prima Parigi e poi Roma, dove arrivò il 31 dicembre 1917. Il 3 gennaio ebbe il colloquio con il pontefice. Ritornato in Francia alla fine del conflitto mondiale, vedendo le rovine di Saint-Quentin, la città da cui era partita la Congregazione, scrisse, afflitto:

Ormai anziano, il 18 maggio 1920 Dehon inaugurò l'inizio dei lavori della basilica del Sacro Cuore di Cristo Re a Roma. Il 5 dicembre 1923 il nuovo papa Pio XI approvò definitivamente la congregazione.
Nell'estate del 1925 Dehon andò a visitare i suoi confratelli di Bruxelles affetti da gastroenterite e si ammalò lui stesso poco dopo. Morì nella capitale belga il 12 agosto 1925 alle 12:10; le sue ultime parole, mentre indicava un ritratto raffigurante il Sacro Cuore, furono: «Per Lui sono vissuto; per Lui muoio. Egli per me è ogni cosa, la mia vita, la mia morte, e la mia eternità». Le spoglie, in un primo momento deposte nel cimitero di Saint-Quentin, furono poi collocate nella chiesa locale di San Martino nel 1963.
Il processo di beatificazione si aprì nell'arcidiocesi di Malines-Bruxelles il 31 maggio 1952. La causa rimase inattiva fino al 21 ottobre 1988, quando la Congregazione per le cause dei santi convalidò il processo, ricevendo nel 1990 la positio per l'accertamento. I teologi approvarono la causa il 30 gennaio 1996, i membri della Congregazione per le cause dei santi il 3 febbraio 1997. Papa Giovanni Paolo II dichiarò Dehon venerabile l'8 marzo 1997 dopo aver confermato che il sacerdote aveva vissuto una vita di virtù eroiche.
La beatificazione di Dehon dipendeva dall'approvazione di un miracolo, e questo era avvenuto nella località brasiliana di Lavras, divenendo oggetto d'indagine fin dal 1961. Riguardava la guarigione dell'elettricista Geraldo Machado da Silva da una peritonite verificatasi il 1º giugno 1954. La Congregazione per le cause dei santi convalidò questo processo il 2 ottobre 2002 e gli esperti medici riconobbero la guarigione come un evento miracoloso il 15 maggio 2003. I teologi convalidarono la decisione della commissione medica il 21 novembre 2003, mentre la Congregazione per le cause dei santi confermò la decisione delle due commissioni il 20 gennaio 2004. Il 19 aprile 2004 Giovanni Paolo II confermò dunque la natura miracolosa della guarigione e dichiarò che Dehon sarebbe stato beato.

La cerimonia di beatificazione fu programmata per il 24 aprile 2005, ma dovette essere posposta a causa della morte di Giovanni Paolo II, avvenuta tre settimane prima. Dopo l'elezione di Benedetto XVI, però, si decise di sospendere la beatificazione a causa di un riesame dei suoi scritti in risposta all'accusa di antisemitismo sollevata da numerose persone e organizzazioni.
Come testimoniato da costoro, Dehon recensì degli articoli sul quotidiano cattolico La Croix in cui sosteneva che gli ebrei erano «assetati di denaro [ ... ]» e che «la bramosia del denaro è un istinto della loro razza», definendo il Talmud «un manuale banditesco, corruttore e distruttore della società» e, secondo l'articolo recensito dal giornalista Alan Cooperman per il The Washington Post, «raccomanda[ndo] numerose misure più tardi adottate dal nazismo, come quella di rendere gli ebrei riconoscibili con particolari contrassegni, di mantenerli chiusi nei ghetti, di escluderli dalla proprietà terriera, dalla magistratura e dall'insegnamento». Altre accuse furono riportate da vari siti internet che, sul finire del 2014, riprendevano estratti del Manuale sociale cristiano. Seri dubbi erano sorti anche in ambito ecclesiale nel 2005 prima della morte di Giovanni Paolo II, quando il cardinale arcivescovo di Parigi Jean-Marie Lustiger in un'urgente lettera al cardinale Joseph Ratzinger esprimeva allarme per gli scritti di Dehon, chiedendo un riesame di essi. Mentre la Conferenza episcopale francese espresse cautela riguardo alla causa di beatificazione, il governo francese comunicò che non avrebbe inviato una delegazione all'eventuale cerimonia di beatificazione. Joseph Ratzinger, asceso nel frattempo al Soglio con il nome di Benedetto XVI, ordinò perciò un urgente riesame degli scritti di Dehon con il primo incontro fissato per il 24 giugno. Affidò l'incarico ai cardinali José Saraiva Martins, Georges Cottier, Paul Poupard e Roger Etchegaray.
All'indomani della sospensione della beatificazione vari esponenti del mondo culturale cattolico (e non solo) cercarono di far luce sulle posizioni assunte da Dehon. L'opera di Dehon andrebbe considerata nel contesto storico caratterizzato dall'antisemitismo diffuso, che permeava anche gli ambienti cattolici (v. gli storici Giovanni Miccoli, Daniele Menozzi e Amos Luzzatto Voghera, all'epoca presidente dell'Unione delle comunità ebraiche italiane). Lorenzo Prezzi ricorda il consenso degli storici Pierre Pierrad, Paul Airiau e J.M. Mayeur «nel collocare padre Dehon fra i ripetitori piuttosto che fra gli ispiratori dell'antigiudaismo, fra i moderatori piuttosto che fra i promotori». Importante fu il convegno che si tenne nel settembre del 2007 a Parigi, intitolato Cattolicesimo sociale e questione ebraica: attorno a Leone Dehon, i cui interventi furono poi raccolti nel volume Antisemitismo cristiano? Il caso di Leone Dehon. In tale convegno, storici e teologi (Yves Ledure, Philippe Boutry, Jean-Yves Calvez, Giorgio Campanini, Laurence Deffayet, Paul Airiau, Joseph Famerée, Jean-Marie Mayeur, Marcello Neri e Jacques Prévotat) tentarono di rispondere alle accuse mosse contro il fondatore dei sacerdoti del Sacro Cuore cercando di analizzarne le posizioni teologiche e le cause che lo spinsero ad usare certe espressioni offensive nei confronti del popolo ebraico. Riguardo alla posizione teologica, emerge l'antigiudaismo religioso in vigore fino al Concilio Vaticano II e non l'antisemitismo di stampo razziale; le accuse di bramosia e di disparità sociale andrebbero rapportate al cattolicesimo sociale cui Dehon apparteneva:

E ancora:
Infine, in un discorso del 5 giugno 2015 ai dehoniani, papa Francesco espresse il suo favore alla causa e definì il loro fondatore "il quasi beato Dehon". Invitò a valutare i comportamenti nel loro contesto storico e disse che desiderava che la causa "finisse bene", aggiungendo che «È...un problema dell'ermeneutica: si deve studiare una situazione storica con l'ermeneutica di quel tempo, non con il tempo di adesso».
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