| Lingue tocarie † ārśi (A), kuśiññe (B) | |
|---|---|
| Parlato in | Bacino del Tarim (Xinjiang, Cina) |
| Periodo | V–X secolo d.C. (attestazioni); estinte |
| Parlanti | |
| Classifica | estinta |
| Altre informazioni | |
| Scrittura | Brahmi; alfabeto manicheo (un solo testo in tocario B) |
| Tipo | Flessiva, con casi secondari agglutinanti; SOV |
| Tassonomia | |
| Filogenesi | Lingue indoeuropee |
| Codici di classificazione | |
| ISO 639-3 | (tocario A), txb (tocario B) xto (tocario A), txb (tocario B) (EN)
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| Glottolog | tokh1241 (EN)
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| Estratto in lingua | |
| Maitreyasamitināṭaka okät-tmāṃ puklā wrasaśśi śolaṃ Vipaśyi ñomā ptāñkät ṣeṣ. «Quando la vita degli esseri durava ottantamila anni, vi fu un signore-Buddha di nome Vipaśyin.» (Tocario A, A255/THT 888) | |
Le lingue tocarie (o semplicemente tocario) sono un ramo estinto delle lingue indoeuropee, attestato nel I millennio d.C. nelle oasi settentrionali del bacino del Tarim, nell'odierna regione cinese dello Xinjiang. Il ramo comprende due lingue strettamente imparentate, il tocario A (o tocario orientale) e il tocario B (o tocario occidentale), che gli studiosi considerano oggi lingue distinte e non mutuamente intelligibili, e non semplici dialetti di un'unica lingua. Entrambe discendono da un antenato comune non attestato, il proto-tocario, che la maggior parte degli studiosi colloca intorno al 500 a.C. L'esistenza di una terza lingua, il cosiddetto tocario C, è stata ipotizzata sulla base di alcune parole conservate nei documenti in gāndhārī di Niya, nel Tarim meridionale, ma l'ipotesi ha raccolto scarso consenso ed è considerata molto incerta.
Il tocario B è documentato da circa 10 000 frammenti manoscritti, databili probabilmente tra il V e il X secolo; originario dell'area di Kucha, intorno al VII secolo si diffuse verso est fino a Karasahr e Turfan. Il tocario A, con circa 2 000 frammenti databili tra il VII e il X secolo, è attestato soltanto a Karasahr, da cui sembra provenire, e a Turfan. Si tratta in prevalenza di testi di contenuto buddhista, ma il corpus comprende anche glosse a manoscritti sanscriti, documenti amministrativi e giuridici su rotoli o tavolette di legno, didascalie di dipinti e graffiti, tutti redatti in una varietà dell'alfabeto brahmi.
Il nome «tocario» risale a Friedrich Wilhelm Karl Müller, che nel 1907 lo ricavò dal colofone della Maitrisimit in antico uiguro, secondo il quale il testo era stato tradotto dalla lingua tohrı; la denominazione fu accolta l'anno successivo dai decifratori Emil Sieg e Wilhelm Siegling. L'identificazione dei parlanti con i Tócharoi delle fonti greche, popolazione storica della Battriana, è oggi generalmente respinta, ma il termine è rimasto in uso per convenzione. Le attestazioni scritte si interrompono intorno al X secolo: le due lingue scomparvero probabilmente entro l'anno 1000, quando i loro parlanti passarono progressivamente al turco antico in seguito all'arrivo degli Uiguri nella regione.
Il nome convenzionale «tocario» (in tedesco Tocharisch) fu proposto nel 1907 dall'orientalista Friedrich Wilhelm Karl Müller, sulla base del colofone della Maitrisimit, un testo buddhista in antico uiguro che si dichiarava tradotto dalla lingua tohrı. L'anno successivo il termine fu accolto da Emil Sieg e Wilhelm Siegling, che decifrarono i manoscritti e vi riconobbero due lingue distinte, da loro chiamate «gruppo A» e «gruppo B»: da qui le denominazioni ancora in uso di tocario A e tocario B. Nel 1916 Müller e Sieg dimostrarono che la Maitrisimit era effettivamente tradotta dal Maitreyasamitināṭaka in tocario A, confermando così che tohrı era il nome con cui gli Uiguri designavano questa lingua.
Sieg e Siegling identificarono inoltre i parlanti con i Tócharoi (in latino Tochari, in sanscrito Tukhāra), popolazione storica della Battriana, nell'odierno Afghanistan. Questa identificazione è oggi generalmente respinta: il dibattito ha coinvolto anche la migrazione degli Yuezhi dal bacino del Tarim verso la Battriana, documentata dalle fonti cinesi, ma se gli Yuezhi possono essere collegati ai Tocari storici, non vi è alcuna prova che parlassero una lingua tocaria né che avessero legami con i parlanti di queste lingue. Il termine uiguro tohrı sembra piuttosto da ricollegare all'espressione sogdiana «quattro paesi Tuγri» dell'iscrizione di Karabalgasun, che pare riferirsi alla regione di Karasahr. Anche un'iscrizione bilingue sanscrito-tocario B, a lungo citata come prova dell'equivalenza tra il sanscrito tokharika e il cuceo, è stata reinterpretata: il termine sanscrito sarebbe un pracritismo per tūbarikā («terra profumata») e la sua traduzione tocaria indicherebbe un tipo di argilla. Il nome «tocario», pur scorretto, viene comunque mantenuto per ragioni pratiche.
I testi conservano anche le denominazioni indigene. In tocario A la lingua era chiamata ārśi-käntu, «lingua ārśi», da ārśi, antico nome di Karasahr (in sanscrito Agni, in cinese Yānqí 焉耆); in tocario B è attestato l'aggettivo kuśiññe, «cuceo», derivato da kuśi, nome di Kucha (in sanscrito Kuci, in cinese Qiūcí 龜茲), come nell'espressione kuśiñ pele rekisa, «in lingua alla maniera di Kucha». Su questa base il tocario A è stato detto anche agneo o turfanico e il tocario B cuceo; queste denominazioni sono però oggi considerate inesatte e in disuso, poiché il tocario B è attestato lungo tutto il ramo settentrionale della via della seta, fino a Turfan.
Le lingue tocarie erano parlate nelle città-oasi del margine settentrionale del deserto del Taklamakan, lungo uno dei rami della via della seta che collegava Turfan, a est, a Kucha e oltre verso ovest. Kuśi, il nome da cui deriva la designazione indigena del tocario B, era quello di una dinastia e di uno stato noti anche dalle fonti cinesi. Le testimonianze archeologiche sui parlanti restano indirette: non è chiaro se il gruppo culturale di Chawuhugou, presso Karasahr, le cui fasi coprono quasi tutto il I millennio a.C., e quello di Haladun, presso Kucha, risalente all'inizio dello stesso millennio, possano essere attribuiti rispettivamente ai primi parlanti del tocario A e del tocario B.
Il buddhismo giunse nella regione in epoca relativamente tarda, forse nel I o II secolo d.C., quando le due lingue si erano già separate: i termini fondamentali del lessico buddhista, come quelli che rendono il sanscrito dharma («legge») e karman («azione»), sono infatti diversi in tocario A e in tocario B. I testi pervenuti appartengono alle scuole Sarvāstivāda e Mūlasarvāstivāda del buddhismo antico. Nello stesso periodo la regione subì l'influenza di popoli di lingua iranica: i prestiti dal battriano risalgono probabilmente alla presenza dei Kushan nel bacino del Tarim nel II secolo d.C., e forse a quella degli Eftaliti nel V secolo.
Le attestazioni scritte delle lingue tocarie si interrompono intorno al X secolo. I contatti con i parlanti di lingua turca sono documentati anche dalla letteratura: la Maitrisimit in antico uiguro, da cui deriva il nome stesso di «tocario», è una traduzione del Maitreyasamitināṭaka in tocario A. Nel IX secolo giunsero nel bacino del Tarim gli Uiguri, che ne divennero il principale gruppo etnolinguistico; il tocario, a differenza di altre lingue della regione come il saka, non sopravvisse. Secondo Ronald I. Kim i parlanti del tocario, e in particolare del tocario B, iniziarono a passare alla lingua turca nella seconda metà del I millennio, e intorno all'anno 1000 la lingua era probabilmente estinta. I tempi e le modalità di questo processo restano tuttavia poco chiari; Hakan Aydemir lo descrive come una fase di bilinguismo e di progressiva turchizzazione della popolazione protrattasi tra il IX e il XIII secolo.
I primi manoscritti tocari a giungere in Europa furono due fogli acquistati da Nikolaj Petrovskij (1837–1908), console russo a Kashgar, provenienti con ogni probabilità dalla regione di Kucha. Li segnalò l'indologo Sergej Fëdorovič Ol'denburg in un breve articolo del 1892; il primo foglio fu esposto nello stesso anno al IX Congresso internazionale degli orientalisti di Londra, mentre il secondo fu presentato da Ernst Leumann al XII Congresso, tenutosi a Roma nel 1899. Nel 1900 Leumann ne pubblicò a San Pietroburgo una trascrizione e una prima analisi, riconoscendo la struttura metrica del testo e alcuni prestiti dal sanscrito che ne rivelavano il contenuto buddhista: fu la prima edizione di un manoscritto tocario, sebbene la lingua restasse sconosciuta. Nel frattempo dal Turkestan orientale giungevano altri manoscritti in varietà settentrionali della scrittura brahmi, molti dei quali in sanscrito, il che facilitò la lettura parziale dei testi in lingue ignote; nel 1907 Leumann vi distinse due lingue, che chiamò «lingua I» e «lingua II»: la seconda si rivelò poi il saka di Khotan.
La gran parte del materiale fu però riportata dalle missioni archeologiche condotte nello Xinjiang negli anni precedenti la prima guerra mondiale: quella britannica di Aurel Stein, quelle prussiane guidate da Albert von Le Coq, quella francese di Paul Pelliot e quella giapponese del conte Ōtani Kōzui. La «lingua I» fu decifrata nel 1908 da Emil Sieg e Wilhelm Siegling, che lavoravano soprattutto sui manoscritti giunti a Berlino a partire dal 1902. I due studiosi la identificarono come una nuova lingua indoeuropea, la chiamarono Tocharisch, ne distinsero le varietà A e B e attribuirono correttamente al tocario B i fogli pubblicati da Leumann. Nel 1913 il francese Sylvain Lévi mostrò che il tocario B era la lingua di Kucha, dove ne sono attestate le fasi più antiche. Le basi degli studi furono poi consolidate dalla Tocharische Grammatik di Sieg e Siegling, pubblicata nel 1931 con la collaborazione di Wilhelm Schulze.
I manoscritti sono oggi divisi tra Berlino, Parigi, Londra, San Pietroburgo, il Giappone e la Cina. La raccolta più ampia è la Collezione Turfan di Berlino, seguita dalla collezione Pelliot della Biblioteca nazionale di Francia, che conta circa 2 000 frammenti provenienti in gran parte da siti buddhisti dell'area di Kucha. Nell'inverno del 1974, nel distretto di Yanqi, alcuni operai forestali rinvennero casualmente nei pressi di un tempio dei Mille Buddha 44 fogli di un manoscritto del Maitreyasamitināṭaka in tocario A, oggi conservati al Museo dello Xinjiang di Ürümqi; l'edizione completa, con fac-simile, traduzione e commento, fu pubblicata nel 1998 da Ji Xianlin, Werner Winter e Georges-Jean Pinault. Dal 2011 il progetto A Comprehensive Edition of Tocharian Manuscripts (CEToM) dell'Università di Vienna, diretto da Melanie Malzahn, rende accessibili in una banca dati online le edizioni dei testi tocari, accompagnate da una descrizione della grammatica e del lessico.
Le lingue tocarie appartengono al gruppo delle cosiddette lingue centum, nelle quali le occlusive palatovelari del protoindoeuropeo si sono fuse con le velari: al protoindoeuropeo *ḱm̥tóm «cento» corrispondono così il tocario A känt e il tocario B kante, come il latino centum. All'epoca della scoperta questo fatto suscitò grande sorpresa: le altre lingue centum note (celtiche, germaniche, italiche ed elleniche) erano tutte situate a occidente, e si riteneva che la distinzione tra lingue centum e satem riflettesse un'originaria divisione dialettale tra un gruppo occidentale e uno orientale. Il tocario, il più orientale dei rami indoeuropei antichi, contraddisse questa interpretazione geografica. Oggi si ritiene generalmente che il tocario non abbia affinità particolari con nessun altro ramo dell'indoeuropeo: le proposte di parentela più stretta, per esempio con le lingue germaniche o con quelle italiche e celtiche, si fondano su somiglianze superficiali e hanno raccolto scarso consenso.
È diffusa l'opinione che il tocario sia stato il secondo ramo a separarsi dal protoindoeuropeo, dopo le lingue anatoliche e prima di tutti gli altri; per analogia con l'ipotesi «indo-anatolica» (o «indo-ittita»), questa ricostruzione è detta ipotesi «indo-tocaria». Gli argomenti addotti sono tuttavia molto eterogenei, e spesso gli studiosi che la sostengono non accettano gli uni le prove degli altri. Tra i più discussi vi sono il preterito sigmatico tocario, che presenta l'elemento -s- soltanto alla terza persona singolare come il preterito in -ḫi dell'ittita, e il tema interrogativo in *m-, attestato soltanto in anatolico e in tocario; sul piano lessicale, il tocario conserva come le lingue anatoliche la radice *h₁egʷʰ- per «bere», sostituita altrove da *peh₃-. Un'analisi accurata tende però a interpretare molte delle peculiarità del tocario come innovazioni anziché come arcaismi, avvicinandolo all'indoeuropeo «nucleare» più che all'anatolico. Secondo Michaël Peyrot il tocario si separò probabilmente per secondo, ma molto più tardi delle lingue anatoliche e poco prima della disgregazione della restante comunità linguistica: se la separazione dell'anatolico risale alla metà del V millennio a.C., quella del tocario va collocata più vicino alla metà del IV.
Considerata anche la tarda attestazione, l'entità dei mutamenti strutturali subiti dal tocario è sorprendentemente ampia, e può essere attribuita in parte all'influsso di un sostrato. La perdita della distinzione tra le tre serie di occlusive del protoindoeuropeo, lo sviluppo di una declinazione con casi agglutinanti e le funzioni di questi casi, tra cui il perlativo, indicano un influsso delle lingue uraliche; una fase antica del sistema vocalico pre-proto-tocario è stata confrontata in particolare con quello del samoiedo antico. Questi contatti, che potrebbero risalire al 2500 a.C. circa, sarebbero avvenuti in una fase molto anteriore alla separazione del proto-tocario.
Il tocario è noto soltanto nel bacino del Tarim, senza alcuna traccia di comunità linguistiche affini al di fuori della regione, e non è strettamente imparentato con le lingue indoiraniche, l'unico altro gruppo indoeuropeo dell'Asia. Tra le culture archeologiche che potrebbero aver costituito la base di partenza dei suoi parlanti, una delle più citate è la cultura di Afanasevo, diffusa nelle regioni dell'Altaj e del bacino di Minusinsk tra la fine del IV e la metà del III millennio a.C.: le sue origini sembrano risalire alla steppa europea, lo stesso ambito da cui un millennio più tardi partì l'espansione indoiranica, il che spiegherebbe sia la parentela indoeuropea del tocario sia la sua precoce separazione dagli altri rami. Alcuni studiosi collegano a un'espansione di parlanti tocari dal nord anche le più antiche mummie del Tarim dell'età del bronzo. Le testimonianze archeologiche restano tuttavia indirette.
Il proto-tocario è l'antenato comune del tocario A e del tocario B: non è attestato direttamente e viene ricostruito attraverso la comparazione delle due lingue. La sua ultima fase prima della separazione non può essere datata con precisione; la maggior parte degli studiosi la colloca intorno al 500 a.C., con stime che vanno dal 1000 a.C. circa all'inizio dell'era volgare.
Già in proto-tocario si erano prodotte le principali innovazioni che distinguono il ramo dal resto dell'indoeuropeo. Le tre serie di occlusive del protoindoeuropeo (sorde, sonore e sonore aspirate) si fusero in un'unica serie; il sistema vocalico fu profondamente ristrutturato, con la perdita della quantità vocalica e diverse fusioni e mutamenti di timbro, mentre l'opposizione tra consonanti palatalizzate e non palatalizzate assunse valore distintivo e morfologico. La caduta delle consonanti finali *-s, *-m, *-n e *-t provocò un ampio rimaneggiamento della flessione nominale e verbale; si svilupparono inoltre una declinazione con casi agglutinanti e un articolato sistema di derivazione verbale per formare intransitivi, transitivi e causativi, mentre andò quasi del tutto perduta la morfologia prefissale. Molte innovazioni riguardano infine il lessico.
| Significato | Protoindoeuropeo | Proto-tocario | Tocario A | Tocario B |
|---|---|---|---|---|
| «cento» | *ḱm̥tóm | *kəntë | känt | kante |
| «padre» | *ph₂tḗr | *pacer | pācar | pācer |
| «cavallo» | *h₁éḱwos | *yəkwë | yuk | yakwe |
| «dente» | *ǵómbʰos | *këmë | kam | keme |
| «nome» | *h₁nḗh₃mn̥ | *ñemə | ñom | ñem |
| «vento» | *h₂wéh₁ntos | *wyentë | want | yente |
Il tocario A, o tocario orientale, è attestato da circa 2 000 frammenti databili tra il VII e il X secolo, rinvenuti esclusivamente nelle regioni di Karasahr e Turfan. La lingua sembra originaria della regione di Karasahr, da cui si diffuse verso est fino a Turfan insieme al tocario B, senza però raggiungere Kucha.
Il tocario A appare linguisticamente molto uniforme, e diversi indizi hanno fatto pensare che all'epoca dei manoscritti non fosse più parlato, ma sopravvivesse soltanto come lingua liturgica tra i parlanti del tocario B e del turco antico, analogamente al latino nell'Europa medievale. L'argomento principale era che i documenti di carattere profano noti (lettere monastiche e commerciali, lasciapassare per le carovane, graffiti) erano tutti in tocario B; la scarsità del materiale profano ha però sempre reso questa conclusione provvisoria, e in seguito sono stati identificati anche frammenti di documenti profani in tocario A.
Il tocario B, o tocario occidentale, è la lingua meglio documentata, con circa 10 000 frammenti databili tra il V e il X secolo. Gli studiosi vi distinguono tre fasi cronologiche, arcaica, classica e tarda: poiché la fase arcaica è attestata soltanto a Kucha, la lingua doveva essere originaria di quella regione, mentre le fasi classica e tarda compaiono anche a Karasahr e a Turfan, in seguito a un'espansione verso est avvenuta intorno al VII secolo. Il tocario B classico si affermò come lingua letteraria a Kucha entro il VI secolo; dopo le guerre con la Cina e la distruzione del regno di Kucha nel 648, l'attività letteraria si spostò a Turfan, dove gli scribi adottarono una lingua più vicina a quella parlata. La variazione interna del tocario B, un tempo interpretata in termini dialettali, appare quindi soprattutto cronologica, pur condizionata anche da fattori geografici e sociali. Il tocario B è così attestato lungo l'intero ramo settentrionale della via della seta, da Turfan a est fino a Tumshuq a ovest.
Nel 1935 l'indologo Thomas Burrow ipotizzò che tracce di una terza lingua tocaria fossero conservate nei documenti in gāndhārī di Niya, nel Tarim meridionale, risalenti al III–IV secolo. Tra le parole da lui individuate, kitsa'itsa, titolo di un funzionario, è stata collegata in modo convincente al tocario B ktsaitse «vecchio», ma potrebbe derivare tanto dal tocario B quanto da una fase antica del tocario A, e non prova quindi l'esistenza di un terzo ramo; l'argomento decisivo di Burrow, il termine aṃklatsa, designazione di un tipo di cammello che egli riconduceva a una forma tocaria per «ignorante», presenta invece gravi problemi semantici e formali. Studi più recenti hanno proposto spiegazioni alternative per altri presunti tocarismi, e l'ipotesi del cosiddetto «tocario C» ha raccolto scarso consenso. Non è stata accolta nemmeno la proposta, pubblicata postuma nel 2018, con cui Klaus T. Schmidt interpretava come una varietà tocaria di Loulan alcuni frammenti in scrittura kharoṣṭhī formale: questi sembrano piuttosto redatti in una lingua iranica affine al khotanese e al tumshuqese.
Le due lingue condividono numerose innovazioni significative, che ne dimostrano l'appartenenza a un unico ramo dell'indoeuropeo; tuttavia nessuna delle due può essere fatta derivare dall'altra. Il tocario B yente «vento», per esempio, non può aver dato il tocario A want, né viceversa: entrambe le forme presuppongono un antecedente comune, da cui si sono sviluppate attraverso innovazioni indipendenti. Le differenze tra le due lingue sono considerevoli soprattutto nel lessico. Il tocario A non è dunque una forma arcaica del tocario B, né questo una sua forma popolare o recente: le due lingue si sono sviluppate separatamente a partire dal proto-tocario e non erano mutuamente intelligibili, pur conservando una struttura molto simile. La convivenza a Karasahr e a Turfan, dopo l'espansione verso est del tocario B, ha lasciato tracce nei prestiti: il tocario A pärmaṅk «speranza», per esempio, è preso dal tocario B, che a sua volta lo aveva mutuato dal battriano.
In nessuna delle due lingue la quantità vocalica ha valore distintivo: nella trascrizione il macron indica una differenza di timbro e non di durata, e i e u si alternano liberamente con ī e ū. Considerati sul piano fonologico, i sistemi vocalici delle due lingue coincidono quasi del tutto e differiscono soprattutto nella resa grafica: il fonema /ə/ è scritto a in tocario A e, in tocario B, a in sillaba accentata e ä in sillaba atona chiusa, mentre in sillaba atona aperta cade; il fonema /a/ è scritto ā in tocario A e, in tocario B, ā in sillaba accentata e a in sillaba atona. La vocale ä [ɨ] non è dunque un fonema autonomo: in tocario B è una variante atona di /ə/, in tocario A una vocale epentetica inserita in modo prevedibile nei nessi consonantici. Anche /i/ e /u/ sono in origine sequenze di vocale e approssimante (/əy/ e /əw/ in tocario B, /y/ e /w/ tra consonanti in tocario A). Il tocario B conserva i dittonghi del proto-tocario, che in tocario A si sono invece monottongati.
| Anteriori | Centrali | Posteriori | |
|---|---|---|---|
| Alte | /i/ ⟨i⟩ | /u/ ⟨u⟩ | |
| Medie | /e/ ⟨e⟩ | /ə/ ⟨a, ä⟩ | /o/ ⟨o⟩ |
| Basse | /a/ ⟨ā, a⟩ | ||
| Dittonghi | /ay/ ⟨ai⟩B, /aw/ ⟨au⟩B, /ew/ ⟨eu⟩B, /oy/ ⟨oy⟩B | ||
Il sistema consonantico è relativamente semplice e quasi identico nelle due lingue: non esistono opposizioni di sonorità né di aspirazione (vi è per esempio soltanto t, e non d, th o dh), mancano le occlusive e le nasali retroflesse, le fricative come /x/, /f/ e /θ/, e i suoni /v/ e /h/. Per questo molti caratteri della scrittura brahmi compaiono soltanto nei prestiti dal sanscrito. Sono invece ammessi nessi consonantici piuttosto complessi, anche in posizione iniziale, come pk-, pkl- o ścm-. L'opposizione tra consonanti palatalizzate e non palatalizzate, di origine fonetica, ha assunto nel corso della storia delle due lingue anche una funzione morfologica. Le uniche differenze nell'inventario riguardano la nasale velare /ŋ/, fonema autonomo soltanto in tocario A, e la labiale palatalizzata /pʲ/, conservata come fonema marginale soltanto in tocario B.
| Labiali | Dentali | Retroflesse | Palatali | Velari | Labiovelari | |
|---|---|---|---|---|---|---|
| Occlusive | /p/ /pʲ/B | /t/ | /c/ ⟨c⟩ | /k/ | /kʷ/ | |
| Affricate | /ts/ | |||||
| Sibilanti | /s/ | /ʂ/ ⟨ṣ⟩ | /ɕ/ ⟨ś⟩ | |||
| Nasali | /m/ | /n/ | /ɲ/ ⟨ñ⟩ | /ŋ/ ⟨ṅ⟩A | ||
| Laterali | /l/ | /ʎ/ ⟨ly⟩ | ||||
| Vibranti | /r/ | |||||
| Approssimanti | /j/ ⟨y⟩ | /w/ |
In tocario B l'accento cade di norma sulla seconda sillaba; quando cadrebbe sull'ultima sillaba della forma soggiacente viene arretrato di una sillaba. Ne derivano alternanze vocaliche all'interno dei paradigmi, come in ā́ke «fine», plurale akénta, o in yákwe «cavallo», genitivo yäkwéntse. Per il tocario A mancano indicazioni dirette, ma l'indebolimento delle vocali nelle sillabe successive suggerisce che l'accento principale cadesse sulla prima vocale piena della parola.
I testi tocari vengono trascritti in base ai valori dei corrispondenti caratteri sanscriti: c indica un'occlusiva o affricata palatale, ś una sibilante palatale, ṣ una sibilante retroflessa e ñ una nasale palatale; ly e ts sono digrammi che rappresentano rispettivamente una laterale palatale e un'affricata dentale, mentre l'anusvara ṃ indica di norma /n/. Per due suoni la scrittura è stata adattata più radicalmente: è stato introdotto un carattere aggiuntivo, probabilmente per un'approssimante labiovelare, e un segno apposito per la vocale ä.
Il tocario distingue tre generi: maschile, femminile e un terzo genere, detto «alternante», che deriva dal neutro indoeuropeo e richiede l'accordo al maschile al singolare e al femminile al plurale. Poiché le terminazioni dei sostantivi segnalano raramente il genere in modo regolare, questo si ricava di solito dall'aggettivo concordato. I numeri sono il singolare, il duale e il plurale. La grammatica tradizionale distingueva dal duale un ulteriore numero, il «parale», riservato alle coppie naturali come le parti del corpo, ma Werner Winter ha dimostrato che tra le due categorie non esiste un'opposizione reale; la desinenza produttiva del duale risale al proto-tocario *-në, come in tocario B eśane, A aśäṃ «i due occhi». Il tocario B possiede inoltre un «numerativo» in -aiwenta, che individua le singole unità di un insieme: ost «casa», plurale ostuwa, numerativo ostuwaiwenta «più gruppi di case».
La declinazione si articola su due livelli. I casi primari, di tipo flessivo, sono il nominativo, il genitivo, l'obliquo (corrispondente all'accusativo indoeuropeo) e, nel solo tocario B, il vocativo. A questi si aggiungono i casi secondari, di tipo agglutinante, formati aggiungendo all'obliquo singolare o plurale suffissi invariabili: ablativo, locativo, allativo, comitativo, perlativo, e inoltre lo strumentale nel solo tocario A e il causale nel solo tocario B. In base alla formazione del plurale e dei casi primari si distinguono una trentina di classi flessive. Soltanto i casi primari continuano casi indoeuropei; i secondari derivano dalla fusione dell'obliquo con posposizioni e, poiché i suffissi sono in gran parte diversi nelle due lingue, il loro sviluppo deve essere relativamente recente.
| Caso protoindoeuropeo | Funzione | Esito tocario |
|---|---|---|
| Nominativo | soggetto | Nominativo |
| Accusativo | oggetto diretto, moto a luogo | Obliquo |
| Strumentale | mezzo, compagnia | — |
| Dativo | complemento di termine | Genitivo |
| Ablativo | moto da luogo | — |
| Genitivo | relazione, possesso | Genitivo |
| Locativo | stato in luogo | — |
| Vocativo | allocuzione | Vocativo (solo tocario B) |
| Caso | Tocario A | Tocario B | Proto-tocario | Protoindoeuropeo |
|---|---|---|---|---|
| Nominativo | yuk | yakwe | *yəkwë | *h₁éḱwos |
| Genitivo | yukes | yäkwentse | *yəkwëntsë | (origine incerta) |
| Obliquo | yuk | yakwe | *yəkwë | *h₁éḱwom (accusativo) |
| Strumentale | yuk-yo | — | formati sull'obliquo con suffissi di origine postposizionale, sviluppatisi separatamente nelle due lingue | |
| Perlativo | yuk-ā | yakwe-sa | ||
| Comitativo | yuk-aśśäl | yakwe-mpa | ||
| Allativo | yuk-ac | yakwe-ś(c) | ||
| Ablativo | yuk-äṣ | yakwe-meṃ | ||
| Locativo | yuk-aṃ | yakwe-ne | ||
| Causale | — | yakwe-ñ | ||
L'identità tra nominativo e obliquo in molti sostantivi maschili è una conseguenza della caduta delle consonanti finali avvenuta già in proto-tocario: le desinenze protoindoeuropee del nominativo *-os e dell'accusativo *-om dei temi in -o- confluirono infatti entrambe in *-ë, da cui il tocario B -e e, con la caduta delle vocali finali, la desinenza zero del tocario A. Alcuni sostantivi arcaici conservano invece forme distinte per il nominativo e l'obliquo, che continuano direttamente quelle indoeuropee.
| Tocario B | Tocario A | Proto-tocario | Protoindoeuropeo | |
|---|---|---|---|---|
| «padre» | ||||
| Nominativo | pācer | pācar | *pacer | *ph₂tḗr |
| Obliquo | pātär | pātär | *patər | *ph₂térm̥ |
| Genitivo | pātri | pācri | *patrəy | *ph₂tréy (dativo) |
| «cane» | ||||
| Nominativo | ku | ku | *kəw | *ḱwō |
| Obliquo | kweṃ | koṃ | *kwënə | *ḱwónm̥ |
| Caso | Tocario B | Tocario A | Proto-tocario | Protoindoeuropeo |
|---|---|---|---|---|
| Strumentale | — | -yo | ||
| Perlativo | -sa | -ā | *-a (?) | |
| Allativo | -ś(c) | -ac | *-cə (?) | |
| Comitativo | -mpa | -aśśäl | ||
| Ablativo | -meṃ | -äṣ | *-ṣə | *-ti |
| Locativo | -ne | -aṃ | *-në | |
| Causale | -ñ | — |
Una caratteristica tipica è la cosiddetta «flessione di gruppo» (in tedesco Gruppenflexion): in un sintagma al caso secondario soltanto l'ultima parola riceve il suffisso, mentre le altre restano all'obliquo, come nel tocario B kektseñ reki palsko-sa «con il corpo, la parola e il pensiero». Molto produttivi sono anche i suffissi aggettivali, come A -ṣi, B -ṣṣe («fatto di, consistente in»), A -ñi, B -ññe («relativo a») e A -ts, B -tstse («dotato di»).
Il verbo si fonda su cinque temi di base: presente, congiuntivo, preterito, imperativo e participio preterito. Dal tema del presente deriva l'imperfetto, da quello del congiuntivo l'ottativo; le forme finite si flettono per persona, numero e diatesi, attiva o media. Non esiste un passivo morfologico distinto: quando occorre, si impiegano le forme medie. Non esiste nemmeno un futuro: il presente può avere valore di futuro, ma più spesso questa funzione è svolta dal congiuntivo. Circa una dozzina di verbi presentano forme suppletive, tratte da radici diverse, come «andare», «fare» o «essere»: un numero che, tra le lingue indoeuropee, è superato soltanto dall'irlandese antico.
| Persona | Tocario B | Tocario A | Proto-tocario | Protoindoeuropeo |
|---|---|---|---|---|
| Attivo | ||||
| 1ª sing. | -u | -m | *-m | *-mi |
| 2ª sing. | -t(o) | -t | *-tə | ? |
| 3ª sing. | -ṃ | -ṣ | *-ṣə ~ *-Ø | *-ti |
| 1ª plur. | -m(o) | -mäs | *-məsə, *-mə | *-mes ~ *-me |
| 2ª plur. | -cer | -c | *-cə | *-te |
| 3ª plur. | -ṃ | -iñc ~ -i | *-əñcə ~ *-ən | *-n̥ti |
| Mediopassivo | ||||
| 1ª sing. | -mar | -mār | *-mar | *-h₂e-r |
| 2ª sing. | -tar | -tār | *-tar | *-th₂e-r |
| 3ª sing. | -tär | -tär | *-tər | *-to-r |
| 3ª plur. | -ntär | -ntär | *-ntər | *-nto-r |
I modi di formazione dei temi sono numerosi e risalgono in buona parte a formazioni indoeuropee.
| Classe | Formazione indoeuropea | Tocario A | Tocario B | Confronti |
|---|---|---|---|---|
| I | atematica radicale | pälkiñc | palkeṃ | greco phlégō, latino fulgeō |
| II | tematica *-e/o- | pärtär | paräṃ | sanscrito bhárati, greco phéretai |
| III–IV | tematica in *-o- generalizzato | wikatär | wiketär | sanscrito vijáte |
| V | atematica in laringale | śwāṣ | śuwaṃ | inglese chew |
| VI | infisso nasale + laringale | knāṣ | katnaṃ | greco skídnēmi |
| VII | infisso nasale | — | piṅkeṃ | latino pingunt |
| VIII | suffisso *-se/o- | arsamäs | ersem(o) | |
| IX | suffisso *-sḱe/o- | — | aiskau | |
| X–XI | estensioni tocarie in *-sḱe/o- | tämnäṣtär | tänmastär | |
| XII | suffisso *-ye/o- (denominali) | tuṅkiññant | āñmantär |
Per il preterito si distinguono tradizionalmente sei classi: la più diffusa è caratterizzata da una vocale -ā-, risalente a una laringale finale di radice; altre continuano il raddoppiamento (in tocario A) o il grado allungato (in tocario B), l'aoristo sigmatico indoeuropeo o un antico preterito tematico, mentre due classi, con i suffissi -ṣṣā- e -ñ(ñ)-, sono innovazioni tocarie. Molto caratteristica è infine l'opposizione tra verbo «di base» e «causativo», formato soprattutto con il suffisso proto-tocario *-skë- ~ *-ṣṣə-: più che veri causativi, si tratta di forme transitive marcate, che solo per alcuni verbi assumono un valore causativo vero e proprio.
L'ordine fondamentale delle parole è SOV: nei testi in prosa il verbo si trova di norma alla fine della frase, mentre nei testi in versi l'ordine è più libero. Determinanti, aggettivi e genitivi precedono il sostantivo, le posposizioni sono nettamente preferite alle preposizioni e le proposizioni principali seguono di norma le subordinate. Questa struttura, insieme alla flessione di gruppo e alla tendenza ad accumulare più suffissi derivativi nella stessa parola, avvicina tipologicamente il tocario alle lingue turche o al giapponese e al coreano.
Quasi tutti i testi tocari sono redatti in una varietà della scrittura brahmi, la cosiddetta brahmi del Turkestan settentrionale (o brahmi «obliqua»), sviluppatasi nel corso del V e del VI secolo dalla brahmi di tipo Gupta giunta dall'India. La scrittura fu adattata alla fonologia tocaria soprattutto mediante una serie di segni aggiuntivi, detti in tedesco Fremdzeichen («segni stranieri»), che rappresentano una consonante seguita dalla vocale ä; non dispone invece di segni propri per suoni come la labiovelare /kʷ/ o i dittonghi del tocario B, resi mediante combinazioni di altri caratteri. Viceversa, i segni per i suoni sanscriti estranei al tocario, come le occlusive sonore, aspirate e retroflesse, sono impiegati quasi soltanto nei prestiti indoarii.
Un solo frammento è scritto in alfabeto manicheo: si tratta di un inno a Mani in tocario B con traduzione in turco antico, pubblicato nel 1958 da Annemarie von Gabain e Werner Winter. La forte presenza di terminologia buddhista nel testo suggerisce che i missionari manichei operassero in un ambiente culturale prevalentemente buddhista.
La maggior parte dei frammenti proviene da fogli oblunghi di tipo indiano (pothi) di contenuto buddhista; vi sono inoltre rotoli e tavolette di legno, usati soprattutto per i documenti amministrativi e giuridici, oltre a glosse a manoscritti sanscriti, didascalie di dipinti e graffiti. I testi in tocario A sono in grandissima parte religiosi, per lo più traduzioni o adattamenti di originali sanscriti. Il tocario B, oltre ai testi buddhisti, ha lasciato un consistente corpus profano, che comprende registri monastici, lettere commerciali, lasciapassare per le carovane, graffiti nelle grotte, testi medici e magici e persino un breve componimento amoroso, a testimonianza del fatto che era la lingua parlata di almeno una parte della popolazione. Sono attestati anche testi bilingui sanscrito-tocario B, nonché testi in tocario A con glosse in tocario B e in turco antico.
La produzione letteraria comprende sia traduzioni sia rielaborazioni originali. Il Maitreyasamitināṭaka in tocario A, dramma buddhista sulla figura del futuro Buddha Maitreya, è uno dei testi più ampi e importanti del corpus. In tocario B sono attestati componimenti poetici in metri propri, come un inno di lode al Buddha (Buddhastotra) della collezione di San Pietroburgo, composto probabilmente nella prima metà del VII secolo selezionando e adattando strofe di opere sanscrite del poeta Mātṛceṭa.
Nonostante i profondi mutamenti fonetici, una parte consistente del lessico fondamentale tocario è di chiara origine indoeuropea, come mostra il confronto con lingue appartenenti ad altri rami della famiglia.
| Italiano | PIE | Tocario A | Tocario B | Irl. ant. | Latino | Inglese | Greco antico | Paleoslavo | Sanscrito |
|---|---|---|---|---|---|---|---|---|---|
| uno | *sem- | sas (m.) | ṣe (m.) | (óen) | (ūnus) | (one) | εἷς heîs | (jedinъ) | (ékaḥ) |
| due | *dwóh₁ | wu (m.), we (f.) | wi | dá | duo | two | δύο dúo | dъva | dvā́(u) |
| tre | *tréyes | tre | trey, trai | trí | trēs | three | τρεῖς treîs | trije | tráyaḥ |
| quattro | *kʷetwóres | śtwar | śtwer | cethair | quattuor | four | τέτταρες téttares | četyre | catvā́raḥ |
| cinque | *pénkʷe | päñ | piś | cóic | quīnque | five | πέντε pénte | pętь | páñca |
| sei | *swéḱs | ṣäk | ṣkas | sé | sex | six | ἕξ héx | šestь | ṣáṭ |
| sette | *septḿ̥ | ṣpät | ṣukt | secht | septem | seven | ἑπτά heptá | sedmь | saptá |
| otto | *oḱtṓw | okät | okt | ocht | octō | eight | ὀκτώ oktṓ | osmь | aṣṭā́(u) |
| nove | *h₁néwn̥ | ñu | ñu | noí | novem | nine | ἐννέα ennéa | devętь | náva |
| dieci | *déḱm̥ | śäk | śak | deich | decem | ten | δέκα déka | desętь | dáśa |
| cento | *ḱm̥tóm | känt | kante | cét | centum | hundred | ἑκατόν hekatón | sъto | śatám |
| padre | *ph₂tḗr | pācar | pācer | athair | pater | father | πατήρ patḗr | (otьcь) | pitā́ |
| madre | *méh₂tēr | mācar | mācer | máthair | māter | mother | μήτηρ mḗtēr | mati | mātā́ |
| fratello | *bʰréh₂tēr | pracar | procer | bráthair | frāter | brother | φράτηρ phrā́tēr | bratrъ | bhrā́tā |
| figlia | *dʰugh₂tḗr | ckācar | tkācer | (ingen) | (fīlia) | daughter | θυγάτηρ thugátēr | dъšti | duhitā́ |
| cavallo | *h₁éḱwos | yuk | yakwe | ech | equus | (horse) | ἵππος híppos | (konь) | áśvaḥ |
| cane | *ḱwō | ku | ku | cú | canis | hound | κύων kúōn | (pьsъ) | śvā́ |
| nome | *h₁nómn̥ | ñom | ñem | ainm | nōmen | name | ὄνομα ónoma | imę | nā́ma |
| occhio | *h₃ekʷ- | ak | ek | (súil) | oculus | eye | ὄσσε ósse | oko | ákṣi |
| voce | *wókʷs | wak | wek | (guth) | vōx | (voice) | ὄψ óps | (glasъ) | vā́k |
| vento | *h₂wéh₁ntos | want | yente | — | ventus | wind | — | větrъ | vā́taḥ |
| fuoco | *péh₂wr̥ | por | puwar | (tene) | (ignis) | fire | πῦρ pûr | (ognь) | — |
Per effetto del carattere buddhista dei testi, entrambe le lingue contengono un gran numero di prestiti dal sanscrito. Molti appartengono a un registro dotto, come mostra la tendenza a conservarne la grafia originaria anche quando contiene fonemi estranei al tocario; l'adattamento più regolare consiste nella caduta delle vocali tematiche finali, come nel nome sanscrito Ānanda, reso con ānande in tocario B e ānand in tocario A. I prestiti dai pracriti sono invece meglio integrati e non appartengono necessariamente a un registro elevato: è il caso del tocario B ṣamāne, A ṣāmaṃ «monaco mendicante», confrontabile con il pracrito di Niya ṣamana.
I contatti con le lingue iraniche si protrassero per un periodo molto più lungo di quelli con le lingue indiane, e i prestiti iranici sono per lo più perfettamente integrati nel sistema tocario. Oltre a uno strato antico, risalente all'epoca proto-tocaria, si riconoscono prestiti dal battriano, come il tocario B postak, A postäk «libro», dal sogdiano, come il tocario B mot «vino», e dal khotanese, come il tocario A twantaṃ «riverenza». Nei rapporti tra le due aree le lingue iraniche furono quasi esclusivamente le lingue donatrici: i prestiti dal tocario all'iranico sono rarissimi, il che suggerisce che i parlanti tocari, pur circondati da vicini iranici culturalmente dominanti, non facessero propriamente parte del mondo iranico.
Alcune parole del cinese antico sono state spiegate come prestiti dal tocario: l'esempio più noto, riconosciuto già nel 1916, è la parola per «miele», 蜜 mì (cinese medio mjit, cinese antico *mit), che corrisponde al tocario B mit, dal protoindoeuropeo *médʰu. Il numerale tocario B tmāne, A tmāṃ «diecimila» ha invece corrispondenti in lingue iraniche e turche, e sembra una parola migrante diffusa in tutta l'Eurasia. I contatti con il turco antico sono documentati dalle glosse turche nei testi tocari, dai testi bilingui e dalle traduzioni turche di opere tocarie, e precedono il passaggio dei parlanti tocari alla lingua turca.