| Lingua troiana † | |
|---|---|
| Parlato in | Troade, Anatolia nord-occidentale |
| Periodo | Tarda età del bronzo (1700-1180 a.C. circa) |
| Parlanti | |
| Classifica | estinta |
| Altre informazioni | |
| Scrittura | non attestata |
Con l'espressione lingua troiana si indica la lingua, o le lingue, parlate a Troia nella tarda età del bronzo, all'epoca dei livelli VI e VII della collina di Hisarlık, che le fonti ittite chiamano con ogni probabilità Wilusa. La lingua non è attestata: sul sito non è mai stata trovata una tavoletta, e l'unico documento scritto dell'età del bronzo è un sigillo in luvio geroglifico. Le ipotesi si fondano quindi su pochi nomi propri conservati dai testi ittiti e sui nomi dei personaggi troiani dell'Iliade, composta alcuni secoli dopo. Dagli anni ottanta del Novecento la proposta più discussa è che a Troia si parlasse luvio, una lingua anatolica indoeuropea; altri studiosi hanno pensato al greco, a un'altra lingua anatolica, al tracio, e c'è chi ritiene che i dati disponibili non permettano di decidere.

Negli scavi di Troia non è mai comparso neppure un frammento di tavoletta. Trevor Bryce lo giudica sorprendente anche tenendo conto dei due millenni durante i quali il sito restò abitato dopo l'età del bronzo e della rozzezza dei primi scavi, quelli di Heinrich Schliemann. Se mai se ne trovassero, osserva Bryce, sarebbero con ogni probabilità in ittita: è in ittita tutta la corrispondenza conservata fra la corte di Ḫattuša e i regni dell'Anatolia occidentale, e in una lettera inviata da Arzawa al faraone Amenofi III lo scriba domandò che le risposte arrivassero in ittita e non in accadico, che pure era allora la lingua comune della diplomazia nel Vicino Oriente. L'ittita era dunque, per Bryce, la lingua diplomatica della regione, il che non significa che a Troia lo si parlasse.
L'unico documento scritto è un sigillo biconvesso di bronzo inciso in luvio geroglifico, trovato nel 1995 in uno strato della seconda metà del XII secolo a.C., con il nome di uno scriba su una faccia e quello di una donna sull'altra. Per Joachim Latacz si tratta di un oggetto della cancelleria di Wilusa; Bryce e Ilya Yakubovich ricordano invece che il luvio geroglifico era la scrittura normale dei sigilli in tutto il mondo ittita e che un sigillo è un oggetto portatile, che non dice nulla sulla lingua del luogo in cui è stato trovato.
Per tutta l'area di Wilusa i testi cuneiformi dell'età del bronzo offrono appena otto nomi: quelli di tre persone (i re Kukkunni, Alaksandu e Walmu), di tre divinità e di due luoghi, Wilusa e Tarwisa. Yakubovich osserva che di nessuno si può dimostrare l'origine luvia e che per lo più non è possibile ricondurli a una lingua conosciuta; tutto il resto bisogna ricavarlo dall'Iliade, che ricevette la sua forma definitiva circa cinque secoli dopo i fatti che racconta.
Nel 1970 l'ittitologo Emmanuel Laroche aveva definito l'Anatolia nord-occidentale una «macchia bianca» sulla carta linguistica del II millennio a.C.; in una nota aveva accostato il nome di Priamo al nome luvio Pariya-muwas, ritirando però subito la proposta, perché diversi figli di Priamo portano nomi greci e un'etimologia isolata non prova l'appartenenza di un popolo.
La tesi luvia fu formulata nel 1986 da Calvert Watkins, in una relazione presentata a un convegno al Bryn Mawr College. Watkins riprese l'accostamento di Laroche, notando che Pariya-muwas è il nome di un uomo di Zazlippa, nel Kizzuwatna, e quindi un nome luvio; vi aggiunse quello di Paride con il nome dello scriba ittita Pari-zitis, anch'esso di origine luvia, osservando che Paride porta come il figlio di Ettore due nomi, uno anatolico e uno greco, Alessandro. Propose anche di collegare il nome del troiano Asio al paese di Assuwa, noto dai testi ittiti, e quello di suo padre Irtaco alla parola ittita hartakas, «orso». L'argomento più noto della relazione è però un verso di un canto rituale luvio della città di Istanuwa, «Quando vennero dalla scoscesa Wilusa», che secondo Watkins poteva essere l'inizio di un canto epico luvio e che egli accostò all'epiteto omerico «Ilio scoscesa». Watkins concluse che il luvio era «debolmente compatibile» con i dati, e che, se i Luvi avevano un canto su Wilusa, non ne seguiva che a Wilusa si parlasse luvio.
Dopo il ritrovamento del sigillo, Frank Starke sostenne nel 1997 che anche Wilusa appartenesse alla «grande comunità linguistica luvia». Il suo argomento principale è la forma più antica del nome, Wilusiya, attestata solo in una copia degli annali di Tudhaliya I: come Arzawiya rispetto ad Arzawa, il suffisso -iya- sarebbe quello degli aggettivi luvi, e mostrerebbe che gli inviati di Wilusa a Ḫattuša parlavano luvio. Starke ammise che questo non è ancora una prova, perché il luvio poteva essere solo la lingua comune fra gli inviati e gli Ittiti, ma ritenne che per smentirlo servirebbero testi non luvi provenienti da Troia. Interpretò inoltre il nome luvio Priyamuwa come «di straordinario coraggio», notando che l'equivalenza con Priamo richiede un accorciamento del nome, frequente in greco. Starke si appoggiava anche al fatto che il trattato di Alaksandu colloca Wilusa insieme a Mira, alla Terra del fiume Seha e a Hapalla fra le «terre di Arzawa», e al fatto che nelle leggi ittite più antiche la regione a ovest dell'Halys è detta «paese di Luwiya», sostituito poi da «paese di Arzawa».
Joachim Latacz giudicò «praticamente fuori discussione» il luvio come lingua ufficiale di Wilusa, ma dubbio il passo verso il luvio come lingua d'uso quotidiano. Ricordò che dei sedici nomi della genealogia dei re troiani nel ventesimo libro dell'Iliade Hans von Kamptz ne aveva riconosciuti nove come non greci, e spiegò il nome greco di Alaksandu ipotizzando che fosse figlio di una concubina greca di Kukkunni o un greco adottato; riportò anche l'opinione di Günter Neumann, secondo cui alcuni nomi della Troade, come Troo, Troilo, Pedaso e il fiume Satnioente, rivelano una lingua della famiglia ittito-luvia. Concluse che la tesi di Starke poteva essere giusta, ma che per decidere servivano altri dati. Nel 2006 Bryce ha delineato uno scenario in cui, verso il 1700 a.C., un'élite di lingua luvia avrebbe preso il potere nella Troade e costruito Troia VI, regnando su abitanti di origine diversa: discendenti delle popolazioni precedenti e mercanti venuti da fuori.
Bryce stesso espone le obiezioni principali: Wilusa è detta terra di Arzawa solo nel trattato di Alaksandu, mentre nella sua prima menzione, fra i paesi della coalizione di Assuwa, è nominata a parte; la forma Wilusiya non prova che gli abitanti fossero di lingua luvia; secondo Hans Gustav Güterbock i nomi di Kukkunni e Alaksandu non hanno un significato riconoscibile in luvio e potrebbero essere greci, secondo H. Craig Melchert Alaksandu è compatibile con il lidio quanto con il luvio, e Günter Neumann ha pensato a una lingua del gruppo anatolico settentrionale, quello dell'ittita, del palaico e del lidio. Bryce conclude comunque che i dubbi sono stati sopravvalutati.
La critica più sistematica è quella di Ilya Yakubovich, nel 2010. Alaksandu corrisponde con ogni probabilità al greco Aléxandros, e il dio Appaliunas, invocato fra i testimoni del trattato, potrebbe essere Apollo; il raggruppamento di Wilusa fra le terre di Arzawa fu una scelta politica, perché nei trattati del re Muršili II le terre di Arzawa sono soltanto tre e Alaksandu vi fu aggiunto in quanto vassallo di pari rango. Quanto ai nomi omerici, l'etimologia luvia di Priamo resta isolata, quella di Paride proposta da Watkins è arbitraria e il nome di Irtaco non può corrispondere a una parola luvia per ragioni fonetiche. Il verso di Istanuwa, che riflette la tradizione orale dei Luvi stanziati lungo il fiume Sangario, non lontano da Troia, prova soltanto contatti fra gli abitanti di Wilusa e quei Luvi. La forma Wilusiya, infine, dimostra per Yakubovich che i primi contatti degli Ittiti con l'Occidente passarono attraverso i Luvi, loro vicini occidentali, ma non dice nulla della lingua di Wilusa: l'unica attestazione di quella forma è in un contesto militare, mentre i documenti diplomatici usano sempre Wilusa. Yakubovich concorda con Bryce sul fatto che nessun dato esclude una presenza luvia a Wilusa, ma sottolinea che nessun dato la sostiene, e conclude che i dati attuali non permettono di rispondere alla domanda.
Nell'Iliade Achei e Troiani parlano fra loro senza interpreti, mentre il poeta osserva che gli alleati di Troia, venuti da molti paesi, parlavano lingue diverse. Watkins considerava questa una convenzione epica, come quella per cui gli Arabi parlano spagnolo nel Cantar de mio Cid e francese nella Chanson de Roland; riteneva che i nomi greci di molti Troiani fossero invenzioni poetiche La similitudine del quarto libro, in cui il grido di guerra dei Troiani somiglia al belato di un gregge chiuso in un cortile, gli sembrava esprimere il modo in cui un soldato percepisce chi parla una lingua che non capisce. Anche Yakubovich esclude che le conversazioni senza interpreti e la simpatia con cui il poema descrive Ettore provino che i Troiani fossero greci.
Louis Godart ha sostenuto invece nel 2020 che l'élite di Troia fosse greca. Il nome del re di Wilusa del XIII secolo è greco, e per Godart probabilmente lo era anche il re; nelle tavolette in lineare B di Pilo compare il nome di Ettore (e-ko-to) e a Micene quello femminile di Alessandra (a-re-ka-sa-da-ra); la ceramica micenea è abbondante negli strati del XIII secolo. Omero, che non distingue Achei e Troiani per lingua, religione o costumi, rispecchierebbe quindi ciò che accadeva sulla rocca negli ultimi decenni del XIII secolo, quando a governarla sarebbe stata un'aristocrazia micenea. Yakubovich osserva però che i nomi di persona possono essere presi in prestito per prestigio, e che Alaksandu potrebbe essere nato da un matrimonio dinastico misto, come ipotizza Latacz; per Bryce la ceramica micenea, presente a Troia dal 1600 a.C. circa, è una parte minima di quella trovata sul sito e non indica un insediamento miceneo.
Oltre a quella di Neumann per una lingua del gruppo anatolico settentrionale, imparentata con il lidio o con il misio, è stata proposta da Gindin un'origine tracia dei nomi troiani. Yakubovich osserva che entrambe le ipotesi si basano su nomi trasmessi dalle fonti greche e che, poiché Traci, Lidi e Misi vivevano nell'Anatolia nord-occidentale all'inizio dell'età del ferro, non si può stabilire se quei nomi conservino il ricordo dell'età del bronzo o siano aggiunte posteriori; lo stesso vale per i nomi greci di Ettore, Andromaca o Deifobo.
In una nota Yakubovich menziona anche i Tirreni, sulla sola base del racconto di Erodoto che li fa emigrare dalla Lidia in Italia e della teoria di Robert Beekes, che ha collegato quella migrazione alla leggenda della fuga di Enea; lo stesso Yakubovich osserva però che un'identificazione dei Troiani con i Tirreni non avrebbe alcun sostegno linguistico, e Beekes non la propone. La ricostruzione con cui Beekes, nel 2002 e nel 2003, sostenne l'origine anatolica degli Etruschi non ha trovato consenso, e le obiezioni vengono da più discipline. Sul piano archeologico, per Rex E. Wallace la migrazione dalla Lidia di cui parla Erodoto non trova riscontro in alcun dato materiale o linguistico, e la cultura materiale etrusca si sviluppa senza interruzioni da quella dell'età del bronzo; Carlo De Simone aggiunge che a Lemno, dove Beekes vedeva un residuo di quella migrazione, i Tirreni non sono documentati prima del 700 a.C. circa. Sul piano linguistico lo stesso De Simone osserva che la ricostruzione di Beekes non poggia su un confronto fra le grammatiche, ma su tradizioni letterarie, da Erodoto a Omero, e su accostamenti di nomi propri, e per l'anatolista Zsolt Simon gli argomenti raccolti da Beekes a favore di un'origine anatolica sono privi di validità; la tesi stessa sarebbe nata già nell'antichità per spiegare la presenza di Tirreni in un'isola dell'Egeo. Sul piano genetico, lo studio archeogenomico pubblicato nel 2021 da Cosimo Posth e collaboratori non ha trovato negli Etruschi dell'età del ferro alcun segnale di apporti recenti dall'area egeo-anatolica: il loro profilo genetico è locale e simile a quello dei popoli vicini, come i Latini. Lo storico Gary Forsythe, infine, giudica il racconto di Erodoto sull'origine lidia degli Etruschi degno dello stesso credito della leggenda delle origini troiane dei Latini: due storie che appartengono alla mitografia greca e che non vanno prese come storia.
Watkins, dal canto suo, riteneva probabile che a Troia si parlassero più lingue: l'Iliade fa di Priamo, in gioventù, un alleato dei Frigi e della moglie Ecuba la sorella del frigio Asio, e la situazione di bilinguismo diffuso nota per l'impero ittita doveva ripetersi nell'Anatolia nord-occidentale; nell'esercito troiano, composto da alleati di molte lingue, poteva esistere una lingua franca, diversa da quella della città.