| Luigi Chiatti | |
|---|---|
| Altri nomi | Antonio Rossi |
| Soprannomi | Mostro di Foligno |
| Nascita | Narni, 27 maggio 1968 |
| Vittime accertate | 2 |
| Periodo omicidi | 4 ottobre 1992 - 7 agosto 1993 |
| Luoghi colpiti | Foligno |
| Metodi uccisione | strangolamento, accoltellamento |
| Altri crimini | pedofilia, adescamento di minorenni, sequestro di persona, occultamento di cadavere |
| Arresto | 7 agosto 1993 |
| Provvedimenti | Ergastolo tramutato in 30 anni di carcere; internato in proroga in una REMS alla scadenza della pena |
| Periodo detenzione | 7 agosto 1993 - 3 settembre 2015 in carcere, a seguire in REMS |
Luigi Chiatti (nato Antonio Rossi; Narni, 27 maggio 1968) è un serial killer italiano.
È comunemente noto con il soprannome, datogli dalla stampa e in parte da lui stesso adottato, di mostro di Foligno.
Nacque come Antonio Rossi, figlio di Marisa Aloigi Rossi, originaria di Rieti e impiegata come domestica presso una facoltosa famiglia di Roma: stando alle sue testimonianze, il bambino sarebbe stato concepito a seguito di una violenza sessuale perpetrata dal suo datore di lavoro (rimasto ignoto), che subito dopo la licenziò e rifiutò di riconoscere il nascituro. Rimasta sola, e disconosciuta anche dalla propria famiglia, la giovane riuscì comunque a portare a termine la gravidanza: non potendo però provvedere ai bisogni del bimbo, lo abbandonò poco dopo la nascita.
Il piccolo Antonio trascorse così i suoi primi anni di vita in un brefotrofio di Narni, talora ricevendo le visite della madre, che desiderava riprenderlo con sé, ma non ne aveva la capacità materiale e spirituale. Nei documenti dell'istituto viene descritto come incline alla solitudine e caratterialmente ostile, soprattutto verso le figure femminili, che identificava unicamente come fonte di punizioni e rimproveri; aveva legato in maniera strutturata «secondo uno schema di dipendenza» con un solo altro convittore.
Poco prima di compiere sei anni, venne adottato dal medico Ermanno Chiatti e dalla moglie Giacoma Ponti, residenti a Foligno. Quando l'adozione divenne ufficiale, il 13 giugno 1975, il nome gli fu cambiato in Luigi Chiatti.
Diplomatosi come geometra, fece un periodo di apprendistato in uno studio e assolse il servizio militare di leva; dava a vedere un habitus educato e attento, pur se con occasionali episodi di aggressività. Si iscrisse poi all'università di Perugia, andando a vivere in collegio, da cui fu però cacciato all'età di 21 anni con l'accusa di aver compiuto piccoli furti. La famiglia, preoccupata per gli scatti riottosi e per la solitudine del figlio (che di fatto era descritto come privo di amicizie) si era rivolta a uno psicologo di Roma, ma Luigi vi era andato sporadicamente.
Nel pomeriggio di domenica 4 ottobre 1992, Simone Allegretti, un bambino di 4 anni, scomparve nella campagna fra Foligno e Bevagna; il suo corpo senza vita (fu strangolato e accoltellato), con chiari segni di violenza sessuale, venne ritrovato due giorni dopo lungo una scarpata, non molto lontano da dove era scomparso. Poco prima del ritrovamento del cadavere, la Polizia aveva ricevuto una telefonata muta da una cabina telefonica davanti alla stazione ferroviaria, in pieno centro di Foligno; recatisi a ispezionarla, gli agenti vi avevano rinvenuto un biglietto firmato “il Mostro” che rivendicava l'omicidio e forniva dettagli precisi su dove si trovasse il corpo e sull'abbigliamento della vittima. Il biglietto inoltre asseriva la volontà dell'omicida di colpire ancora e conteneva una sorta di appello a intervenire per fermarlo.
La questura di Perugia attivò un numero verde e venne offerta una ricompensa in denaro per la raccolta di informazioni utili alla cattura dell'assassino. Il 13 ottobre un uomo chiamò il numero verde più volte identificandosi come il Mostro di Foligno. Grazie a queste telefonate la sua utenza venne rintracciata, portando all'identificazione di Stefano Spilotros, un giovane agente immobiliare lombardo. A fronte di alcune incongruenze (ivi compresa la telefonata muta con successivo bigliettino di rivendicazione, che scagionava esplicitamente Spilotros) e testimonianze di amici e parenti dell'arrestato, che affermavano che quella domenica egli si trovava con loro a Rodano, in provincia di Milano, venne disposta un'ulteriore autopsia sul corpo della vittima, che escluse la sua colpevolezza, rivelandolo quale mero mitomane. Il forte clima di isteria creatosi attorno alla vicenda suscitò altre situazioni analoghe: un giovane operaio della provincia di Macerata si suicidò impiccandosi e lasciando un biglietto con scritto: "Sono io il mostro, perdonatemi". Del caso si interessarono anche gli uomini della Squadra Anti Mostro (SAM), unità congiunta tra Carabinieri e Polizia di Stato istituita nel 1984 per indagare sui delitti del mostro di Firenze.
Il 22 ottobre 1992, la Polizia ricevette una nuova chiamata muta da una cabina telefonica presso l’aeroporto di Foligno; qui fu trovato un ulteriore messaggio firmato “il Mostro”, nel quale veniva annunciata l’imminenza di una nuova azione delittuosa, rinnovando lo strano appello alle Forze dell’Ordine affinché riuscissero a fermare l’assassino. Successivamente, l'8 aprile 1993 venne scoperto il furto della foto dalla tomba di Simone Allegretti al cimitero di Fiamenga; malgrado la proposta avanzata da uno degli inquirenti, il camposanto non era stato sottoposto a videosorveglianza, in quanto i costi per la posa dell'impianto erano stati giudicati eccessivi.
Il 7 agosto 1993 l'assassino tornò a colpire: il cadavere del tredicenne Lorenzo Paolucci, ucciso a coltellate, fu ritrovato in un dirupo a Casale, borgo di campagna del folignate. Gli inquirenti, seguendo a ritroso la scia di sangue che arrivava al cadavere, giunsero all'abitazione dove i Chiatti trascorrevano le ferie; la dimora fu perquisita e dentro un fustino di detersivo vennero rinvenuti ciabatte e occhiali identificate come appartenenti al ragazzino ucciso. Luigi Chiatti fu subito trasferito in commissariato a Foligno; nel mentre la perquisizione portò al rinvenimento, in una buca scavata in giardino, di un pennarello ritenuto compatibile col tratto delle lettere di rivendicazione collocate nelle cabine telefoniche, di alcuni floppy disk su cui erano salvati documenti di testo contenenti un progetto per rapire bambini e vivere con loro in clandestinità per sette anni, e di alcuni disegni infantili. Nella soffitta della casa furono invece trovati, chiusi in scatole e borsoni, vari articoli per l'igiene personale e abiti da adulto e da bambino. Infine, in una discarica a Sassovivo (dove alcuni testimoni avevano visto Luigi Chiatti buttare dei sacchi della spazzatura), furono ritrovati altri abiti, l'orologio appartenuto a Simone Allegretti e la sua fotografia trafugata dal cimitero.
Dopo un'iniziale reticenza, Luigi Chiatti confessò entrambi gli omicidi; agli inquirenti disse di aver «maturato l'idea di scappare di casa e rapire due bambini in tenerissima età, un anno o poco più, per tenerli con me per la durata di sette anni. A questo scopo, fin dall'estate del 1992, e forse anche un po' prima, avevo cominciato a fare provviste di abiti per bambini da 3 a 7 anni. [...] Compravo ogni tanto capi di vestiario, preferibilmente non a Foligno, e preferibilmente nei grandi magazzini dove non c'erano commessi che potessero ricordarsi di me». Ciò, a suo dire, allo scopo di «risolvere il problema della mia solitudine. Non ho mai creduto che gli adulti potessero essermi d'aiuto perché con loro non riesco a entrare in sintonia. Mentre i bambini sono più intelligenti e a mio avviso capiscono subito se uno è buono o no».
Il 1º dicembre 1994 cominciò il processo a carico di Luigi Chiatti, accusato dell'omicidio di Simone Allegretti e Lorenzo Paolucci. La linea difensiva fu volta a dimostrare l'incapacità di intendere e di volere dell'imputato, che raccontò la propria esperienza di vita con i toni di una sorta di giustificazione per i propri comportamenti: disse di non ricordare nulla degli anni nel brefotrofio, e che le visite che vi aveva compiuto non gli avevano fornito alcun elemento utile per recuperare la memoria. Al contempo, sostenne di aver cercato vanamente di mettersi in contatto con la madre naturale. Quanto al rapporto con la famiglia adottiva, Luigi Chiatti lo descrisse come quasi inesistente e oppressivo: i genitori testimoniarono circa alcuni comportamenti violenti nei loro confronti e di aver scoperto l'acquisto di prodotti per bambini da parte del figlio già nel 1989.
Luigi Chiatti dichiarò che la sua intenzione non era uccidere i bambini, ma rapirli per mettere in pratica il proprio progetto, il cui scopo era, a suo dire, avere con sé delle persone capaci di volergli bene. Gli omicidi erano poi sopraggiunti, nella sua lettura, in quanto non sopportava sentire i bambini piangere.
In primo grado, Luigi Chiatti fu ritenuto capace di intendere e di volere al momento degli omicidi: il 28 dicembre 1994 venne condannato a due ergastoli.
L'11 aprile 1996 la corte d'Assise d'Appello di Perugia riformò la sentenza di primo grado, dichiarando Luigi Chiatti semi-infermo di mente e condannandolo a 30 anni di reclusione; il 4 marzo 1997, infine, la Corte suprema di cassazione confermò la sentenza d'appello, rendendo quindi definitiva la condanna inflitta in quella sede.
Chiatti ha scontato la pena detentiva nel carcere di Prato; chiese due volte dei permessi premio, che gli vennero rifiutati. Nel giugno del 2009 si diffuse la notizia di una sua uscita per qualche ora dal carcere, ma gli avvocati smentirono.
Il 3 settembre 2015, con tre anni d'anticipo a seguito di indulto, Luigi Chiatti ha terminato di scontare la sua pena in carcere; in ragione del permanere della sua pericolosità (a Vittorino Andreoli aveva infatti confidato di poter uccidere ancora), è stato disposto il suo internamento per almeno altri tre anni in una Rems (tipo di struttura che dal 2015 ha sostituito i vecchi ospedali psichiatrici giudiziari) a Capoterra, in Sardegna, non essendo a disposizione un'idonea struttura in Toscana. Dal 2018, a seguito di valutazioni del Tribunale di sorveglianza di Cagliari, la permanenza di Chiatti presso la Rems è stata ulteriormente prorogata, ritenendo concreto il pericolo di reiterazione dei reati.