Il termine manodopera indica la forza lavorativa, prevalentemente manuale, adibita a un'attività produttiva in modo più o meno continuativo da un datore di lavoro. Per estensione si può parlare di manodopera per tutta la forza lavoro in generale, compresi gli addetti alle mansioni amministrative e impiegatizie. Sono sicuramente esclusi da tale definizione i dirigenti e i professionisti eventualmente operanti all'interno di un'impresa.
Sebbene per manodopera s'intenda definire coloro che sono addetti a un'attività lavorativa, si può comprendere in tale gruppo anche coloro che sono temporaneamente inoccupati, ma in attesa di essere assunti e impiegati.
Il lavoro formale è qualsiasi impiego strutturato, regolamentato dalla legge e regolarmente retribuito. A differenza del settore informale (che opera ai margini dei controlli fiscali e normativi, senza contratti ufficiali o tutele) il lavoro formale garantisce diritti e stabilità. Sebbene anche l'economia informale produca beni e servizi che concorrono alla ricchezza complessiva di un paese, essa sfugge alla tassazione e ai sistemi previdenziali ufficiali. Può essere pagato o no, ed è sempre non strutturato e non regolamentato. L'occupazione formale è più affidabile dell'occupazione informale. L'occupazione formale è più stabile e sicura rispetto a quella informale. In genere, infatti, la prima garantisce redditi più alti e offre maggiori benefici, tutele e garanzie sia agli uomini che alle donne.
Il settore informale rappresenta una componente rilevante e in espansione dell'economia globale, soprattutto nei paesi in via di sviluppo. Secondo uno studio di Jacques Charmes, nel 2000 il lavoro informale rappresentava il 57% dell'occupazione non agricola, il 40% dell'occupazione urbana e l'83% dei nuovi posti di lavoro in America Latina, mentre in Africa il 78% dell’occupazione non agricola, il 61% dell’occupazione urbana e il 93% dei nuovi posti di lavoro. In seguito alle crisi economiche si registra abitualmente il trasferimento di una parte della forza lavoro dal settore formale a quello informale. Questa tendenza, ad esempio, è stata documentata a partire dalla crisi finanziaria asiatica del 1997.

Il lavoro informale colpisce in modo particolare le donne, che vi si rifugiano molto più spesso rispetto agli uomini a causa della mancanza di alternative nel settore regolare. Di conseguenza, pur rappresentando per il genere femminile la principale fonte di occupazione, questo tipo di lavoro le lascia del tutto prive di tutele, diritti e sicurezza economica. Esse contribuiscono al settore informale dell'economia attraverso occupazioni come lavoro a domicilio e vendita ambulante. Il Penguin Atlas of Women in the World mostra che negli anni '90 l'81% delle donne erano venditrici ambulanti in Benin, il 55% in Guatemala, il 44% in Messico, il 33% in Kenya e il 14% in India.
Nei paesi in via di sviluppo il settore informale impiega mediamente il 60% delle lavoratrici. Le percentuali specifiche sono dell'84% nell'Africa subsahariana e del 58% nell'America Latina (per gli uomini rispettivamente il 63% e il 48%). In Asia sono impiegati nel settore informale il 65% delle lavoratrici e il 65% dei lavoratori. A livello globale, una percentuale significativa di donne formalmente occupate è attiva anche nel settore informale, andando ad alimentare la cosiddetta manodopera sommersa.
Secondo uno studio della FAO del 2021, l’85% dell’attività economica in Africa è condotta nel settore informale, dove le donne rappresentano quasi il 90% della manodopera. Secondo l’analisi sull’occupazione del 2016 dell’ILO, nell’Africa subsahariana il 64% dell’occupazione informale riguarda l’agricoltura. Le donne presentano tassi di occupazione informale più elevati: il 92% delle donne rispetto all'86% degli uomini.
Sia il lavoro formale sia quello informale possono essere a loro volta suddivisi in agricolo e non agricolo. La sociologa Martha Chen e altri ricercatori evidenziano una stretta correlazione tra queste quattro categorie. La maggior parte del lavoro agricolo è informale; il Penguin Atlas for Women in the World lo definisce "non registrato" o "non strutturato". Secondo Martha Chen e altri, il lavoro informale costituisce il 48% del lavoro non agricolo nel Nord Africa, il 51% in America Latina, il 65% in Asia e il 72% nell’Africa subsahariana.
L’agricoltura e il lavoro informale sono tra le più importanti fonti di sostentamento per le donne. Si stima che le donne rappresentino circa il 70% dei commercianti transfrontalieri informali e che prevalgano anche tra i proprietari di micro, piccole e medie imprese (MPMI). Le PMI sono più vulnerabili agli shock e alle perturbazioni del mercato. Per le PMI a conduzione femminile, ciò è spesso aggravato dalla mancanza di accesso al credito e alla liquidità finanziaria rispetto alle imprese più grandi.

Un bracciante agricolo è una persona impiegata nel settore agricolo. Nel diritto del lavoro, tuttavia, il termine viene talvolta utilizzato in senso più restrittivo per indicare esclusivamente il lavoratore salariato impegnato direttamente nelle attività di produzione e raccolta nei campi, escludendo altre mansioni marginali o amministrative svolte all'interno dell'azienda agricola.
Il lavoro agricolo varia ampiamente a seconda del contesto, del grado di meccanizzazione e della coltura. In paesi come gli USA, dove c’è un calo di cittadini statunitensi che lavorano nelle aziende agricole, per colture ad alta intensità di manodopera, come frutta e verdura, viene reclutata la forza lavoro qualificata temporanea o itinerante proveniente dall’estero. I lavoratori agricoli sono spesso la prima categoria colpita dagli impatti sulla salute dei problemi ambientali legati all'agricoltura, come l'effetto di pesticidi o l'insorgenza di altri problemi sanitari come la coccidioidomicosi. Per affrontare i problemi ambientali, quelli legati all’immigrazione e le condizioni di lavoro marginali, i lavoratori agricoli organizzano o sostengono molti movimenti per i diritti del lavoro e la giustizia ambientale ed economica.
Anche il lavoro retribuito e non retribuito è strettamente correlato al lavoro formale e informale. Alcuni lavori informali non sono retribuiti o pagati in nero. Il lavoro non retribuito può essere quello svolto a casa a favore della famiglia, come assistenza all'infanzia, o il lavoro quotidiano abituale effettivo che non è ricompensato monetariamente, come il lavoro nei campi. I lavoratori non retribuiti hanno un reddito pari a zero e, sebbene il loro contributo sia rilevante, è difficile stimarne il vero valore. Il dibattito è ancora aperto. Uomini e donne tendono a lavorare in settori diversi dell’economia, indipendentemente dal fatto che il loro lavoro sia retribuito o no. Le donne si concentrano prevalentemente nel settore dei servizi, mentre gli uomini nel settore industriale.
Nell'ambito del mercato del lavoro retribuito, le donne registrano in media un minor numero di ore lavorate rispetto agli uomini. Tale divario è correlato al carico di lavoro domestico e di cura non retribuito, che a livello globale grava in misura sproporzionata sul genere femminile.
Secondo il Penguin Atlas of Women in the World, pubblicato nel 2008, in Madagascar le donne dedicano ai lavori domestici 20 ore settimanali, mentre gli uomini solo due, In Messico le donne 33 ore e gli uomini 5 ore, in Mongolia le donne 27 e gli uomini 12. In Spagna le donne vi dedicano 26 ore, mentre gli uomini 4 ore. Solo nei Paesi Bassi gli uomini impiegano in attività domestiche o in lavoro in casa il 10% in più di tempo rispetto alle donne.
Il Penguin Atlas of Women in the World afferma inoltre che nei paesi in via di sviluppo, a differenza degli uomini, le donne e le ragazze trascorrono una notevole quantità di tempo settimanalmente per andare a prendere l’acqua. Ad esempio, in Malawi le donne ci mettono 6,3 ore a settimana, mentre gli uomini 43 minuti, le ragazze 3,3 ore, mentre i ragazzi 1,1 ore. Anche se sia le donne che gli uomini dedicano del tempo ai lavori domestici e ad altre attività non retribuite, anche questo lavoro è caratterizzato da un determinato genere.
Nel Regno Unito, nel 2014, due terzi dei lavoratori in congedo per malattia di lunga durata erano donne, nonostante costituissero solo la metà della manodopera, anche escludendo il congedo di maternità.
L’offerta globale di lavoro è quasi raddoppiata in termini assoluti tra gli anni ’80 e l’inizio degli anni 2000, e per metà tale crescita si deve all’Asia. Allo stesso tempo il tasso di entrata di nuovi lavoratori nel mondo occidentale cominciò a diminuire. Al bacino crescente di manodopera globale i datori di lavoro delle economie più avanzate accedono attraverso vari metodi, tra cui le importazioni di beni, la delocalizzazione della produzione e l’immigrazione. La ricerca di forza lavoro a basso costo su scala internazionale è, in parte, il risultato di questa enorme crescita della manodopera. Mentre la maggior parte dell’aumento di questa offerta di lavoro globale in termini assoluti consiste in lavoratori meno istruiti (senza istruzione superiore), l’offerta di lavoratori con un’istruzione superiore è aumentata nello stesso periodo di circa il 50%. Dal 1980 al 2010 la manodopera globale è cresciuta da 1,2 a 2,9 miliardi di persone. Secondo un rapporto del 2012 del McKinsey Global Institute, ciò è stato causato principalmente dai paesi in via di sviluppo, dove si è verificata una transizione “dalla fattoria alla fabbrica”. I posti di lavoro non agricoli sono cresciuti dal 54% nel 1980 a quasi il 73% nel 2010. Questa industrializzazione ha fatto uscire dalla povertà circa 620 milioni di persone e ha contribuito allo sviluppo economico di Cina, India e altri paesi.
Con la “vecchia” divisione internazionale del lavoro, fino al 1970 circa, le aree sottosviluppate venivano incorporate nell’economia mondiale principalmente come fornitori di minerali e di materie prime agricole. Ma man mano che le economie in via di sviluppo si fondono nell’economia mondiale, la produzione in esse cresce. Ciò porta a una tendenza di trasferimento, o a quello che è anche noto come "spostamento industriale globale", in cui i processi produttivi vengono trasferiti dai paesi sviluppati (come gli Stati Uniti, i paesi europei e il Giappone) ai paesi in via di sviluppo in Asia (come Cina, Vietnam e India), Messico e America Centrale. Spinte dalla ricerca di una maggiore economicità, le imprese delocalizzano così le fasi di produzione e assemblaggio ad alta intensità di manodopera in aree geografiche caratterizzate da costi notevolmente inferiori.
Ma non solo i processi produttivi vengono spostati verso i paesi in via di sviluppo. La crescita dell’outsourcing offshore di servizi IT, come lo sviluppo di software su misura e la gestione esternalizzata di processi aziendali (BPO - Business Process Outsourcing), è legata alla disponibilità di grandi quantità di infrastrutture di comunicazione affidabili e convenienti in seguito all’espansione delle telecomunicazioni e di Internet della fine degli anni ’90.
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