Mario Borghi (Sanremo, 19 luglio 1964) è un criminale italiano, ex maresciallo dei Carabinieri condannato in via definitiva per una serie di reati commessi alla fine degli anni novanta in Sardegna. Secondo gli atti giudiziari, fu indicato come il capo di un gruppo criminale organizzato definito dalla stampa la Banda delle nigeriane, responsabile di rapine a mano armata ai danni di prostitute extracomunitarie e dei loro clienti.

Sposato e padre di una figlia, Mario Borghi di Ozieri intraprese la carriera nell'Arma dei Carabinieri nel 1986. Prima delle vicende giudiziarie che lo resero noto, prestava servizio come maresciallo presso la caserma di Sassari, dove era addetto all'ufficio denunce.
Il 7 maggio 1996, su richiesta del giudice per le indagini preliminari, Mario Borghi fu arrestato e condotto nel carcere militare di Forte Boccea con l'accusa di essere il promotore di una banda che rapinava prostitute nigeriane e i clienti con cui si appartavano. Gli episodi si verificarono principalmente nella zona industriale di Predda Niedda, nei pressi di Sassari.

Secondo gli atti giudiziari, per compiere le rapine a mano armata Borghi utilizzava la sua auto privata, una Hyundai di colore bianco, la pistola d'ordinanza e il tesserino da pubblico ufficiale. Durante gli interrogatori dei due complici emerse inoltre che Borghi non si limitava a rapinare a mano armata prostitute e clienti, ma negoziava anche assegni di provenienza illecita attraverso l'utilizzo e la cessione di documenti falsi, patenti e carte d'identità. Una delle donne sentite durante le indagini riferì di essere stata rapinata due volte a distanza di due giorni e lo identificò attraverso le fotografie che le vennero mostrate in questura. Le indagini ebbero origine dalla denuncia presentata da una prostituta nigeriana di 25 anni priva del permesso di soggiorno, che dichiarò di essere stata rapinata di un milione e mezzo di lire mentre si trovava in automobile con un cliente. Secondo la sua testimonianza, Borghi si era presentato spacciandosi per un poliziotto in borghese e l'aveva costretta a consegnargli tutto il denaro che aveva con sé. La giovane aveva inoltre annotato la targa dell'automobile utilizzata dalla banda, risultata di proprietà del maresciallo. A partire da quel dato, gli investigatori risalirono a Borghi, che venne successivamente riconosciuto anche dalle altre vittime. Durante il processo, una di queste, indicata come testimone chiave, lo riconobbe in aula e lo identificò come uno dei componenti della banda, aggiungendo che era lui a impartire gli ordini ai complici. Prima di quella deposizione, Borghi aveva invece dichiarato agli inquirenti che tutta la vicenda era solo «frutto di fantasie e di fatti inverosimili».
Nel corso degli accertamenti, nella sua automobile fu inoltre rinvenuta la matrice di un verbale di contravvenzione a carico di uno dei membri della banda, strappata dal registro della caserma dei Carabinieri di Sassari presso la quale Borghi prestava servizio. Per questo ritrovamento il maresciallo venne anche imputato per soppressione di atti pubblici.
Le testimonianze dei complici e le intercettazioni telefoniche autorizzate dal pubblico ministero Giuseppe Porqueddu furono determinanti per il suo arresto e la successiva condanna. Dieci giorni dopo l'arresto i difensori presentarono istanza di scarcerazione, alla quale il pubblico ministero si oppose, ritenendo fondato il rischio che, se rimesso in libertà, Borghi sarebbe tornato a delinquere.
Mario Borghi fu condannato in primo grado a sei anni di reclusione per rapina a mano armata, truffa continuata, spaccio di droga, abuso d'ufficio, frode, ricettazione, negoziazione di assegni di provenienza illecita e uso di documenti falsi.

La condanna fu confermata in appello e, in Cassazione, rinunciò a proseguire il ricorso concordando con il procuratore generale una pena definitiva di quattro anni e sei mesi di reclusione il 29 settembre 1999. A seguito della sentenza passata in giudicato, Borghi fu radiato dall'Arma dei Carabinieri, gli fu revocata la pensione di servizio e ricevette l'interdizione perpetua dai pubblici uffici, come previsto dalla normativa vigente per i pubblici ufficiali condannati a pene detentive di particolare gravità.
In un procedimento successivo, fu condannato a un altro anno di reclusione, senza sospensione condizionale della pena, per un tentativo di subornazione, avendo cercato di convincere per telefono una delle vittime, offrendole del denaro, a ritrattare la propria testimonianza. Quest'ultima, viste le numerose minacce telefoniche che continuava a ricevere e su suggerimento di un ispettore di polizia, installò per precauzione un sistema per registrare le chiamate su un'audiocassetta, successivamente utilizzata come prova durante il procedimento giudiziario. Tra le registrazioni acquisite risultò decisiva quella relativa a una conversazione telefonica con Borghi avvenuta la sera prima del processo, il cui contenuto fu reso noto dal quotidiano La Nuova Sardegna.
L’articolo riportava le espressioni con cui l’ex maresciallo tentò di indurre la vittima a rendere false dichiarazioni in aula, tra cui:
Interrogato in aula, l'imputato Mario Borghi dichiarò: «Io sono una persona onesta. E quando dicevo che non c'erano problemi di soldi volevo solo intendere che non potevo essere stato io il rapinatore».
Tuttavia, gli elementi emersi dalle intercettazioni telefoniche, dalle testimonianze rese dagli altri componenti della banda e dalle deposizioni delle vittime che lo riconobbero smentirono la sua versione dei fatti, risultata infondata, e confermarono il quadro accusatorio che portò alla sua condanna definitiva.
Dopo la condanna in via definitiva, Borghi presentò ricorso alla Corte europea dei diritti dell'uomo il 15 gennaio 2000, dichiarando che i suoi diritti fossero stati violati in relazione alla legittimità delle intercettazioni e all'imparzialità dei giudici, a causa dell'ampia copertura mediatica del caso. La Corte osservò che Borghi aveva rinunciato a proseguire il ricorso in Cassazione, preferendo accordarsi con il procuratore generale per una riduzione della pena, e pertanto non aveva esaurito i rimedi interni previsti dalla legge italiana. Inoltre, la Corte rilevò che le trascrizioni delle conversazioni telefoniche relative al tentativo di subornazione, in cui Borghi aveva cercato di convincere una delle vittime a ritrattare la propria testimonianza, erano state prodotte da un privato e presentate volontariamente durante il procedimento. Osservò anche che alcune prove materiali, come un assegno rubato e utilizzato da Borghi per pagare della merce, erano state regolarmente acquisite e non costituivano violazioni dei suoi diritti. In data 20 giugno 2002 il ricorso, classificato come Key cases, categoria utilizzata dalla CEDU per evidenziare provvedimenti di particolare rilevanza giurisprudenziale, fu respinto come inammissibile, confermando che l'intero procedimento giudiziario si era svolto nel pieno rispetto delle garanzie previste dalla legge. La Corte sottolineò inoltre che, essendo Mario Borghi un pubblico ufficiale e considerata la gravità dei reati contestati, la copertura mediatica era legittima poiché l'interesse pubblico, il diritto di cronaca e la libertà di stampa giustificavano la diffusione delle informazioni relative al suo caso. Per la natura del provvedimento e per i principi giuridici richiamati nella sentenza, il ricorso Borghi c. Italia (n. 54767/00) è stato citato come caso di studio di riferimento nel volume di procedura penale del giurista Simone Lonati. Il rilievo giurisprudenziale della pronuncia è stato inoltre oggetto di analisi dottrinale in relazione al tema della democrazia deliberativa e della tutela dei diritti fondamentali, nonché richiamato come precedente significativo nel dibattito sulle criticità del sistema processuale italiano in materia di testimonianze nei casi in cui l'imputato, come nel caso di Borghi, fosse detenuto in carcere.
Durante il processo penale contro Borghi per subornazione di testimone, il giudice Massimo Zaniboni, successivamente eletto presidente del Tribunale di Sassari nel 2017, ricevette una lettera anonima scritta con un normografo contenente minacce di morte che facevano riferimento all'omicidio di Salvatore Dongu, avvenuto a Macomer il 20 gennaio 1999. Zaniboni lesse il contenuto della lettera in aula e dichiarò di aver presentato denuncia alla Procura della Repubblica, chiedendo di potersi astenere dal giudizio, ma il presidente del tribunale Franco Pilo lo autorizzò a proseguire per emettere la sentenza di condanna.
Nel corso del processo, Borghi sostenne che l'audiocassetta contenente le registrazioni del tentativo di subornazione e delle minacce rivolte al testimone chiave fosse stata acquisita illegittimamente e successivamente manomessa per farlo apparire colpevole, ipotizzando che l'autore della manomissione fosse lo stesso che aveva inviato la lettera anonima al giudice.
La difesa di Borghi, rappresentata dall'avvocato Ettore Licheri, chiese quindi che fosse disposta una perizia sull'audiocassetta, ma la richiesta fu respinta perché la corte stabilì che la registrazione era stata correttamente effettuata da un privato e legittimamente prodotta come prova, escludendo che si trattasse di un'intercettazione telefonica ai sensi degli articoli 267-271 del codice di procedura penale, come riportato anche nella decisione della CEDU.
Salvatore Dongu era il difensore di quel testimone chiave che, con le sue denunce, aveva contribuito all'arresto e alle successive condanne di Borghi.
Dopo il periodo di detenzione in carcere, Mario Borghi ha provato a intraprendere la carriera di scrittore "nella speeranza di diventare famoso".
Nel 2012 un suo racconto intitolato Il mio sogno d'amore ha vinto la seconda edizione de Il Racconto Più Brutto, un concorso nato per premiare le opere considerate più «brutte, scritte male e vanagloriose».
Successivamente ha fondato l’associazione culturale Pubblica Bettola, con sede in via Pastorino 32 a Ozieri, attraverso la quale vendeva servizi editoriali e corsi tematici, rimasta attiva per un breve periodo e poi chiusa.
Nel 2014 ha lanciato una campagna di raccolta fondi per l’apertura del circolo culturale Pubblica Bettola, in cui si sarebbero dovuti tenere concorsi letterari, concorsi di canto e attività per bambini. La raccolta fondi ha visto la partecipazione di nove sostenitori e ha raccolto 186 euro.
Nel 2019 ha aperto a Ozieri una libreria in franchising con il marchio Booklet che ha cessato l'attività nel 2023.
Nel 2015 Mario Borghi ha scritto un articolo contenente gravi accuse nei confronti della magistratura di Sassari, affermando di poter testimoniare personalmente in merito a «cosette perse in quella Procura negli anni ’90 o di plichi contenenti droga che venivano addebitati in maniera disinvolta a gente che non c'entrava» e accusando inoltre un giudice di essere «riuscito in una sentenza a dimostrare l’esistenza di un’autovettura mai esistita (la Hyundai Pony)». Tuttavia quelle accuse non furono accompagnate da alcun documento probatorio e risultano in contrasto con il giudicato definitivo del procedimento penale a suo carico, la cui regolarità era già stata confermata dalla Corte europea dei diritti dell’uomo nel 2002.
Sebbene Borghi non menzioni mai il proprio procedimento penale né citi esplicitamente il pubblico ministero che chiese la sua condanna, ha inserito quell'articolo in una categoria del suo blog recante il nome e cognome di quel pubblico ministero, il procuratore Giuseppe Porqueddu.