| Metiprilone | |
|---|---|
| Nome IUPAC | |
| 3,3-dietil-5-metilpiperidin-2,4-dione | |
| Caratteristiche generali | |
| Formula bruta o molecolare | C10H17NO2 |
| Massa molecolare (u) | 183.24748 |
| Aspetto | solido cristallino bianco dall'odore caratteristico e dal sapore amaro |
| Numero CAS | |
| Numero EINECS | 204-745-4 |
| Codice ATC | N05 |
| PubChem | 4162 |
| DrugBank | DBDB01107 |
| SMILES | CCC1(C(=O)C(CNC1=O)C)CC |
| Proprietà chimico-fisiche | |
| Costante di dissociazione acida (pKa) a 298,15 K | 12 |
| Solubilità in acqua | 11,5 g/L |
| Coefficiente di ripartizione 1-ottanolo/acqua | 0.78 |
| Temperatura di fusione | 74 - 77 °C |
| Indicazioni di sicurezza | |
| Frasi H | -- |
Il metiprilone è un composto chimico di formula che in condizioni standard si presenta come un solido cristallino, di colore biancastro, dal lieve odore caratteristico e un gusto amaro.
Il metiprilone è un farmaco a piccola molecola che ha raggiunto la fase IV nei trial clinici ed è stato approvato per la prima volta nel 1982, ma è stato ritirato dal commercio in Canada nel settembre 1990.
Il metiprilone è un composto organico derivato dal piperidinedione, strutturalmente simile all'acido barbiturico. Il composto risulta solubile in benzene e cloroformio, molto solubile in etere e solventi organici (es. alcoli).
| Caratteristiche strutturali | |
|---|---|
| N. di atomi pesanti | 13 |
| N. di donatori di legami a idrogeno | 1 |
| N. di accettori di legami a idrogeno | 2 |
| N. di atomi stereogenici | 1 |
| N. di legami ruotabili | 2 |
| Caratteristiche fisiche | |
| Massa monoisotopica | 183,125928785 Da |
| Superficie polare | 46,2 Ų |
Il 3,3-dietil-2,4(1H,3H)-piridinodione viene idrossilato in posizione 5 mediante trattamento con formaldeide in presenza di un catalizzatore alcalino. Il derivato risultante è poi sottoposto a idrogenazione catalitica, durante la quale l’anello viene saturato e il gruppo idrossi metilico viene deossigenato.
Il composto è sensibile alla luce.
| Standard apolare | 1548, 1497, 1488, 1489, 1505, 1525, 1550, 1511.8, 1493, 1529, 150, 1520, 1500 |
| Semi-standard apolare | 1552, 1543.9, 1547 |
L’assorbimento gastrointestinale è rapido, con la massima concentrazione nel sangue raggiunta entro 1-2 ore dall’ingestione. Non si accumula selettivamente nei sistemi organici. I reni eliminano solo circa il 3% del farmaco immodificato nelle urine. La biotrasformazione avviene tramite ossidazione e successiva coniugazione, ma il sito esatto della trasformazione non è chiaro.
Circa il 20% del composto metabolizzato viene eliminato nelle feci attraverso la circolazione enteroepatica. L’emivita di eliminazione di una dose terapeutica è di 3-6 ore, ma in caso di sovradosaggio l’emivita si prolunga significativamente. La presenza di un metabolita attivo è sconosciuta. L’emivita plasmatica è compresa tra 6 e 16 ore.
Deprime il sistema nervoso centrale (SNC) e l'attività dei tessuti muscolari, del cuore e del sistema respiratorio. Il composto stimola il sistema enzimatico microsomiale epatico e la delta-ALA sintetasi. Di solito induce il sonno entro 45 minuti e garantisce un riposo di 5-8 ore. Una dose da 300 mg sopprime il sonno REM tanto quanto una dose da 100 mg di pentobarbital.
Si tratta di un composto psicoattivo che veniva utilizzato per il trattamento dell'insonnia, ma oggi è raramente impiegato poiché è stato sostituito da farmaci più recenti con meno effetti collaterali, come le benzodiazepine. Veniva utilizzato nella gestione dell'insonnia di varia eziologia in pazienti con insonnia semplice o nervosa.
È necessaria cautela nell’uso di questo farmaco in presenza di insufficienza epatica o renale grave, anche se l’accumulo non è ben documentato. Gli effetti collaterali sono solitamente poco frequenti e lievi. Sono stati segnalati rari casi di sonnolenza mattutina, vertigini ed esofagite. Occasionalmente si verifica un'eccitazione idiosincratica. Può causare dipendenza. La sindrome da astinenza è simile a quella dei barbiturici e include insonnia, confusione, allucinazioni e convulsioni.
Studi condotti su animali (ratti e conigli) con dosi fino a circa 9 volte la dose massima raccomandata per l’uomo non hanno mostrato effetti teratogeni sul feto.
L’alcol potenzia l’effetto del composto.