Metodo combinatorio

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Il metodo combinatorio è il procedimento con cui si studiano i testi di una lingua di attestazione frammentaria e priva di parenti noti ricavandone le forme e i significati dall'interno della documentazione stessa: le iscrizioni in cui ricorre una parola vengono confrontate fra loro, invece di accostare quella parola a parole di aspetto simile in altre lingue. Il metodo nacque nell'Ottocento per lo studio della lingua etrusca, dove il suo principio è riassunto nella formula «spiegare l'etrusco con l'etrusco», e nella manualistica di etruscologia è tradizionalmente presentato come uno dei tre metodi di interpretazione della lingua, accanto al metodo etimologico e al metodo bilinguistico. Procedure analoghe sono state applicate ad altre lingue poco documentate, come l'eteocretese, studiato da Yves Duhoux (1982).

A partire dagli anni settanta del Novecento il metodo è stato ripensato. Il «metodo grammaticale» introdotto da Helmut Rix alla fine di quel decennio ne è considerato da Enrico Benelli una variante aggiornata, mentre per Luciano Agostiniani (2008) l'analisi interna dei testi non è propriamente un metodo di interpretazione, ma la fase preliminare di qualunque interpretazione.

Storia

Deecke e la scuola combinatoria

Le prime acquisizioni sulla lingua etrusca, da Luigi Lanzi ad Ariodante Fabretti, poggiavano ancora in buona parte su un procedimento empirico. Nell'Ottocento il metodo più seguito fu quello etimologico, che confrontava le parole etrusche con quelle di altre lingue presupponendo una parentela; nella versione indoeuropea lo sostenne soprattutto Wilhelm Paul Corssen, che nella sua opera Über die Sprache der Etrusker (Lipsia, 1874-1875) considerava l'etrusco imparentato con le altre lingue indoeuropee. Il metodo combinatorio fu fondato nel 1875 da Wilhelm Deecke nella sua recensione all'opera di Corssen, con la quale l'ipotesi indoeuropea venne screditata. Secondo Giuliano e Larissa Bonfante (2002) fino a quella data il metodo etimologico era stato largamente praticato senza dare risultati apprezzabili.

Sulla stessa linea di Deecke lavorarono Carl Pauli e il norvegese Alf Torp: per Benelli è con questa scuola, negli ultimi decenni dell'Ottocento, che l'interpretazione dell'etrusco comincia davvero. Benelli (2015) descrive il metodo di questa prima generazione come d'impronta positivista: le iscrizioni venivano scomposte e messe in relazione come formule matematiche, nella fiducia che un'applicazione rigorosa avrebbe prima o poi chiarito tutto.

La crisi di fine Ottocento

Il disco di Magliano (V secolo a.C.), scoperto nel 1882: il suo testo, che il metodo combinatorio non riusciva a spiegare, fu dapprima ritenuto un falso

Il limite del metodo emerse con i testi lunghi, nei quali molte parole compaiono una sola volta e non hanno quindi termini di confronto. Del disco di Magliano, venuto alla luce nel 1882, si pensò dapprima che fosse un falso, perché i combinatoristi non riuscivano a darne conto. Nel 1883 Deecke ruppe il sodalizio con Pauli e nel 1884, nel sesto quaderno degli Etruskische Forschungen und Studien, ritrattò le proprie posizioni: tornò al metodo etimologico e, come Sophus Bugge, trattò l'etrusco come una lingua indoeuropea non italica.

Il riconoscimento come etrusco del Liber linteus di Zagabria, nel 1892, aggravò le difficoltà della scuola. Nel 1902 Torp osservava che in Germania la ricerca sull'etrusco era quasi abbandonata e che i risultati da considerare sicuri erano pochi; fu però il solo fra i combinatoristi della prima ora ad affrontare con il metodo combinatorio i testi lunghi, nelle Etruscan Notes del 1905, aprendo la strada agli studiosi che avrebbero ripreso il lavoro due decenni più tardi. Nei primi anni del Novecento prevalsero gli indirizzi etimologici, a cominciare da quello di Elia Lattes, che Benelli considera il maggiore dei «neo-etimologisti»; il combinatorismo sopravvisse soprattutto nell'opera del danese Søren Peter Cortsen, che nel 1917 raccolse in un articolo in latino i risultati sicuri o quasi sicuri dei suoi predecessori e negli anni venti, scrivendo in tedesco, divenne la principale autorità sulla lingua etrusca. Benelli osserva che i metodi combinatori tornati allora in uso sono, nella sostanza, quelli impiegati ancora oggi.

Il metodo bilinguistico

Alla fine degli anni venti, in area tedesca, il metodo combinatorio tornò a prevalere con una nuova generazione di studiosi, fra i quali Emil Vetter, Eva Fiesel e Karl Olzscha; in Italia, dove dominavano gli indirizzi etimologici, vi aderì soltanto Massimo Pallottino, a partire dal 1928-1929. Olzscha, nella sua interpretazione del Liber linteus (1939), affrontò il problema dei testi lunghi confrontandone la struttura con quella di testi di contenuto affine in altre lingue, a cominciare dalle preghiere. Questo procedimento, che prese il nome di «metodo bilinguistico» e fu accolto subito da Pallottino (1940), finì per affiancarsi all'analisi combinatoria più che sostituirla; Benelli lo considera la seconda generazione del combinatorismo.

Il metodo grammaticale

Una nuova fase si aprì nel 1979 con la relazione di Rix al colloquio di Tubinga sulle lamine di Pyrgi, pubblicata nel 1981, che introdusse il «metodo grammaticale», cioè l'applicazione all'etrusco delle procedure di analisi strutturale della linguistica moderna. Benelli lo definisce una terza variante del metodo combinatorio, di cui mantiene l'assunto di fondo. Il grande aumento delle iscrizioni dovuto agli scavi del secondo dopoguerra permise a Rix di applicare il metodo in modo sistematico non soltanto alla ricerca dei significati, ma anche alla struttura grammaticale della lingua: secondo Vincenzo Bellelli e Benelli (2018) ne è risultata la possibilità di comprendere con buona approssimazione la sintassi di quasi tutti i testi etruschi, compresi quelli che non si sanno ancora tradurre. Nello stesso quadro Agostiniani ha formulato un «metodo tipologico», che porta nello studio dell'etrusco gli universali linguistici di Joseph Greenberg; per Bellelli e Benelli metodo grammaticale e metodo tipologico rappresentano una revisione aggiornata del metodo combinatorio, il cui principio resta lo stesso: grammatica e significati si ricavano da confronti incrociati fra le iscrizioni.

Procedimento

Segmentazione dei testi

Ogni analisi presuppone che il testo sia diviso in parole. Nelle iscrizioni etrusche recenti la divisione è segnata dall'interpunzione; in quelle arcaiche, scritte spesso senza separare le parole, la si ricava dal lessico noto da altri testi e dai suffissi che di norma chiudono le parole etrusche, ma alcune iscrizioni restano impossibili da segmentare. Le forme flesse vengono poi ricondotte a un'unica parola: rasnal, rasnas e rasna, per esempio, al tema rasna-. Rex E. Wallace (2008) avverte che questa pratica, ragionevole per una lingua di cui si conoscono pochi significati, deve tenere conto della possibilità che anche in etrusco, come in ogni lingua, esistano parole omonime.

Distribuzione e significato

Il significato di una parola si cerca nella sua distribuzione. Un valore proposto per una parola o per una radice va verificato in tutte le iscrizioni in cui essa compare, non soltanto in quella da cui si è partiti, tenendo conto dei dati grammaticali, delle parole vicine e degli indizi esterni al testo. I Bonfante paragonano il procedimento alla soluzione di un codice cifrato di cui manca la chiave, nel quale si provano combinazioni di lettere diverse finché non si trova quella giusta: allo stesso modo, il significato attribuito a una parola deve dare senso in ogni contesto in cui la parola si trova. L'esame parte di solito da un elemento già acquisito, come un nome di persona o di divinità o un termine del lessico funerario, e cerca di arrivare al significato delle altre parole senza ricorrere a lingue diverse dall'etrusco. Quando una parola è un hapax legomenon, cioè ricorre una sola volta, la verifica non è possibile e il significato proposto resta un'ipotesi.

Wallace osserva che la sola distribuzione è indispensabile per descrivere i contesti sintattici in cui una parola compare, ma dice poco del suo significato al di là di indicazioni molto generali: in pratica l'analisi si appoggia a informazioni esterne alla lingua, come il contesto archeologico del ritrovamento e il tipo di oggetto su cui è scritta l'iscrizione, che servono a circoscrivere l'area di significato delle parole. Agostiniani aggiunge a questi dati la destinazione dell'oggetto, la datazione e l'identità delle persone nominate: è attraverso di essi che il metodo combinatorio arrivava ai significati, mescolando all'analisi formale considerazioni di contesto. Giovannangelo Camporeale (2015) chiama «combinatorio globale» l'indirizzo, prevalso fra gli etruscologi più recenti, che non separa il testo dal monumento o dall'oggetto che lo porta e dalla sua datazione, così da scartare in partenza le ipotesi incompatibili con la natura del supporto.

Le lamine di Pyrgi (intorno al 509-508 a.C.)

Alcuni casi mostrano il peso di questi dati. Le lamine di Pyrgi si leggono alla luce di quanto hanno chiarito l'esame materiale e lo scavo: erano fissate con chiodini di bronzo a un supporto di legno, furono deposte ripiegate, insieme ai chiodini, quando gli edifici del santuario vennero smontati, e i loro testi ricordano la consacrazione del santuario legata alla costruzione del primo tempio monumentale. Il significato di cel, «terra», è stato stabilito grazie all'analisi delle immagini; e lo studio dei contesti ha mostrato che tamera non designava una magistratura, come si era pensato, ma indicava gli ambienti di una tomba a camera. Il metodo incontra invece difficoltà dove i dati di contesto aiutano poco: Rix (1984) osserva che esso non permette di cogliere con facilità il valore delle categorie del verbo, che per questo sono meno note di quelle del nome.

Grado di certezza dei risultati

I significati ricavati in questo modo non hanno tutti la stessa sicurezza di quelli garantiti da un testo bilingue o da una glossa antica. Secondo Bellelli e Benelli il confronto incrociato fra le iscrizioni porta ad alcune certezze, ad alcune ipotesi solide e ad altre proposte più o meno incerte; ipotesi ulteriori possono poggiare soltanto su ciò che è certo, mentre è sconsigliabile costruire deduzioni su un'interpretazione che sia soltanto una fra le molte possibili. Quello che si sa dell'etrusco va quindi considerato per ciò che è, l'esito di una serie di interpretazioni concatenate, fondata su un numero limitato di dati, che potrebbero anche ammettere una lettura coerente diversa. I risultati acquisiti con sicurezza, d'altra parte, possono servire a loro volta come punto di partenza per l'interpretazione di altri testi, alla pari di una bilingue, di una glossa, di un prestito dal latino o dal greco o di un contesto archeologico.

Le conoscenze così ottenute crescono con le nuove scoperte e con lo sviluppo degli studi. Giulio M. Facchetti (2005) ricorda, per esempio, che i morfemi dell'ablativo, a lungo discussi, sono stati confermati anche dalla Tabula Cortonensis, e che nel riesaminare il cippo di Perugia nei suoi Frammenti di diritto privato etrusco (2000) ha potuto servirsi di una conoscenza della morfologia più sicura di quella dei suoi predecessori, in particolare per l'ablativo, il pertinentivo e il plurale.

Rapporto con gli altri metodi

Metodo etimologico

Il metodo etimologico confronta l'etrusco con una lingua nota nell'ipotesi che le due siano geneticamente imparentate. Applicato in chiave indoeuropea, non ha dato risultati: le etimologie proposte non rispettavano le regole della linguistica comparata, e l'etrusco si mostrava diverso dalle lingue indoeuropee proprio nel lessico di base, come il verbo «essere», il «dare» e il «fare», i nomi di parentela, i nomi delle divinità e i numerali. Allo stesso criterio si sono attenuti i tentativi successivi di accostare l'etrusco al greco, all'ittita o alle lingue ugrofinniche e caucasiche, che secondo Camporeale sono falliti perché confrontano fasi tarde delle lingue messe a paragone invece di stadi abbastanza antichi da giustificarne lo sviluppo. Wallace aggiunge che nessuno è riuscito a stabilire fra l'etrusco e un'altra lingua, a parte il retico e il lemnio, né corrispondenze lessicali non spiegabili come prestiti né corrispondenze fonetiche regolari, condizione necessaria per dimostrare una parentela; parole come vinum «vino» o qutum «vaso per bere», presenti anche nelle lingue vicine, sono prestiti.

Agostiniani (2008) precisa che il metodo etimologico applicato all'etrusco non coincide con il metodo comparativo della linguistica indoeuropea: il confronto non avviene fra due parole di significato noto, ma fra una forma dal significato ignoto e una parola nota, e il significato dovrebbe emergere dal confronto stesso. Perché il confronto dia risultati validi occorrono due condizioni: che sia condotto con criteri scientifici, e non con quella che Agostiniani chiama «comparazione selvaggia», e che entrambe le lingue siano padroneggiate, il che per l'etrusco significa conoscere le unità ricavate dall'analisi interna dei testi e i significati che la ricerca ha già attribuito loro, anche solo per discuterli o respingerli. In questo senso Facchetti (2005) ritiene che la ricerca di lingue imparentate con l'etrusco resti legittima solo se tiene conto dei risultati degli studi combinatori più avanzati.

Metodo bilinguistico

Il metodo bilinguistico, detto anche «dei testi paralleli» o «della comparazione storico-culturale», presuppone che nell'Italia antica esistessero formulari comuni a più lingue. Un esempio classico è il confronto fra l'iscrizione etrusca mi larθia, su vasi di metallo prezioso della tomba Regolini-Galassi di Caere (metà del VII secolo a.C.), e l'iscrizione falisca eko lartos, graffita su un calice falisco di bucchero, che permette di tradurre la prima «io (sono) di Larth». Wallace mostra però che il confronto va controllato con l'analisi interna: nelle iscrizioni di possesso osche e greche compare il verbo «essere» alla prima persona, e il paragone con queste potrebbe indurre a interpretare l'etrusco mi come un verbo, cosa che il comportamento della parola in altre iscrizioni esclude, dimostrando che si tratta del pronome «io». Secondo Agostiniani una formulazione più rigorosa di questo metodo ha permesso di acquisire in modo definitivo valori come mlaχ «bello» ed ei «non».

Nella lettura di Agostiniani, ripresa da Bellelli e Benelli, solo i metodi etimologico e bilinguistico, entrambi basati sul confronto fra lingue diverse, sono propriamente metodi di interpretazione; l'analisi combinatoria ne è il presupposto comune, una fase preliminare da cui nessuna interpretazione può prescindere. Agostiniani la paragona all'analisi distribuzionale dello strutturalismo americano: un'analisi formale, inevitabile quando si lavora su un corpus, che da sola però non dice nulla sul significato delle sequenze analizzate.

Limiti e critiche

Bellelli e Benelli osservano che l'efficacia del metodo combinatorio è stata frenata, soprattutto in passato, dalla documentazione, uniforme e ripetitiva nelle formule; il metodo grammaticale e tipologico, che considerano il metodo del futuro, conserva però del combinatorio il difetto principale quando è applicato in modo rigido: ritenendosi sufficiente a sé stesso, rinuncia ai dati del contesto, che sono invece decisivi per stabilire alcuni significati. Benelli (2017) giudica che il metodo grammaticale abbia ormai esaurito, con la documentazione disponibile, gran parte delle sue possibilità, e mette in guardia dal combinatorismo «fai da te»: una traduzione possibile non è per questo accettabile, e se per una parola esistono molte traduzioni ugualmente plausibili, ognuna ha poche probabilità di essere giusta; costruire su catene di simili ipotesi traduzioni di interi testi porta a risultati destinati a cadere. Lo stesso limite vale, secondo Benelli, per le traduzioni proposte su base contestuale per parole rare o attestate una sola volta, che non possono escludere molte altre interpretazioni altrettanto ragionevoli.

Il metodo combinatorio è anche il criterio con cui gli specialisti valutano le proposte di parentela linguistica. Per le tesi di Vladimir Georgiev e di Francisco Adrados, che collegavano l'etrusco al gruppo anatolico, Agostiniani rinvia alle critiche di Robert Beekes, per il quale l'etrusco non è una lingua anatolica. Facchetti rimprovera a Mario Alinei, che nel 2003 ha proposto di leggere l'etrusco come una forma arcaica di ungherese, di aver messo da parte i risultati dell'analisi combinatoria, soprattutto in grammatica, per adattare all'etrusco le desinenze uraliche. Agostiniani ne mostra alcuni effetti: elsśi, trattato da Alinei come parola isolata e accostato all'ungherese első «primo», è in realtà una forma flessa (un pertinentivo) di elš, che compare su una stele di Volterra; menaχe, anch'esso considerato isolato, ricorre in altre tre iscrizioni ed è la forma passiva che corrisponde all'attivo menece di una firma d'artefice, e deve quindi indicare un «fare»; sθ e lθ, in una maledizione da Populonia, sono abbreviazioni di nomi di persona e non parole del lessico.

Note

  1. 1 2 3 Belfiore 2020, p. 206.
  2. 1 2 3 Agostiniani 2008, p. 177; Bellelli, Benelli 2018, p. 77.
  3. 1 2 3 4 5 6 Benelli 2017b, pp. 157-158.
  4. 1 2 3 Agostiniani 2008, p. 178.
  5. ↑ Benelli 2015, p. 93; Wallace 2008, p. 14.
  6. 1 2 Bonfante 2002, p. 61.
  7. ↑ Benelli 2015, p. 93.
  8. ↑ Benelli 2015, pp. 93-94.
  9. ↑ Benelli 2015, p. 94.
  10. ↑ Benelli 2015, pp. 94-95.
  11. ↑ Benelli 2015, p. 96.
  12. 1 2 Bellelli, Benelli 2018, p. 78.
  13. ↑ Belfiore 2020, p. 207.
  14. ↑ Bellelli, Benelli 2018, pp. 78-79.
  15. 1 2 Wallace 2008, pp. 10-11.
  16. 1 2 Facchetti 2005, p. 362.
  17. 1 2 3 Camporeale 2015, pp. 230-231.
  18. ↑ Benelli 2006, p. 265.
  19. 1 2 Bellelli, Benelli 2018, p. 80.
  20. 1 2 Agostiniani 2008, p. 180 n. 135.
  21. ↑ Rix, Cristofani, p. 220.
  22. ↑ Bellelli, Benelli 2018, p. 79.
  23. ↑ Facchetti 2005, pp. 361-362.
  24. ↑ Camporeale 2015, p. 230.
  25. ↑ Wallace 2008, pp. 13-14.
  26. ↑ Agostiniani 2008, pp. 179-180.
  27. ↑ Facchetti 2005, p. 372.
  28. ↑ Camporeale 2015, p. 231.
  29. ↑ Wallace 2008, pp. 11-13.
  30. ↑ Agostiniani 2008, pp. 183-184.
  31. ↑ Benelli 2017b, pp. 158-159.
  32. ↑ Facchetti 2005, p. 371.
  33. ↑ Agostiniani 2008, pp. 181-182.

Bibliografia

Approfondimenti

Voci correlate