
Con microplastica ci si riferisce a piccole particelle di materiale plastico generalmente più piccole di 5 millimetri fino a livello micrometrico. L'inquinamento da microplastiche causato da rifiuti di piccolissime dimensioni che si infiltrano nell'ambiente, negli alimenti e all'interno degli stessi organi degli esseri viventi è ritenuto una minaccia per l'ecosistema e la salute umana.
Esistono due categorie di microplastica: la primaria è prodotta come risultato diretto dell'uso umano di queste sostanze e la secondaria come risultato di frammentazione di rifiuti plastici di più grandi porzioni.

Le microplastiche provengono da diverse fonti: se ne trovano in maniera massiccia sottoforma di microsfere di plastica in prodotti come cosmetici, prodotti per l'igiene personale e per la casa, nei materiali edili, nelle industrie e in agricoltura.
Spesso nei cosmetici le microplastiche vanno a costituire fino al 90% del peso totale del prodotto, come nel caso degli esfolianti per la pelle. Anche l'usura di pneumatici produce microplastiche. Questo problema può essere ridotto tramite appositi filtri, lavaggi a bassa temperatura e l'uso di detersivi liquidi.
Anche i pellets (nurdle) usati come materiali di partenza per la produzione industriale di beni realizzati in materie plastiche sono generalmente classificati come microplastiche.
L'agricoltura è anch'essa produttrice di microplastiche. I teli che vengono usati per pacciamare si disintegrano nel suolo quando alla fine del ciclo di coltura non vengono raccolti e smaltiti adeguatamente. Se lasciate sui terreni, le plastiche si possono degradare per abrasione, per agenti atmosferici e per azione di insetti o mammiferi.

È stato riscontrato che sia le microplastiche primarie sia quelle secondarie persistono nell'ambiente in elevate quantità, in particolare negli ecosistemi marini e d'acqua dolce. Poiché la plastica resiste alla biodegradazione per molti anni pur frammentandosi, viene facilmente ingerita e accumulata nel corpo e nei tessuti di molti organismi. L'intero ciclo di vita e la mobilità delle microplastiche nell'ambiente non sono ancora stati approfonditi del tutto, soprattutto a causa delle difficoltà analitiche legate alla varietà dei polimeri presenti.
Il 77% del sangue delle persone testate dai ricercatori dell’Università Vrije di Amsterdam nel 2022 è risultato contenere microplastiche poiché esse possono viaggiare nel corpo e depositarsi negli organi.

Secondo un’inchiesta avviata da Orb Media, un’organizzazione non profit di Washington, che ha condiviso con il Guardian i risultati, l’acqua che esce dai rubinetti di tutto il mondo contiene microscopiche fibre di plastica (ovvero microplastiche); il dossier, denominato “Invisibles: The Plastic Inside Us”, rappresenta il primo studio a livello globale sull’inquinamento dell’acqua potabile da parte di microplastiche. Gli Stati Uniti sono stati identificati come il Paese con il tasso di contaminazione più elevato: valori che arrivano fino al 94%, con fibre trovate in acqua di rubinetto campionata anche negli edifici dell'United States Capitol (Campidoglio a Washington), nella sede dell’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente (EPA – Environmental Protection Agency) e persino nella Trump Tower a New York. A seguire Paesi come il Libano e l'India. Le nazioni europee come il Regno Unito, la Germania e la Francia registrano un tasso di contaminazione più basso, anche se la presenza è stata riscontrata nel 72% dei casi. Per quanto riguarda le concentrazioni rilevate, il numero medio di fibre in mezzo litro varia da 4,8 unità negli Stati Uniti sino a 1,9 in Europa. Si tratta di una contaminazione distribuita più o meno in modo uniforme in ogni parte del globo, indipendentemente dalla sede di approvvigionamento.
Franco Borgogno, giornalista, tutor e ricercatore dell’European Research Institute, dal 2015 ha raccolto dati in merito alla presenza delle microplastiche e macroplastiche nell’oceano globale. Partecipando nel 2016 alla campagna oceanografica HighNorth, controllata della Marina italiana, e condotta nel mare circostante le Isole Svalbard, nell’Artico profondo e presso il Passaggio a Nord Ovest, ha individuato microplastiche nell'estremo mare Artico.
Anche nell'aria sono contenute le microplastiche, secondo alcuni studi sulle cime più alte d'Italia ogni anno cadono milioni di particelle di microplastiche che, alla fine dell'inverno, quando la neve sarà sciolta, finiranno nei corsi d'acqua.

Le microplastiche costituiscono una seria minaccia per gli organismi marini di piccole dimensioni, i quali tendono a ingerirle scambiandole per plancton. Tali organismi entrano così nella catena alimentare e vengono ingeriti da predatori di dimensioni maggiori, consentendo alle microplastiche di risalire la rete trofica fino a raggiungere la dieta umana. Di conseguenza, monitorare e ridurre l'immissione di queste sostanze nell’ambiente è fondamentale per salvaguardare la fauna: numerosi animali, come gabbiani e foche, ingeriscono infatti microplastiche con gravi ripercussioni sulla propria salute. Le microplastiche possono aderire alle alghe o alle prede di cui si nutrono le tartarughe. Uno studio, infatti, ha analizzato 102 tartarughe marine provenienti da varie aree oceaniche, rilevando la presenza di frammenti e fibre di microplastiche, oltre a una percentuale minore di microsfere.
Eventi naturali come uragani e inondazioni possono accelerare il trasferimento dei rifiuti negli ambienti marini. Anche le attività umane, quali la navigazione, la pesca, il turismo, l'acquacoltura e l'industria marittima, rappresentano fonti dirette di dispersione delle microplastiche nel mare.
Le microplastiche possono influenzare l'ecosistema del suolo e ostacolare la crescita delle piante a causa dell'aumentato assorbimento di metalli tossici come il cadmio. Esse possono aderire alle superfici dei semi e delle radice e bloccare l'assorbimento di nutrienti, la germinazione o la crescita delle piante. In uno studio l'aggiunta di microplastiche nel suolo ha ridotto il pH e ha aumentato il carbonio e l'azoto riducendo la diversità degli acidobacteriota, che vivono in suoli stabili.
I microbi vivono anche sulla superficie delle microplastiche e possono formare un biofilm, ovvero si crea una colonia di microbi protetti che iniziano a moltiplicarsi, favorendo la diffusione di patogeni e di geni antibiotico-resistenti. Gli inquinanti delle microplastiche potrebbero agire come vettore, trasportando geni e batteri resistenti agli antibiotici.
Recenti studi hanno dimostrato che l'inquinamento da parte delle microplastiche ha raggiunto la catena alimentare interessando non solo la fauna marina ma anche alimenti come il sale marino, la birra ed il miele. Nonostante non siano stati condotti studi specifici, c’è anche la possibilità che i frammenti arrivino sulle nostre tavole attraverso la carne; infatti, pollame e suini vengono nutriti anche con farine ricavate da piccoli pesci che possono essere contaminati. Infatti, filamenti e, in minor percentuale, frammenti di microplastiche, sono stati ritrovati nelle branchie di alcuni pesci, aumentando il rischio di stress ossidativo delle cellule del fegato degli organismi marini.
Da un'analisi di Dalberg risulterebbe che una persona possa ingerirne in media circa 5 grammi in una settimana. Questa analisi è basata su un report del 2019 (commissionato dal WWF) scritto da due ricercatori dell'Università di Newcastle e contenente una stima preliminare che, in un articolo su rivista pubblicato due anni più tardi, gli autori hanno ridimensionato a 0,7 grammi a settimana, con un intervallo di incertezza che va dagli 0,1 ai 5 grammi a settimana. A sua volta, questo studio è stato smentito da vari altri lavori, che riducono la stima delle microplastiche ingerite all'ordine dei microgrammi (ovvero un milione di volte inferiore).
Nel 2016 l'Istituto tedesco per la valutazione del rischio alimentare (BfR) ha invitato l'Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) a indagare per capire quali siano gli effetti della microplastica sulla salute umana, in quanto pur verificandosi un transito delle microplastiche solo nel tratto intestinale dei pesci, nei bivalvi il tratto intestinale viene consumato e costituiscono in questo caso una fonte d'esposizione alle microplastiche.
Nel 2020 l'Ospedale Fatebenefratelli di Roma e il Politecnico delle Marche hanno rinvenuto 12 frammenti di microplastiche all'interno dell'organismo umano di 6 donne sane, in particolare nella placenta di feti in gestazione e nella circolazione sanguigna. In particolare sono state rinvenute in 4 placente (5 nel lato fetale, 4 nel lato materno e 3 nelle membrane corioamniotiche). Nel 2022, un gruppo di ricerca della Hull York Medical School presso l'Università di Hull (Regno Unito) ha rinvenuto ulteriori tracce di microplastiche all'interno dei tessuti polmonari umani.
Con l'avanzare delle tecnologie risulta sempre più facile rilevare le microplastiche, consentendo di correggere le stime sulle particelle ingerite. In particolare, una ricerca della Columbia University (guidata dalla studentessa di chimica Naixin Qian e dal coautore e biofisico Wei Min tramite la microscopia a diffusione Raman) ha evidenziato che le precedenti valutazioni sottostimavano da 10 a 100 volte la presenza di microplastiche nelle bottiglie d'acqua in plastica.
Nel novembre-dicembre 2022, centinaia di gazze marine sono state avvistate nel Mediterraneo centrale, inclusa l'Italia e i paesi limitrofi, e tramite analisi effettuate sugli esemplari trovati morti sulle spiagge è emersa la presenza di microplastiche nei loro organi. Circa il 66% dei corpi contenevano frammenti di plastica, inclusi polietilene e polipropilene, che hanno acquisito attraverso la loro dieta. Le microplastiche rappresentano una minaccia crescente per gli ecosistemi marini, influenzando negativamente la salute e la sopravvivenza delle specie.
Secondo un rapporto pubblicato da Greenpeace nel 2026, durante la cottura al microonde di cibi avvolti in pellicole o contenitore di plastica si liberano centinaia di migliaia di microparticelle di cui sono state individuate circa 1.396 sostanze tossiche per il corpo, che, secondo 24 studi scientifici, sono causa di patologia a lungo termine quali tumori, infertilità, malattie neurologiche, disturbi metabolici e dello sviluppo.
Uno studio dell'Università La Sapienza di Roma, dell'Università di Verona e dell'Università Luigi Vanvitelli di Napoli, pubblicato nel 2026, ha riscontrato una forte correlazione fra presenza di microplastiche nel sangue e infarto; la ricerca ha anche constatato che la presenza di microplastiche è maggiore in soggetti fumatori e fra coloro che sono esposti ad un elevato tasso di inquinamento da polveri PM2.5.
La regolamentazione dell'uso e della dispersione di microplastiche varia notevolmente a livello globale. Sebbene le prime iniziative si siano concentrate sull'eliminazione delle microsfere sintetiche aggiunte intenzionalmente nei prodotti cosmetici da risciacquo (i cosiddetti rinse-off), l'approccio normativo si sta progressivamente estendendo verso limitazioni più ampie.
Nell'estate 2022 i ricercatori della Sichuan University in Cina hanno progettato un pesce robotico in grado di assorbire microplastiche attraverso il proprio corpo.
Sempre nel 2022 i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology di Boston hanno sviluppato un sistema biodegradabile a base di seta per sostituire la microplastica aggiunta a prodotti agricoli, vernici e cosmetici.
Nel degradare il polietilene a bassa densità (un comune polimero plastico), il batterio P. nitroguajacolicus si dimostra uno dei candidati più promettenti. Questo microrganismo, infatti, sfrutta molteplici enzimi per scindere i polimeri rispetto ad altri batteri.
Le microplastiche possono depositarsi nei polmoni, attivando proteine coinvolte nella risposta infiammatoria che possono causare il restringimento e l'ipersensibilità delle vie aeree. Tuttavia, l'anticorpo 1G6-D7 sembra attenuare l'infiammazione polmonare e ridurre la produzione di muco.
Nonostante nel 2019 l’OMS avesse sottolineato la necessità di approfondire la ricerca sugli effetti delle microplastiche sulla salute umana, le evidenze scientifiche emerse dall’analisi degli studi sulla loro presenza nell’acqua potabile e sui possibili effetti dell’esposizione stanno suscitando una crescente preoccupazione. Gli esseri umani sono costantemente esposti alle microplastiche attraverso l’inalazione e altre vie di esposizione. La loro presenza è stata rilevata in diversi tessuti e organi, con concentrazioni particolarmente elevate nel tessuto polmonare, ma anche nelle tonsille, nel sangue, nella placenta, nell’apparato digerente e nei reni. È stata rilevata la presenza di microplastiche anche nel fluido follicolare ovarico umano a cui è stato correlato un aumento dell'ormone FSH, che regola la fertilità.
Le microplastiche spesso contengono additivi chimici come ftalati e bisfenolo A (BPA), sostanze note per essere interferenti endocrini. Queste microplastiche e i loro additivi possono alterare l'asse ipotalamo-ipofisi-gonadi (HPG), un regolatore cruciale della funzione riproduttiva. Studi in vitro hanno inoltre dimostrato che diverse nanoparticelle di polistirene possono indurre stress ossidativo, apoptosi e autofagia in modo dipendente dal contesto cellulare e possono attraversare gli alveoli polmonari, entrare nel sangue e depositarsi potenzialmente in tutto il corpo. Le microplastiche ingerite possono attraversare la barriera intestinale e diffondersi nell'organismo, con effetti pro-infiammatori sul sistema immunitario e sul cervello. Considerato il ruolo ormai accertato dell'asse intestino-cervello nei processi neurodegenerativi, questi risultati supportano l'ipotesi che questo inquinante ambientale presente ovunque stia contribuendo all'aumento di malattie neurodegenerative come Alzheimer e Parkinson. Infatti, nei reni, nel fegato e nel cervello sono stati individuati frammenti di polietilene, più di altri polimeri. Inoltre le persone con diagnosi di demenza hanno mostrato accumuli ancora maggiori di microplastiche nelle cellule immunitarie e nei vasi sanguigni del cervello.
Nel 2024 è stato pubblicato uno studio che ha evidenziato un’associazione tra la presenza di microplastiche e nanoplastiche nelle placche aterosclerotiche e un aumento del rischio di eventi cardiovascolari. La ricerca ha rilevato che i pazienti in cui queste particelle erano presenti nelle placche delle arterie carotidi mostravano una maggiore incidenza di infarti miocardici, ictus e decessi per altre cause rispetto ai pazienti in cui non erano state rilevate. Sebbene i meccanismi biologici coinvolti siano ancora oggetto di studio, si ipotizza che le microplastiche possano contribuire a processi infiammatori e alterazioni della placca aterosclerotica, favorendone potenzialmente l'instabilità e aumentando il rischio di eventi cardiovascolari. Le microplastiche interferiscono anche su tiroide, testicoli e ovaie poiché, soprattutto le particelle più piccole, possono facilmente trasportare interferenti endocrini, metalli pesanti e sostanze chimiche che si accumulano in varie parti del corpo Ad esempio, nei bambini esposti a bottiglie di plastica il livello di ormone TSH nel sangue è aumentato del 40%, dimostrando un possibile affaticamento della tiroide. Uno studio del 2025 ha osservato che sulle microplastiche di sughero, gomma e polietilene presenti nei corsi d’acqua si concentrano più che in altre zone batteri patogeni come E.coli, Klebsiella e Enterococcus, suggerendo la funzione delle microplastiche di essere trasportatori di altre sostanze e microorganismi.
Nei lavoratori di fabbriche di polimeri i disturbi respiratori erano maggiori, inoltre queste microplastiche, veicolando sostanze tossiche come il bisfenolo A, interferiscono con alcuni processi ormonali e cellulari aumentando potenzialmente il rischio di tumori ai polmoni, Tuttavia, sono ancora da chiarire le correlazioni e i meccanismi molecolari specifici. Le microplastiche sembrano ridurre il calcio intestinale e aumentano gli enzimi legati allo stress ossidativo, alterando i batteri nell’intestino, riducendo i geni che producono il muco protettivo dell’intestino e danneggiando la parete intestinale di pesci, topi e vermi nematodi. In alcuni studi sui pesci zebra, le fibre di microplastiche hanno danneggiato le cellule dell'intestino che producono il muco, ridotto la presenza di alcuni batteri utili dell'intestino e aumentato l'infiammazione.
A livello cutaneo, le microplastiche potrebbero innescare una risposta immunitaria, stimolando il rilascio di mediatori pro-infiammatori, come le interleuchine, e interferendo con la comunicazione cellulare. Questi processi potrebbero favorire lo stress ossidativo e contribuire allo sviluppo di fenomeni infiammatori a carico della pelle. Inoltre, minuscole particelle di microplastica sono state individuate anche all’interno dell’occhio umano. La loro presenza è stata associata a possibili alterazioni della pressione intraoculare, sebbene siano necessari ulteriori studi per chiarire l'effettiva relazione tra l’accumulo di queste particelle e la salute oculare.
L'accumulo delle microplastiche nell’ambiente, la loro scarsa degradabilità e i potenziali effetti tossici sulla salute umana e sugli ecosistemi rendono necessaria l’adozione di strategie integrate di prevenzione e bonifica. Tra le misure più rilevanti rientrano la promozione dell'educazione ambientale e la realizzazione di campagne di sensibilizzazione sul riciclo, che possono contribuire a ridurre la produzione e la dispersione dei rifiuti plastici, soprattutto nei centri urbani, dove la loro concentrazione può risultare particolarmente elevata. Anche il coinvolgimento dei professionisti sanitari può svolgere un ruolo significativo: alcuni interventi educativi dedicati all’inquinamento da microplastiche hanno infatti contribuito ad aumentare il livello di consapevolezza sul problema. Parallelamente, il potenziamento dei sistemi di raccolta e riciclo, insieme allo sviluppo di materiali alternativi di origine biologica, potrebbe favorire un modello di economia circolare, promuovendo il recupero e il riutilizzo della plastica e riducendo la dipendenza dalla produzione di materie prime vergini.
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