
Ceto medio indica quei gruppi di popolazione che, per determinate caratteristiche economiche e sociali quali l'indipendenza lavorativa, la professione, il reddito e l'istruzione, si collocano in una posizione mediana all'interno della società.
Per Max Weber, i ceti si distinguono soprattutto per il prestigio sociale e per le abitudini condivise: modi di vivere, valori, forme di educazione e regole di comportamento. Nella società europea, dall'età feudale a quella moderna, ne facevano parte gruppi come nobiltà, clero, borghesia e contadini. Al loro interno potevano esserci forti differenze di ricchezza e influenza, ma permanevano tratti culturali comuni. A differenza delle caste, i ceti non erano del tutto chiusi: passaggi individuali da un gruppo all'altro e matrimoni tra persone di ceti diversi erano possibili. L'ascesa poteva dipendere, per esempio, dal servizio militare o religioso e, in epoca moderna, dall'acquisto di un titolo nobiliare. Nelle società occidentali contemporanee, la stratificazione basata sui ceti ha perso gran parte della sua rilevanza. La complessità delle relazioni sociali e la maggiore mobilità rendono infatti difficile individuare gruppi nettamente separati da uno stile di vita uniforme.
Nelle società capitalistiche industrializzate il concetto di classi medie è difficile da definire: non costituiscono un gruppo omogeneo, e i loro confini cambiano con la struttura economica, le professioni e le forme di mobilità sociale. In origine, nel XIX secolo, "classe media" indicava spesso la borghesia imprenditoriale, intermedia tra aristocrazia e proletariato. In seguito però il termine si è esteso a gruppi molto diversi: piccoli proprietari e lavoratori autonomi, artigiani e commercianti, impiegati pubblici e privati, professionisti e altri ceti. Inoltre andrebbe distinta la nozione di classe — che implica gruppi potenzialmente capaci di agire collettivamente — da quella di stratificazione, che ordina le persone in base a disuguaglianze come reddito, prestigio e potere. Con il declino dell'occupazione agricola si riduce progressivamente il peso dei coltivatori diretti; commercianti, artigiani e piccole imprese seguono traiettorie più variabili, influenzate sia dal mercato sia dalle politiche pubbliche. Cresce invece il lavoro impiegatizio, insieme al'espansione dello Stato, dei servizi e della burocrazia aziendale. Ma queste trasformazioni rendono meno nette le distinzioni: tra lavoro manuale e non manuale, tra autonomi e dipendenti, e tra piccola e grande impresa. Nella tradizione marxista, la struttura di classe tende a essere descritta attraverso la contrapposizione tra capitalisti e proletari; le classi medie appaiono spesso come gruppi transitori o destinati a proletarizzarsi. La crescita degli impiegati e la persistenza dei piccoli produttori, tuttavia, complicano questa previsione. La proletarizzazione, in senso preciso, è il passaggio dalla proprietà dei propri mezzi di produzione al lavoro salariato e non va confusa con ogni perdita di status. Anche l'idea opposta, secondo cui gli operai diventerebbero progressivamente "borghesi" grazie a consumi e stili di vita, trova scarso sostegno dalle ricerche condotte in merito. Sul piano politico non si può dedurre automaticamente il comportamento delle classi medie dalla loro posizione economica: contano anche tradizioni politiche e culturali, mobilità, organizzazioni e sentimenti di privazione relativa, cioè il confronto sfavorevole con altri gruppi. Classe media, come ceto medio, restano dunque definizioni troppo ampie per spiegare da sole identità e comportamenti. Per comprenderli vanno osservate le relazioni tra gruppi e le loro strategie concrete: per esempio, i tentativi delle professioni di limitare l'accesso attraverso titoli e licenze, la sindacalizzazione dei colletti bianchi, i gruppi d'interesse e i confronti sociali che alimentano frustrazione o mobilitazione.
Il declino del ceto medio sarebbe il risultato di un processo di polarizzazione della ricchezza iniziato negli anni Ottanta del XX secolo, prima della crisi del 2007-08, sorta con la diffusione di mutui concessi con eccessiva facilità e la conseguente difficoltà della finanza nel gestire rischi sempre più complessi. Il declino si è poi aggravato con le politiche di austerità. Dagli anni Ottanta, globalizzazione e terziarizzazione hanno contribuito a comprimere i salari e a indebolire il potere contrattuale dei lavoratori, mentre la distribuzione di redditi e ricchezza si è fatta più diseguale. Per mantenere i consumi nonostante il calo del potere d'acquisto, molte famiglie dei ceti medi hanno risparmiato meno e si sono indebitate di più. Questa erosione del ceto medio — base storica delle democrazie occidentali del dopoguerra — rischierebbe, secondo gli studi, di generare società più polarizzate, instabili e infelici.
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