Il Monte delle doti (in latino Mons puellarum maritandarum) fu un fondo pubblico istituito dal governo della Repubblica di Firenze il 23 febbraio 1425, con lo scopo di sostenere la costituzione delle doti per le giovani fiorentine.
L'istituzione si inseriva nelle politiche matrimoniali, finanziarie e sociali della Firenze del Quattrocento e fu contemporanea ad altre importanti iniziative del governo fiorentino, tra cui il Catasto fiorentino del 1427.
Secondo la storiografia, tra il 1425 e il 1569 furono registrate nel Monte delle doti circa 30.000 beneficiarie.
Nella società fiorentina del tardo Medioevo la dote costituiva una componente importante delle strategie familiari e matrimoniali. La disponibilità di un capitale adeguato poteva influire sulla possibilità di concludere un matrimonio e sul tipo di alleanze sociali ed economiche accessibili alla famiglia della sposa.
Il problema della dote assumeva particolare rilievo in una società caratterizzata da elevati costi matrimoniali, da frequenti crisi di liquidità e da una forte centralità dei rapporti familiari nella vita economica e politica. Le registrazioni del Monte delle doti sono state utilizzate dagli storici per studiare la demografia, il mercato matrimoniale, la mobilità sociale e le strategie economiche delle famiglie fiorentine.
Il Monte rispondeva quindi a esigenze diverse: da un lato favorire la costituzione delle doti e le opportunità matrimoniali; dall'altro raccogliere capitali privati che sarebbero stati restituiti dal Comune a scadenza differita. L'istituzione si collocava così anche nel contesto delle difficoltà finanziarie provocate dalle guerre fiorentine del primo Quattrocento.
Il 23 febbraio 1425 i consigli del Popolo e del Comune di Firenze approvarono la provvisione istitutiva del Mons puellarum maritandarum, comunemente noto come Monte delle doti.
La normativa consentiva di depositare una somma destinata esclusivamente alla dote di una figlia. Il deposito doveva rimanere vincolato per un periodo compreso tra sette anni e mezzo e quindici anni. Per la durata massima era previsto un rendimento del 5%; per il periodo più breve il rendimento era dimezzato.
Secondo la formulazione originaria, per ogni 100 fiorini d'oro depositati per quindici anni il Comune avrebbe restituito fino a 500 fiorini. Nel caso di un deposito vincolato per sette anni e sei mesi, la restituzione prevista era di 250 fiorini. La normativa stabiliva inoltre limiti alla remunerazione nel caso in cui il deposito fosse mantenuto oltre il termine previsto.
Il Monte non era quindi un semplice fondo assistenziale: funzionava anche come strumento finanziario attraverso il quale il Comune raccoglieva capitali privati, impegnandosi a restituirli in futuro insieme alla remunerazione stabilita dalla legge.
Nella fase iniziale il Monte ebbe scarso successo. Una delle cause era il rischio assunto dal depositante: se la beneficiaria fosse morta prima del matrimonio, la normativa originaria poteva comportare la perdita del capitale e degli interessi.
Il 24 aprile 1433 una nuova disposizione modificò questo regime e consentì, a determinate condizioni, il recupero della somma investita in caso di morte della giovane. La riforma rese il Monte più attraente e contribuì alla crescita dei depositi.
La restituzione non era tuttavia liberamente accessibile a qualunque erede: la normativa individuava specifici aventi diritto, tra i quali il depositante originario, il padre e, in determinate circostanze, i fratelli della giovane defunta.
Nel 1449 furono introdotte ulteriori scadenze intermedie, oltre ai termini originari di quindici anni e sette anni e mezzo. Vennero previste durate di cinque e undici anni, aumentando la flessibilità dell'investimento.
Nel 1452 il governo intervenne nuovamente per contenere il costo finanziario dell'istituzione. Per i quattro anni successivi furono fissati limiti sia agli interessi riconoscibili sia alle somme restituibili a scadenza: gli interessi non potevano superare 500 fiorini e la somma complessiva da restituire non poteva eccedere 1.200 fiorini.
Il Monte delle doti sostenne le strategie matrimoniali delle famiglie fiorentine, permettendo di trasformare nel tempo una somma depositata in un capitale destinato alla dote. L'istituzione poteva quindi facilitare la conclusione di matrimoni e contribuire alla costruzione di relazioni familiari e politiche.
I registri del Monte documentano la partecipazione di numerose famiglie appartenenti ai ceti mercantili e dirigenti della città. Tra i casati presenti nella documentazione sono ricordati, tra gli altri, gli Acciaiuoli, i Pazzi, i Rucellai, i Medici, i Bardi e gli Strozzi.
Anthony Molho ha sottolineato il legame tra la storia del Monte e gli interessi della classe dirigente fiorentina, almeno fino ai primi anni del XVI secolo.
Il Monte delle doti faceva parte di un sistema sociale nel quale il matrimonio, la dote e la condotta femminile erano strettamente collegati. La dote contribuiva a definire la posizione della donna all'interno della famiglia e della società e costituiva uno degli strumenti attraverso i quali le famiglie organizzavano la trasmissione del patrimonio e le alleanze matrimoniali.
La storiografia ha esaminato il Monte anche dal punto di vista della storia di genere, mettendo in evidenza come l'istituzione favorisse l'inserimento delle donne nel mercato matrimoniale, ma all'interno di un sistema che subordinava ampiamente le loro possibilità sociali ed economiche alle decisioni familiari.
Il Monte delle doti ebbe anche una rilevanza per la finanza pubblica fiorentina. La sua istituzione avvenne in un periodo segnato dall'elevato costo delle guerre, dalla crescita del debito pubblico e dal ricorso del governo a forme diverse di raccolta di capitali privati.
In questo senso il Monte e il Catasto del 1427 appartenevano a una più ampia stagione di interventi finanziari e amministrativi della Repubblica fiorentina. Il Catasto aveva principalmente finalità di rilevazione della ricchezza e di imposizione fiscale, mentre il Monte delle doti raccoglieva capitali destinati a essere restituiti in futuro ai depositanti.
Durante il governo mediceo l'istituzione fu sottoposta a ulteriori modifiche. Tra il 1458 e il 1465 i capitali versati raggiunsero quasi un milione di fiorini, determinando un rilevante impegno per il bilancio dello Stato fiorentino.
Il Monte delle doti era distinto dai Monti di pietà. Il primo raccoglieva depositi destinati alla costituzione di doti; i secondi erano istituzioni di credito solidaristico che concedevano prestiti, generalmente di importo limitato e garantiti da un pegno, a persone in difficoltà economica.
Il primo Monte di pietà riconosciuto dalla tradizione storiografica fu fondato a Perugia nel 1462, quindi quasi quarant'anni dopo l'istituzione del Monte delle doti fiorentino.
Le due tipologie di istituzione avevano tuttavia alcuni punti di contatto. Entrambe combinavano funzioni finanziarie e finalità solidaristiche e potevano amministrare capitali provenienti da donazioni, lasciti e depositi. In alcune città, inoltre, istituzioni assistenziali e monti potevano svolgere anche funzioni di deposito e custodia di somme appartenenti a enti religiosi o assistenziali.
In altre città italiane furono creati istituti destinati a sostenere le spese matrimoniali o la costituzione delle doti. Tra questi vi fu il Monte del Matrimonio di Bologna, fondato nel 1583 su iniziativa di Marco Antonio Battilana.
Il Monte del Matrimonio bolognese aveva tra i propri obiettivi quello di aiutare le giovani prive di risorse a costituire una dote e a contrarre matrimonio. L'istituzione fu approvata definitivamente da papa Sisto V con una bolla del 9 maggio 1586.