| Navanethem Pillay | |
|---|---|
| Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani | |
| Durata mandato | 1º settembre 2008 – 31 agosto 2014 |
| Predecessore | Louise Arbour |
| Successore | Zeid Ra'ad Al Hussein |
| Giudice della Corte penale internazionale | |
| Durata mandato | 11 marzo 2003 – 31 agosto 2008 |
| Presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda | |
| Durata mandato | 1999 – 2003 |
| Predecessore | Laïty Kama |
| Successore | Erik Møse |
| Giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda | |
| Durata mandato | 1995 – 2003 |
| Giudice dell'Alta corte del Sudafrica | |
| Durata mandato | 1995 |
| Capo di Stato | Nelson Mandela |
| Dati generali | |
| Titolo di studio | dottorato di ricerca |
| Università | University of Natal, University of Natal, Harvard Law School, Harvard Law School e Clairwood Secondary School |
Navanethem Pillay, detta Navi (in tamil நவநீதம் பிள்ளை; Durban, 23 settembre 1941), è una magistrata sudafricana, giudice della Corte penale internazionale e Alta commissaria delle Nazioni Unite per i diritti umani dal 2008 al 2014.
Sudafricana di origine tamil è stata la prima donna non-bianca presso l'Alta corte del Sudafrica, è stata magistrata presso la Corte penale internazionale e presidente del Tribunale penale internazionale per il Ruanda. Ha adottato il documento Born Free and Equal sull'orientamento sessuale e l'identità di genere nel diritto internazionale del settembre 2012.
È stata insignita del Premio Nobel per la pace 2026 "per il suo impegno nel promuovere la pace e il diritto internazionale".
Navanethem Pillay è nata nel 1941 in un sobborgo povero di Durban, nella Provincia del Natal. I suoi nonni arrivarono dall'India come servitù a contratto per lavorare nelle piantagioni di canna da zucchero nel Natal negli anni novanta del XIX secolo.
I suoi genitori, Narrainsamy Nadoo e Santhama Nadoo, si sposarono con un matrimonio combinato durante la loro prima adolescenza ed ebbero otto figli, di cui la quinta fu Navanetham: crebbero con forti valori indù, poiché i genitori propugnavano l'uguaglianza tra maschi e femmine in famiglia, mentre la maggior parte delle coetanee di Navanetham erano già sposate negli anni della scuola elementare.
Grazie alle donazioni della comunità indiana locale, si laureò all'Università di Natal con una laurea triennale nel 1963 e una laurea in giurisprudenza nel 1965.
Grazie al sostegno della cittadinanza di Clairwood, del Durban City Council e di una borsa di studio universitaria, Pillay svolse il suo primo anno all'Università del Natal, i cui studenti erano politicamente attivi contro il fatto che la maggior parte delle lezioni e delle lauree erano segregate. Durante l'apartheid, Navanetham fu costretta a condividere le limitate risorse che le venivano fornite tra tutti gli studenti non bianchi dell'università: una volta dovette condividere un libro di testo obbligatorio in una biblioteca non bianca con altri 20 suoi compagni di classe non bianchi.
Nel 1959 il Parlamento del Sudafrica approvò il «Separate Universities Act» che obbligava le università precedentemente desegregate a ri-segregare. Di conseguenza, Navanetham fu costretta a trasferirsi all'università non bianca più vicina, l'Università di Salisbury Island: poiché essa non prevedeva corsi in materia di giurisprudenza, Navanethem fece domanda di esenzione al Ministero della Giustizia e, dietro sue precise insistenze, ottenne di rientrare nella Università del Natal per completare il suo ciclo di studi iniziato sotto il precedente regime.
Successivamente frequentò la Harvard Law School, conseguendo un master universitario in diritto nel 1982 e un dottorato in scienze giuridiche nel 1988. Navanetham è stata la prima sudafricana a ottenere un dottorato in scienze giuridiche presso la Harvard Law School.
Nel 1962 conobbe l'avvocato Paranjothee "Gaby" Anthony Pillay, che sposò nel gennaio 1965 e da allora è conosciuta come Navanethem "Navi" Pillay. Dal loro rapporto sono nate due figlie.
Dopo essersi laureata all'Università di Natal, "Navi" Pillay scelse la carriera legale come avvocato, che richiedeva due anni di apprendistato prima di ottenere l'abilitazione. Lavorò per due anni nello studio legale di N.T. Naiker, membro dell'African National Congress. Naiker era spesso agli arresti domiciliari e doveva fare affidamento su Pillay per assistere i suoi clienti in tribunale.
Nel 1967 Pillay divenne una delle tre donne avvocato abilitate e la prima non bianca ad aprire il proprio studio legale nella provincia di Natal. Non c'era del resto alternativa, come ricordò lei stessa: «Nessuno studio legale mi avrebbe assunto perché dicevano che non potevano avere dipendenti bianchi che prendevano istruzioni da una persona di colore». Come avvocato non bianca sotto il regime dell'apartheid non le era permesso entrare nell'ufficio di un giudice.
Durante i suoi 28 anni come avvocato in Sudafrica, ha difeso gli attivisti anti-apartheid dell'African National Congress (ANC), dell'Unity Movement, del Black Consciousness Movement e dell'Azanian People's Organisation (AZAPO). Ha anche contribuito a denunciare l'uso della tortura e le pessime condizioni dei detenuti politici.
Quando suo marito fu arrestato nel 1971 ai sensi del «Terrorism Act», vinse una causa per impedire alla polizia di usare metodi illegali di interrogatorio contro di lui. Nel 1973 ottenne il diritto per i prigionieri politici di Robben Island, tra cui Nelson Mandela, di avere accesso agli avvocati nelle cause State v Kader Hassim and 9 others e State v Harry Gwala and 9 others.
Mentre forniva consulenza legale, i suoi clienti le raccomandavano di consultare giudici esperti in diritto internazionale e in diritto umanitario. Quindi nel 1981, Pillay si iscrisse e frequentò all'Università Harvard, nell'ambito del programma di scambi esteri Harvard-Sudafrica, voluto da attivisti anti-apartheid, e vi conseguì il master in diritto: dopo aver completato la sua tesi, si laureò nel 1988 alla Harvard Law School con un dottorato in scienze giuridiche.
Pillay è stata tra i fondatori dell'Advice Desk for the Abused e ha gestito un rifugio per vittime di violenza domestica. Come membro della Women's National Coalition, ha contribuito all'inclusione nella Costituzione del Sudafrica di una clausola di uguaglianza che proibisce la discriminazione per motivi di razza, religione e orientamento sessuale. Nel 1992 è stata tra i fondatori del gruppo internazionale per i diritti delle donne Equality Now.
Nel 1995, l'anno dopo le prime elezioni libere e multietniche, Pillay fu nominata dal Presidente Nelson Mandela all'Alta corte del Sudafrica e alla Commissione per il servizio giudiziario, diventando la prima donna non bianca a prestare servizio nella Corte. Nelson Mandela, memore del legame che si era creato negli anni di lotta contro l'apartheid, poco dopo la sua nomina la chiamò per congratularsi per la sua nomina a giudice, affermando: «La tua nomina mi dà grande gioia personale. Spero che presto si rivelerà importante». Pillay fece notare che «la prima volta che sono entrata nell'ufficio di un giudice è stata quando sono entrata nel mio».
Il suo mandato presso l'Alta corte fu breve, poiché poco dopo l'Assemblea generale delle Nazioni Unite la nominò giudice presso il Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR).
Nel 1995 Pillay venne nominata dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite giudice del Tribunale penale internazionale per il Ruanda (ICTR). Nel 1999 Pillay subentrò nel ruolo di presidente del Tribunale, che tenne sino al 2003. Nei primi quattro anni è stata l'unica giudice donna del Tribunale. Il suo mandato presso l'ICTR viene ricordato soprattutto per il suo ruolo nello storico processo a Jean-Paul Akayesu, che stabilì che lo stupro e l'aggressione sessuale possono costituire atti di genocidio. Pillay ha affermato in un'intervista: «Da tempo immemorabile lo stupro è stato considerato bottino di guerra. Ora sarà considerato un crimine di guerra. Vogliamo inviare un segnale forte che lo stupro non è più un trofeo di guerra».
Nel caso The Prosecutor v Jean-Paul Akayesu del 2 settembre 1998, la Corte incriminò Akayesu per essere individualmente responsabile della morte e del ferimento dei tutsi durante il genocidio del Ruanda. Con il caso Akayesu Pillay fu in grado di stabilire un precedente legale internazionale che considerava lo stupro una forma di genocidio e un crimine contro l'umanità. La Corte sostenne che i crimini contro l'umanità non sono definiti dal loro intento discriminatorio: piuttosto, un atto è considerato un crimine contro l'umanità se «parte di un attacco diffuso o sistematico contro qualsiasi popolazione civile». In quel caso, Akayesu era sindaco del comune di Taba dove molte donne tutsi si erano rifugiate e aveva intenzionalmente ordinato ai miliziani di aggredire e violentare le donne.
Pillay prese parte anche al processo Prosecutor v Ferdinand Nahimana, Jean-Bosco Barayagwiza, Hassan Ngeze riguardante il ruolo della Radio Television Libre des Mille Collins (RTLM) e della rivista Kangura nella diffusione di propaganda d'odio contro i tutsi. Il Tribunale penale incriminò Ferdinand Nahimana per l'incitamento diretto e pubblico a commettere genocidio mentre lavorava presso la stazione radio RTLM. Anche Jean-Bosco Barayagwiza fu incriminato per l'incitamento diretto e pubblico alla RTLM a commettere genocidio e per il suo lavoro con la Coalition for the Defence of the Republic, come pure Hassan Ngeze, che venne accusato di incitamento al genocidio in relazione al suo lavoro con la rivista Kangura.
Il caso è ritenuto rilevante per aver considerato il ruolo che i media svolgono nella politica e nell'opinione pubblica e le sue conseguenze nella vita reale.
Pillay ottenne riconoscimenti internazionali per il suo lavoro come giudice presso l'ICTR e attirò l'attenzione dei membri del Women's Caucus for Gender Justice alla fine degli anni novanta. Impressionate dal suo lavoro, le attiviste di Women's Caucus vollero garantire la protezione dei diritti delle donne durante i negoziati per l'istituzione della Corte penale internazionale (CPI). Women's Caucus partecipò al PrepCom e alla Conferenza diplomatica di Roma dove codificarono i diritti delle donne nello Statuto di Roma, sostenendo che dovesse esserci una quota riservata alle donne giudici in magistratura e l'uso del termine «genere» invece di «sesso» nelle disposizioni nello Statuto di Roma.
Pillay venne nominata per prestare servizio nella Camera d'appello della Corte penale internazionale dall'Assemblea degli Stati parte dello Statuto di Roma il 7 febbraio 2003 in quota al Gruppo regionale africano. Venne eletta per un mandato di sei anni a partire da marzo 2003 ma si dimise nel luglio 2008, con decorrenza dal 31 agosto 2008, per assumere il suo nuovo incarico presso le Nazioni Unite.
Uno dei primi casi a comparire davanti alla Corte penale internazionale fu The Prosecutor v Thomas Lubanga Dyilo, accusato di aver arruolato bambini di età inferiore ai 15 anni nelle milizie armate che incitavano alla violenza tra i gruppi etnici Hema e Lendu nella provincia dell'Ituri, nel Nord-est della Repubblica Democratica del Congo. Dyilo venne condannato per crimini di guerra nel 2012, mentre Pillay aveva prestato servizio nella Camera d'appello durante la fase preliminare del caso dal 2006 sino alla fine del suo mandato, nel 2008.
Il 24 luglio 2008 il Segretario generale delle Nazioni Unite Ban Ki-moon nominò Pillay per succedere a Louise Arbour in qualità di Alto commissariato delle Nazioni Unite per i diritti umani. Gli Stati Uniti d'America, secondo quanto riferito, inizialmente si opposero alla sua nomina a causa delle sue opinioni sull'aborto e su altre questioni, ma alla fine ritirarono la loro opposizione. In una riunione speciale del 28 luglio 2008, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite confermò la nomina per consenso. Il suo mandato quadriennale iniziò il 1º settembre 2008 e nel 2012 le venne assegnato un secondo mandato biennale. Pillay affermò che l'Alto commissario è «ovunque la voce delle vittime».
Pillay espresse il suo sostegno a una risoluzione sui diritti degli omosessuali da parte del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite che fu approvata nel 2011. Ha inoltre firmato la prefazione della pubblicazione Born Free and Equal (Nati liberi e uguali), sull'orientamento sessuale e l'identità di genere nel diritto internazionale dei diritti umani.
Pillay espresse preoccupazione per le pressioni esercitate sulle aziende private affinché attuassero un blocco finanziario contro WikiLeaks nel 2010, affermando che tale azione costituiva una violazione del diritto di WikiLeaks alla libertà di espressione. In una conferenza stampa del luglio 2014 definì Edward Snowden un «difensore dei diritti umani» e affermò: «Sto qui sollevando alcuni argomenti molto importanti che potrebbero essere sollevati a suo favore affinché questi procedimenti penali vengano evitati».
In un discorso tenuto l'8 giugno 2012 Pillay inserì nella lista nera il governo provinciale del Québec per violazioni dei diritti umani riguardanti il diritto alla protesta pacifica e alla libertà di espressione per gli studenti che manifestano. Fonti ufficiali del Québec criticarono Pillay per aver paragonato il Québec a Paesi noti per avere dati peggiori per i diritti civili.
L'appello di Pillay nel 2012 per la sospensione delle sanzioni contro il regime di Robert Mugabe nello Zimbabwe è stato criticato dagli attivisti della società civile di quel paese, accusando il governo dello Zimbabwe di manipolare Pillay affinché ignorasse le continue violazioni dei diritti umani.
Le sue critiche nel 2013 al governo dello Sri Lanka, definito uno Stato autoritario per le violazioni dei diritti umani e le atrocità commesse contro i civili Tamil alla fine della guerra civile in Sri Lanka, portarono il governo di quel paese e i suoi sostenitori ad attribuire alla sua discendenza Tamil come unica ragione delle sue critiche, un'affermazione che lei ha negato fermamente.
Nell'agosto 2014 Pillay criticò la comunità internazionale per la sua «paralisi» nell'affrontare la guerra civile siriana, in corso da più di tre anni, che al 30 aprile 2014 contava 191 369 morti.
Durante il conflitto Israele-Striscia di Gaza del 2014, Pillay affermò che sia Israele sia Hamas avevano probabilmente violato il diritto internazionale. La sua affermazione, secondo cui Israele si era impegnato nell'«apparente attacco del 16 luglio contro sette bambini che giocavano in una spiaggia di Gaza» durante i bombardamenti su Gaza, venne criticata in un editoriale firmato da Anne Bayefsky per Fox News come «incitamento all'odio». Pillay criticò anche il finanziamento statunitense del programma Iron Dome, osservando che «nessuna protezione del genere è stata fornita ai cittadini di Gaza contro i bombardamenti». La rivista Tablet definì la dichiarazione di Pillay un'«assurdità esilarante e ridicola». Il 25 luglio 2014 il Congresso degli Stati Uniti le indirizzò una lettera, firmata da 106 parlamentari che affermavano che il Consiglio per i diritti umani «non può essere preso sul serio come organizzazione per i diritti umani» a causa della loro indagine sulla condotta di Israele durante la guerra.
In seno alla Corte internazionale di giustizia, Pillay è stata giudice ad hoc in rappresentanza del Gambia nel caso «genocidio dei Rohingya» nel 2019. Il caso è stato intentato dal Gambia contro il Myanmar con l'accusa di aver violato la Convenzione sul genocidio contro i Rohingya. Nonostante l'opposizione del Myanmar, la Corte ha approvato il caso come ammissibile in tribunale e ha continuato a tenere le udienze. Il caso è degno di nota in quanto coinvolge un Paese che fa causa a un altro per il crimine di genocidio, il che ha creato molta resistenza nella comunità internazionale riguardo alla giurisdizione della Corte internazionale di giustizia.
Pillay è stata nominata presidente della Commissione d'inchiesta internazionale indipendente sul territorio palestinese occupato, istituita dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite dopo la crisi israelo-palestinese del 2021. Il 10 giugno 2024 la Commissione ha stabilito che crimini di guerra sono stati commessi sia da Hamas sia da Israele con l'attacco di Hamas del 7 ottobre e la successiva guerra di Gaza.
Il 16 settembre 2025 la Commissione d'inchiesta ha pubblicato un rapporto, il quale sostiene che le autorità israeliane e le forze di difesa israeliane hanno commesso e continuano a commettere quattro dei cinque atti di genocidio definiti dalla Convenzione del 1948, "con l'intento di distruggere, in tutto o in parte, un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso" i palestinesi della Striscia di Gaza. In un articolo pubblicato dal New York Times, pubblicato lo stesso giorno, Pillay ha affermato che il mondo ha l'obbligo di prevenire il genocidio, nonché «fermare il trasferimento di armi e il sostegno militare utilizzati in atti di genocidio, garantire assistenza umanitaria senza ostacoli, fermare il trasferimento di massa e la distruzione e utilizzare tutti i mezzi diplomatici e legali disponibili per fermare il massacro».
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