| Nidal Hasan | |
|---|---|
| Nascita | Arlington, 8 settembre 1970 |
| Dati militari | |
| Paese servito | |
| Forza armata | Esercito degli Stati Uniti |
| Corpo | Corpo sanitario |
| Anni di servizio | 1988 - 2009 |
| Grado | Maggiore psichiatra |
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Nidal Malik Hasan (Arlington, 8 settembre 1970) è un ex militare e terrorista statunitense, ex psichiatra e maggiore dell'United States Army, autore della strage avvenuta il 5 novembre 2009 nella base militare di Fort Hood, in Texas. Nell'attacco uccise tredici persone e ne ferì trentuno. Fu riconosciuto colpevole di tredici omicidi premeditati e trentadue tentati omicidi premeditati: quest'ultimo numero comprende anche un agente contro il quale sparò senza ferirlo.
Durante il processo davanti alla corte marziale, iniziato nell'agosto 2013, Hasan scelse di difendersi personalmente e ammise di essere l'autore della sparatoria. Il 23 agosto fu dichiarato colpevole di tutti i capi d'imputazione e il 28 agosto fu condannato a morte. Fu quindi trasferito nel carcere militare di Fort Leavenworth, in Kansas.
Prima dell'attacco, il Federal Bureau of Investigation aveva esaminato alcuni suoi scambi di posta elettronica con il predicatore Anwar al-Awlaki, ritenendoli compatibili con le ricerche professionali di Hasan. Dopo la strage, la gestione di queste informazioni e i segnali emersi durante la sua carriera militare furono oggetto di indagini dell'FBI, del Dipartimento della difesa e del Senato.
Hasan nacque l'8 settembre 1970 nella Contea di Arlington, in Virginia, da genitori di origine palestinese, immigrati da al-Bireh, in Cisgiordania, e divenuti cittadini statunitensi. Fu educato nella religione islamica insieme ai due fratelli minori.
Nel 1985 frequentò il primo anno della Wakefield High School di Arlington. L'anno seguente la famiglia si trasferì a Roanoke, dove il padre aveva avviato alcune attività commerciali. Hasan conseguì il diploma alla William Fleming High School nel 1988. Il padre morì nel 1998, a 51 anni, e la madre nel 2001, a 49 anni.
Si arruolò nell'esercito nel 1988, dopo il diploma, e proseguì gli studi durante il servizio. Nel 1992 ottenne un associate degree in scienze al Virginia Western Community College e nel 1995 un bachelor's degree in biochimica al Virginia Tech, in entrambi i casi con lode. Nel 1997 divenne ufficiale del servizio sanitario dell'esercito e iniziò gli studi di medicina alla Uniformed Services University of the Health Sciences di Bethesda, nel Maryland.
Completò il corso di medicina nel 2003, impiegando sei anni per un programma normalmente quadriennale. Secondo una successiva ricostruzione della CNN, durante gli studi ebbe difficoltà di rendimento e fu ripetutamente sottoposto a una forma di sorveglianza accademica. Svolse il tirocinio e la specializzazione in psichiatria al Walter Reed Army Medical Center, seguiti da un biennio di perfezionamento in psichiatria preventiva e delle catastrofi, conseguendo anche un master in sanità pubblica. Durante la formazione al Walter Reed ricevette supervisione aggiuntiva.
Nell'ultimo anno di specializzazione tenne una presentazione intitolata The Quranic World View as It Relates to Muslims in the U.S. Military, dedicata al rapporto tra la visione coranica e il servizio dei musulmani nelle forze armate statunitensi. Secondo il Washington Post, alcuni partecipanti reagirono negativamente. Hasan propose di consentire ai militari musulmani di congedarsi come obiettori di coscienza, sostenendo che ciò avrebbe migliorato il morale e ridotto il rischio di rifiuti di impiego operativo, spionaggio o violenze contro altri soldati.
Il colonnello in congedo Terry Lee, che aveva lavorato con lui, riferì che Hasan si opponeva alla presenza militare statunitense in Iraq e Afghanistan, auspicava il ritiro delle truppe e aveva avuto discussioni accese con colleghi. Altri resoconti lo descrissero come socialmente isolato e turbato dalle esperienze di guerra raccontate dai militari che assisteva.
Nel maggio 2009 fu promosso maggiore. Nel luglio successivo venne trasferito al Darnall Army Medical Center di Fort Hood e si stabilì a Killeen, in Texas. Poco dopo acquistò legalmente una pistola FN Five-seveN. La BBC riferì che, prima del trasferimento, alcuni supervisori avevano giudicato negativamente il suo rendimento; durante il processo emerse anche che il tenente colonnello Ben Phillips gli aveva attribuito una valutazione molto favorevole.
Alcuni familiari sostennero che Hasan temeva l'invio in una zona di guerra e aveva cercato di lasciare l'esercito. Il cugino Nader collegò questi timori al lavoro con soldati affetti da disturbo da stress post-traumatico. I parenti riferirono inoltre episodi di ostilità connessi alla sua religione; queste dichiarazioni non furono confermate dal portavoce dell'esercito interpellato e un'organizzazione di veterani musulmani affermò di non avere segnalazioni corrispondenti nei propri registri.
Nell'agosto 2009 la sua automobile fu danneggiata con una chiave; secondo il verbale della polizia di Killeen, il costo stimato della riparazione era di circa mille dollari e un soldato fu accusato del danneggiamento. Un vicino attribuì l'episodio a motivi religiosi.
Il suo stato di servizio riportava l'Army Service Ribbon, ricevuta nel 1988 al termine dell'addestramento individuale, due conferimenti della National Defense Service Medal e la Global War on Terrorism Service Medal.
Secondo il cugino Nader, Hasan divenne più osservante dopo la morte dei genitori. Lo stesso familiare dichiarò di non ricordare sue posizioni radicali o antiamericane. Nel maggio 2001 partecipò al funerale della madre nella moschea Dar al-Hijrah, nella zona di Falls Church, in Virginia. Frequentò anche una moschea a Silver Spring, nel Maryland. L'imam Faizul Khan lo descrisse come riservato e interessato alle questioni religiose, ricordando che nelle loro conversazioni non affrontavano la politica.
Il medico militare Val Finnell, suo compagno nel corso di sanità pubblica, raccontò che Hasan aveva dedicato un elaborato al tema se la guerra al terrorismo costituisse una guerra contro l'Islam e alle conseguenze per i musulmani in servizio nelle forze armate. Finnell giudicò insolita la scelta rispetto alla materia del corso.
Anwar al-Awlaki fu imam di Dar al-Hijrah nel 2001 e nel 2002, quando Hasan frequentava la moschea. In quel periodo al-Awlaki era considerato da parte delle istituzioni statunitensi un interlocutore religioso moderato; in seguito divenne noto per le sue posizioni estremiste.
A partire dal dicembre 2008, le autorità federali intercettarono comunicazioni elettroniche tra Hasan e al-Awlaki. Gli investigatori dell'FBI che le esaminarono ritennero che le domande religiose di Hasan, relative ai conflitti tra fede musulmana e servizio militare, fossero compatibili con la sua attività di ricerca sulla salute mentale dei militari musulmani. Non ne ricavarono una valutazione di minaccia tale da determinare ulteriori interventi nei suoi confronti. Dopo l'attacco questa decisione fu sottoposta a riesame.
In un'intervista concessa nel novembre 2009 al giornalista yemenita Abdulelah Hider Shaea e riferita dal Washington Post, al-Awlaki affermò che Hasan gli aveva scritto per la prima volta il 17 dicembre 2008, ricordandogli di avere pregato con lui nella moschea della Virginia. Dichiarò di essere diventato un suo confidente, ma negò di avergli ordinato o di averlo spinto a colpire cittadini statunitensi. Si trattava della ricostruzione fornita dallo stesso al-Awlaki.
I contatti suscitarono critiche sulla gestione delle informazioni da parte delle autorità. L'ex funzionario della CIA Bruce Riedel sostenne che una corrispondenza con un simpatizzante di Al Qaida avrebbe dovuto costituire un segnale d'allarme anche indipendentemente dal contenuto dei singoli messaggi. Lo studioso di terrorismo Jarret Brachman osservò che al-Awlaki esercitava una forte influenza sui jihadisti di lingua inglese.
Dopo l'attacco, gli investigatori esaminarono interventi pubblicati nel maggio 2009 con il nome utente «NidalHasan». Secondo i resoconti dell'epoca, questi messaggi paragonavano gli attentati suicidi al sacrificio di un soldato che si getta su una granata per proteggere i compagni. L'attribuzione dei messaggi a Hasan era allora oggetto di accertamento.
La ABC riferì, citando funzionari governativi, che gli investigatori stavano esaminando anche altri suoi contatti con persone sotto osservazione dell'FBI. Nell'appartamento furono trovati biglietti da visita professionali con le sigle «SoA» e «SWT». Secondo gli investigatori citati dalla stampa, la prima poteva significare Soldier of Allah o Servant of Allah, mentre la seconda rinviava alla formula religiosa araba subhanahu wa ta'ala.
Nei giorni precedenti la strage Hasan scrisse ai superiori e ai consulenti legali dell'esercito per chiedere come comportarsi di fronte ai racconti di alcuni pazienti sulle azioni compiute in Iraq e in Afghanistan, che egli considerava preoccupanti. I messaggi furono successivamente pubblicati dal New York Times.
Il suo impiego in Afghanistan era previsto per la fine di novembre 2009. Familiari e conoscenti riferirono la sua contrarietà alla partenza. Nei giorni immediatamente precedenti l'attacco distribuì parte dei propri beni ai vicini; la mattina della sparatoria regalò mobili e copie del Corano, dicendo di essere prossimo alla partenza.
Il 5 novembre 2009 Hasan entrò nel Soldier Readiness Processing Center di Fort Hood, dove i militari svolgevano accertamenti e pratiche prima dell'impiego operativo. Secondo le testimonianze raccolte, gridò «Allāhu ʾAkbar» e aprì il fuoco con una pistola semiautomatica. Uccise tredici persone e ne ferì trentuno.
All'esterno dell'edificio si scontrò con l'agente della polizia civile dell'esercito Kimberly Munley, che rimase ferita nello scambio di colpi. Un secondo agente, Mark Todd, colpì Hasan, lo disarmò e lo ammanettò. L'attacco durò circa dieci minuti.
Hasan fu ricoverato al Brooke Army Medical Center di San Antonio. Il 9 novembre un portavoce dell'ospedale comunicò che era cosciente ed era nuovamente in grado di parlare. Il 13 novembre il suo avvocato John Galligan dichiarò che le ferite alla colonna vertebrale lo avevano lasciato paralizzato dalla vita in giù.
Il 21 novembre un magistrato militare, in un'udienza tenuta nella stanza d'ospedale, dispose la detenzione preventiva in attesa del processo. Hasan rimase inizialmente ricoverato e nell'aprile 2010 fu trasferito nel carcere della contea di Bell, a Belton.
Il 12 novembre 2009 furono formulate tredici imputazioni per omicidio premeditato; il 2 dicembre si aggiunsero trentadue imputazioni per tentato omicidio premeditato, ai sensi dello Uniform Code of Military Justice. L'accusa fu affidata al colonnello Michael Mulligan. Hasan fu inizialmente assistito da John Galligan, già colonnello del corpo giuridico dell'esercito.
La difesa prospettò inizialmente la possibilità di far valere l'infermità mentale. Una valutazione delle condizioni psichiche dell'imputato, inizialmente prevista per il gennaio 2010, fu rinviata su richiesta del difensore. Nell'aprile 2010 i pubblici ministeri formalizzarono l'intenzione di chiedere la pena di morte, indicando l'uccisione di più persone come circostanza aggravante.
L'udienza preliminare prevista dall'articolo 32 del codice di giustizia militare iniziò nell'ottobre 2010. I sopravvissuti furono ascoltati a partire dal 14 ottobre. Il procedimento si concluse il 15 novembre senza che la difesa presentasse una propria ricostruzione: Galligan motivò la scelta con il mancato rilascio di documenti relativi all'esame delle informazioni di intelligence. Il 18 novembre il colonnello James Pohl raccomandò il rinvio a una corte marziale autorizzata a infliggere la pena capitale. Il comandante di Fort Hood dispose il rinvio a giudizio il 6 luglio 2011.
Il processo, inizialmente fissato per il marzo 2012, fu rinviato più volte per consentire alla difesa di prepararsi. Hasan interruppe il rapporto professionale con Galligan e si affidò a tre avvocati militari.
Nel 2012 una controversia riguardò la barba dell'imputato, che violava le disposizioni militari sull'aspetto personale ma che Hasan sosteneva di portare per ragioni religiose. Il giudice Gregory Gross gli inflisse sanzioni per oltraggio alla corte e ordinò che fosse rasato; l'esecuzione dell'ordine e lo svolgimento del processo furono oggetto di ricorsi. Hasan offrì anche di dichiararsi colpevole, ma le regole applicabili non consentivano di accettare una dichiarazione di colpevolezza in un procedimento in cui era richiesta la pena di morte.
Il 3 giugno 2013 il giudice autorizzò Hasan a difendersi personalmente, lasciando i difensori militari nel ruolo di assistenti disponibili in caso di necessità. La giudice Tara Osborn escluse la possibilità di invocare la difesa di terzi sulla base dell'asserita necessità di proteggere i talebani dalle operazioni statunitensi in Afghanistan.
Il dibattimento iniziò il 6 agosto 2013. Hasan ammise di essere l'autore degli spari, affermò di avere cambiato schieramento e si presentò come un combattente impegnato contro le forze armate statunitensi. Gli avvocati incaricati di assisterlo sostennero che la sua condotta processuale sembrava favorire una condanna a morte e chiesero di modificare o abbandonare il proprio ruolo; la giudice respinse la richiesta di sostituirsi a lui nella conduzione della difesa.
L'accusa presentò quasi novanta testimoni in undici giorni. Hasan sollevò poche obiezioni e controinterrogò soltanto tre persone. Non chiamò testimoni a discarico, non depose e il 21 agosto concluse la propria difesa senza presentare prove. Il giorno seguente rinunciò anche all'arringa finale.
Il 23 agosto 2013 il collegio composto da tredici ufficiali dichiarò Hasan colpevole di tutti i capi d'imputazione. Nella successiva fase dedicata alla determinazione della pena furono ascoltati sopravvissuti e familiari delle vittime; Hasan non presentò elementi a sostegno di una pena alternativa. Il 28 agosto il collegio decise all'unanimità per la condanna a morte, la perdita degli emolumenti e l'espulsione dal servizio militare.
Nell'ottobre 2026 il presidente Donald Trump ne autorizzò l'esecuzione mediante fucilazione. Il segretario alla Difesa Pete Hegseth ha confermato che la sentenza verrà eseguita il 3 dicembre 2026 mediante fucilazione eseguita da un plotone composto da militari dell'esercito americano.
Dopo la strage al-Awlaki elogiò pubblicamente Hasan e presentò il suo gesto come coerente con la propria interpretazione del conflitto fra gli Stati Uniti e i musulmani. Nel marzo 2010 anche il portavoce di al Qaida Adam Yahiye Gadahn lo indicò come esempio, pur precisando che Hasan non apparteneva all'organizzazione.
Secondo l'Anti-Defamation League, messaggi favorevoli all'attacco comparvero anche sui siti di Revolution Muslim e della rete Ansar al-Mujahideen. Il sostegno di questi gruppi non rappresentò una posizione condivisa dalle comunità musulmane: la CNN riportò critiche di esponenti musulmani nei confronti di Revolution Muslim.
Le ricostruzioni successive si concentrarono sulle informazioni disponibili prima dell'attacco e sui comportamenti segnalati durante la formazione di Hasan. Alcuni colleghi riferirono di avere espresso preoccupazione per le sue dichiarazioni politiche e religiose.
Il Dallas Morning News riferì che alcuni investigatori stavano valutando anche la frustrazione di Hasan per il mancato seguito alle sue richieste di esaminare presunti crimini di guerra raccontati dai pazienti. Il quotidiano riportò opinioni contrastanti sulla compatibilità di tali segnalazioni con il segreto professionale medico.
Il capo di stato maggiore dell'esercito George Casey espresse preoccupazione per possibili ripercussioni sui militari musulmani e difese il valore della diversità all'interno delle forze armate.
Il direttore dell'FBI Robert Mueller affidò a William Webster, già direttore dell'FBI e della CIA, una revisione indipendente della gestione del caso. Il rapporto finale della commissione formulò raccomandazioni sulla responsabilità delle segnalazioni investigative, sulla condivisione delle informazioni e sulle capacità di ricerca nelle banche dati.
Una relazione del 2011 della commissione del Senato per la sicurezza interna e gli affari governativi definì la strage il più grave attacco terroristico sul territorio statunitense dopo l'11 settembre 2001 e criticò l'incapacità delle istituzioni di mettere in relazione i segnali d'allarme.
Nei giorni immediatamente successivi alla strage si sviluppò un dibattito sulla sua qualificazione come atto terroristico. Il senatore Joe Lieberman chiese un'indagine parlamentare, collegando tale valutazione all'accertamento delle posizioni estremiste attribuite a Hasan e invitando ad attendere le verifiche dell'esercito e dell'FBI.
La rivista Time dedicò a Hasan una copertina con la domanda «Terrorist?» Nell'articolo Nancy Gibbs esaminò il rapporto fra isolamento personale, opposizione alle guerre e radicalizzazione religiosa. Lo studioso Bruce Hoffman osservò che l'assenza di un'organizzazione direttamente coinvolta non escludeva necessariamente la natura terroristica di un attacco. Il New York Times presentò il caso anche nel contesto della radicalizzazione individuale favorita da Internet.
Dopo la condanna Hasan fu trasferito alle United States Disciplinary Barracks di Fort Leavenworth. Nel settembre 2013 le autorità carcerarie gli rasarono la barba, richiamando i regolamenti applicabili ai detenuti militari. Il suo precedente difensore contestò il provvedimento per motivi religiosi.
Nell'agosto 2014 il suo avvocato rese noto che Hasan aveva scritto ad Abu Bakr al-Baghdadi, allora capo dello Stato Islamico, chiedendo di essere riconosciuto come cittadino dell'entità proclamata dall'organizzazione.
Nel dicembre 2020 la United States Army Court of Criminal Appeals confermò la condanna. La United States Court of Appeals for the Armed Forces respinse a sua volta le contestazioni con un'opinione del 6 settembre 2023; il relativo giudizio risulta depositato il 4 marzo 2024.
Il 31 marzo 2025 la Corte suprema degli Stati Uniti d'America respinse la richiesta di certiorari nel procedimento Hasan v. United States, n. 24-5225, lasciando ferma la decisione impugnata.
Il 24 settembre 2025 il segretario della Difesa Pete Hegseth annunciò che avrebbe chiesto al presidente Donald Trump l'approvazione dell'esecuzione. Il 5 ottobre 2026 il portavoce del Pentagono Sean Parnell comunicò che Trump aveva approvato la raccomandazione di procedere mediante un plotone d'esecuzione dell'esercito. Data e luogo dovevano essere stabiliti dal segretario dell'Esercito e al quanto confermato verrà eseguita in diretta streaming.