
Una zona d'interdizione al volo (in inglese no-fly zone, sigla: NFZ) è un territorio entro il quale vige il divieto di sorvolo. Tali zone vengono di solito dichiarate in un contesto di controllo militare degli spazi aerei per delimitare una zona demilitarizzata del cielo.
Nel 1992, il Regno Unito e gli Stati Uniti, dopo la Guerra del Golfo intervennero nello scontro tra il regime iracheno di Saddam Hussein e la popolazione Curda nell'Iraq settentrionale, stabilendo una vasta zona d'interdizione dove fu impedito di volare agli aerei iracheni.
La zona d'interdizione al volo era attiva anche nell'Iraq meridionale al fine di difendere la popolazione a maggioranza sciita, fortemente repressa dal regime iracheno. Lo scopo dell'istituzione di tale zona era di prevenire i bombardamenti e gli attacchi chimici del regime contro i Curdi.
La legalità di questa operazione è comunque oggetto di dibattito. I sostenitori della decisione affermano che la zona di divieto di volo è stata autorizzata implicitamente dalla risoluzione numero 688 del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. I contrari sostengono che la risoluzione 688 non menziona e non autorizza questo tipo di operazioni. Tra gli oppositori oltre la Francia vi fu anche il segretario generale dell'ONU Boutros Boutros-Ghali
La no-fly zone è stata annullata in seguito alla fine della Guerra in Iraq e all'occupazione anglo-americana del Paese nel 2003.
Durante la Guerra di Bosnia furono attive le risoluzioni 781 e la 816 del Consiglio di Sicurezza dell'ONU che vietavano i sorvoli militari non autorizzati sulla Bosnia ed Erzegovina.
In seguito all'Accordo di Dayton del 1995 tra la Federazione croato-musulmana e la Repubblica Srpska la no-fly zone viene annullata.

La risoluzione 1973 voluta in seguito il 17 marzo 2011 a un mese dall'inizio dalle sommosse popolari fortemente represse dal regime di Gheddafi, votata al Consiglio di sicurezza dell'ONU da Bosnia ed Erzegovina, Colombia, Francia, Gabon, Libano (rappresentante anche della Lega Araba), Nigeria, Portogallo, Sudafrica, Stati Uniti e Regno Unito per ottenere il rispetto dei diritti umani è rimasta in vigore in tutto il territorio libico fino al 31 ottobre 2011, quando la missione NATO si è ufficialmente conclusa.
Una no-fly zone fu dichiarata dall'LNA, con base a Tobruk, sul sud del Paese durante la sua offensiva nella regione nel 2018. Successivamente fu nuovamente istituita per 10 giorni nel 2019, quando l'LNA assunse il controllo dei giacimenti petroliferi della regione. L'LNA dichiarò un'altra no-fly zone nel 2019 su tutta la parte occidentale del Paese durante un offensiva.

Poco dopo l'inizio dell'invasione russa dell'Ucraina nel febbraio 2022, la leadership ucraina chiese ripetutamente alla NATO di imporre una no-fly zone sull'Ucraina, ma l'alleanza respinse la richiesta a causa del rischio di un'ulteriore escalation e di un confronto militare diretto con la Russia. Vi furono inoltre dubbi sull'efficacia dell'istituzione di una tale zona al fine di proteggere gli insediamenti ucraini, che erano stati soggetti a pesanti attacchi indiscriminati da parte dell'artiglieria russa e di altre forze prevalentemente terrestri. Il 18 marzo, il governo separatista filorusso della Repubblica Popolare di Donec'k dichiarò che la Russia avrebbe istituito una no-fly zone sulla regione del Donbass in Ucraina.
Nel novembre 2025, nel contesto degli attacchi militari statunitensi contro presunti trafficanti di droga nei Caraibi, il presidente degli Stati Uniti Donald J. Trump propose una no-fly zone sull'intero territorio del Venezuela. Il presidente venezuelano Nicolás Maduro condannò la proposta definendola un atto di neocolonialismo.