O mea cella

O mea cella
Altri titoliCella Alcuini
AutoreAlcuino di York
1ª ed. originaleVIII secolo
Generepoesia
Sottogenereelegia
Lingua originalelatino

O mea cella ("O mio monastero"), nota anche come Cella Alcuini ("Il monastero di Alcuino") è una poesia di Alcuino di York scritta nella forma di un'elegia, per un totale di 38 versi.

Il componimento si trova incluso nell'edizione di Ernst Dümmler sotto il numero 23 (ed. MGH, Poetae Latini Aevi Carolini I, pp. 243 – 244).

Testo e traduzione

[Carm. XXIII]

O mea cella, mihi habitatio dulcis, amata,

Semper in aeternum, o mea cella, vale.

Undique te cingit ramis resonantibus arbos,

Silvula florigeris semper onusta comis.

5 Prata salutiferis florebunt omnia et herbis,

Quas medici quaerit dextra salutis ope.

Flumina te cingunt florentibus undique ripis,

Retia piscator qua sua tendit ovans.

Pomiferis redolent ramis tua claustra per hortos,

10 Lilia cum rosulis candida mixta rubris.

Omne genus volucrum matutinas personat odas

Atque creatorem laudat in ore deum.

In te personuit quondam vox alma magistri,

Quae sacro sophiae tradidit ore libros.

15 In te temporibus certis laus sancta tonantis

Pacificis sonuit vocibus atque animis.

Te, mea cella, modo lacrimosis plango camenis,

Atque gemens casus pectore plango tuos.

Tu subito quoniam fugisti carmina vatum.

20 Atque ignota manus te modo tota tenet.

Te modo nec Flaccus nec vatis Homerus habebit,

Nec pueri musas per tua tecta canunt.

Vertitur omne decus saecli sic namque repente:

Omnia mutantur ordinibus varis.

25 Nil manet aeternum, nihil immutabile vere est,

Obscurat sacrum nox tenebrosa diem.

Decutit et flores subito hiems frigida pulcros,

Perturbat placidum et tristior aura mare.

Qua campis cervos agitabat sacra iuventus,

30 Incumbit fessus nunc baculo senior.

Nos miseri, cur te fugitivum, mundus, amamus?

Tu fugis a nobis semper ubique ruens.

Tu fugiens fugias; Christum nos semper amemus.

Semper amor teneat pectora nostra dei.

35 Ille pius famulos diro defendat ab hoste,

Ad caelum rapiens pectora nostra, suos;

Pectore quem pariter toto laudemus, amemus:

Nostra est ille pius gloria, vita, salus.


[Il mio monastero]

O monastero mio, dolce dimora,

addio per sempre, amore caro, addio!

Ti copre fremente l'abbraccio dei rami

del piccolo bosco uggito sovente di fronde fiorite;

5 e i prati, ormai tutti distesi di erbe bennate

che i medici cercano, e danno salute;

feconde le rive dei fiumi ti cingono

(il pescatore vi getta le reti, festante);

il tuo chiostro perfonde profumi dagli orti pomosi,

10 se i candidi gigli trascorrono in rosse roselle.

Cantano gli uccelli del creato le odi del mattino,

lodando il dio creatore.

Un tempo in te suonava sacra la voce del maestro,

che ci nutrì coi libri di saggezza.

15 In te a ritmi fissi lode santa la voce

dell'anima piena di pace cantava all'Onnipotente.

Te, monastero, piange la mia musa

intristita, e la tua disgrazia,

perché non sapevi e hai visto fuggiti i sacri canti dei poeti.

20 E ora ti apre una mano straniera:

non ti abita più Flacco, non più Omero.

Nessun ragazzo canta alle muse, in te.

La bellezza del mondo è distrutta così d'improvviso

e tutto trasmuta nell'ordine del disordine cangiante

25 (niente permane d'eterno, niente più è certo,

se la notte di mala tenèbra oscura la luce sacra del giorno).

Di schianto raggela l'inverno e abbatte i fiori aggraziati,

perché il vento si fa iroso e percuote il mare sereno.

Dove il ragazzo inseguiva i cervi nei campi

30 è fermo ormai e s'appoggia pesante al bastone un vecchio.

Perché vogliamo la disgrazia di amarti, mondo fugace?

Tu sai solamente fuggire da noi:

a te dunque una fuga lontana, a noi sempre l'amore per Cristo.

Il cuore abbracci sempre l'amore di Dio!

35 Egli è l'amore che difende i suoi servi dal crudele nemico,

sollevando al cielo i nostri cuori.

Il cuore lo ama perché sempre lo loda:

Egli è l'amore che è nostra gloria, vita e salvezza!

[Trad. G. Agosti]

Genere e metro

Si tratta di un'elegia costruita sull'alternanza di distici, in ognuno dei quali si succedono coppie di esametri e pentametri. Il modello stilistico a cui Alcuino guarda, oltre che quello virgiliano, è sicuramente quello ovidiano, come dimostrano i molti paralleli che sul piano linguistico emergono con le opere del poeta. Si contano in tutto 19 esametri, per la maggior parte costituiti dalle sequenze DDSS e DSDS.

Contenuto

All'interno del carme Alcuino si rivolge con straordinaria dolcezza al proprio monastero, dando un estremo saluto al luogo nel quale ha trascorso gli anni della sua giovinezza e che ora si trova costretto a dover abbandonare per sempre. Tutto è giocato su una malinconica opposizione tra presente e passato, che porta l'io a delineare i contorni del locus amoenus monastico, di cui si richiamano di continuo frammenti sfuocati dalla memoria e dal tempo: “alberi, musiche, fiori, erbe, fiumi e pesca, frutti e uccelli, voci di scuola, voci di chiesa”.

Il rimpianto per gli anni trascorsi finisce con il tradursi in una più sofferta riflessione sulla fugacità e sull'irreversibilità del tempo (“Dove il ragazzo inseguiva i cervi nei campi, è fermo ormai e s'appoggia pesante al bastone un vecchio”, vv. 29 – 30), che porta il poeta a sacralizzare la giovinezza e a chiedersi per quale ragione l'uomo, potendo astrarsi dal mondo e anelare al cielo, preferisca di continuo abbracciare ciò che è effimero: “Perché vogliamo la disgrazia di amarti, mondo fugace?” (v. 31).

Nell'amore per Cristo (vv. 33 – 38) sembra infine sciogliersi questo eterno paradosso, lasciando tuttavia irrisolto e di continuo destinato a riproporsi quel sentimento di imperitura tensione che l'uomo (medievale e non solo) vive tra finito e infinito.

Identificazione della cella e coordinate spazio-temporali

L'esatta identificazione del monastero a cui Alcuino fa riferimento è stata a lungo dibattuta dagli studiosi che se ne sono occupati; i luoghi che sono stati considerati come possibili scenari del carme sono Ferrièries, Saint-Loup a Troyes, Saint-Martin a Tours, Saint-Josse-sur-Mer, Berg e York.

Di particolare peso sembrano essere le ragioni poste a suffragio della collocazione inglese: la cella che Alcuino apostrofa sarebbe quella di York, dove egli trascorre la sua giovinezza e viene educato presso la scuola della cattedrale dagli arcivescovi Egberto e Aelberto. Fra i maggiori argomenti posti a sostegno di questa tesi se ne ricordano in particolare due, in ordine di rilevanza:

A livello cronologico, anche se la datazione precisa di questa poesia rimane piuttosto incerta, se si considera buona l'ipotesi che vede York come sfondo, si potrebbe pensare ad una scrittura successiva all'ultimo soggiorno dell'autore in suolo inglese (790 – 793), vicina agli ultimi anni della sua vita; se si considerano anche i contorni cronologici delle “sventure” di cui si è detto, si può spostare la composizione a poco dopo il triennio 793 – 796.

Terminologia e note

Paternità del testo

Non priva di discussioni è stata l'attribuzione di questo componimento ad Alcuino; Jean Mabillon dubita fortemente della paternità alcuiniana di questo carme, ritenendone responsabile l'abate Fridugiso, suo successore; l'editore Dümmler ne prende però le distanze, adducendo motivazioni stilistiche: “Io non dubito minimamente che Alcuino sia l'autore dell'allocuzione poetica” (MHG ed. cit., p. 243). Ad oggi la paternità alcuiniana del testo sembra essere data per certa.

Note

  1. ↑ F. Stella, La poesia carolingia, Firenze 1995, pp. 365 - 369.
  2. ↑ P. Zanna, Il carme Quisquis es hunc cernens: Dúngal, Aldelmo, Alcuino, in: Poesia latina Medieval, Firenze 2005, pp. 875 – 876.
  3. ↑ F. Stella, La poesia carolingia cit., p. 504.
  4. ↑ Cfr. F. Stella, La poesia carolingia cit., pp. 503 - 504.
  5. ↑ J. Mabillon, Acta Sanctorum (Ordinis S. Benedicti), IV, Paris 1677, 176s.

Bibliografia

Fonti

Studi

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