La locuzionelatinaomnes feriunt, ultima necat significa tutte feriscono, l'ultima uccide. Sono ben riscontrabili anche le varianti omnes vulnerant, ultima necat e vulnerant omnes, ultima necat.
Per il cardinale e teologo Raniero Cantalamessa l'incisione sugli orologi dei chiostri rinvia ad Agostino d'Ippona, secondo cui "l'uomo, quando nasce, contrae una malattia dalla quale nessuno che nasca ha scampo" (Discorso 229/H, 3), un'esistenza che è da considerarsi una "vita mortale o morte vitale" (Confessioni I, 6, 7), pensiero ripreso anche dal Martin Heidegger dell'"essere-per-la-morte" (Sein-zum-Tode).
Tuttavia la riflessione filosofica ritiene indecidibili un paio di aspetti essenziali:
le ore feriscono (il tempo porta acciacchi), eppure, sin quando non arriva l'ultima, siamo ancora vivi e possiamo provare a goderne. Perciò non è chiaro se la morte sia la fine di un edonismovitalistico o viceversa l'interruzione di un disfacimento in corso;
anche nel caso del tempo come processo degenerativo, il nesso fra sofferenza e morte resta ambiguo: o compimento dell'agonia oppure suo punto di discontinuità ("almeno si smette di patire").
Nel romanzo Il club Dumas (1993) di Arturo Pérez Reverte la frase compare nella variante omnes vulnerant, postuma necat all'ingresso della villa del bibliofilo Fargas a Sintra.
Simili iscrizioni su torri campanarie, edifici cittadini e chiese, poste vicino a una meridiana o a un orologio, hanno una lunga tradizione in Italia come nell'Occidente. Tra le altre versioni del motto riportate sovente nei pressi degli orologi c'è anche Unam time, ultimam cave ovvero: «témine una: guàrdati dall'ultima [ora]».[senzafonte]