| Chiesa collegiata di Santa Maria Assunta | |
|---|---|
| Stato | |
| Regione | |
| Località | San Ginesio |
| Indirizzo | Piazza Alberico Gentili |
| Coordinate | 43°06′31.07″N 13°19′09.3″E |
| Religione | cattolica di rito romano |
| Titolare | Annunciazione |
| Arcidiocesi | Camerino-San Severino Marche-Matelica |
| Stile architettonico | Romanico e gotico fiorito |
| Inizio costruzione | XI secolo |
| Completamento | 1098 |
| Sito web | www.sanginesioturismo.it/chiesa-colleggiata/ |
La Chiesa collegiata di Santa Maria Assunta, conosciuta anche come Pieve Collegiata, dal XIX secolo rinominata Collegiata della Santissima Annunziata, è una chiesa parrocchiale, nonché principale luogo di culto cattolico di San Ginesio, in provincia di Macerata ed arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche-Matelica; fa parte della vicaria di San Ginesio. La chiesa-collegiata si erge sul punto centrale del centro storico, nella piazza dedicata ad Alberico Gentili.
La chiesa collegiata di Santa Maria Assunta venne costruita nell'XI secolo su una cappella paleocristiana dedicata a Genesio di Roma, santo patrono del paese, che sorgeva al centro dell'abitato.
Il canonico e storico locale Giuseppe Salvi, riprendendo una tradizione registrata nei rogiti notarili di Giulio Cesare Passeri del 1600, riferisce che nel luogo dove sorge la Collegiata si trovava una piccola chiesa con un'immagine dipinta di san Ginesio, presso la quale erano soliti sostare dopo la caccia i signori dei tre castelli di Brugiano, Trensano e Alvaneto, e dalla quale l'insediamento avrebbe preso il nome; della stessa tradizione sarebbe testimonianza l'antico sigillo della comunità, nel quale è raffigurato il tempio con il patrono davanti alla porta.
Attratti dalla salubrità dell'aria e da una posizione favorevole alla difesa, resa necessaria dalle frequenti lotte feudali, quegli stessi signori avrebbero deciso di ricostruire il castello e di stabilirvi la propria dimora, abbandonando gli altri tre: un fatto che Salvi colloca intorno alla metà dell'XI secolo. Riedificato il castello e chiamati alla reggenza del popolo due magistrati con il titolo di consoli, furono questi ultimi a deliberare e a promuovere la fondazione di una chiesa al centro del nuovo insediamento. Secondo Severini i fondatori vollero denominarla plebs e plebanus il suo rettore per venire incontro al favore popolare (in latino Ecclesiam majorem erigere procurarunt, quam nominavere plebem ejusque rectorem plebanum, "Si adoperarono per erigere una chiesa maggiore, che chiamarono pieve e pievano il suo rettore"), con il proposito dichiarato di erigerla fin dall'origine in collegiata (in latino Eamque Collegiatam fore censuerunt, "E stabilirono che essa fosse collegiata").
Le prime informazioni storiche sulla costruzione della chiesa vengono date dal canonico Marinangelo Severini nel XVI secolo nel libro Historiae Genesinae. Severini, in un breve excursus storico, la colloca tra il 1072 e il 1097, per poi dare un anno preciso all'inizio di un capitolo, indicando il 1098; secondo Salvi, che si fonda sulle costituzioni capitolari, in quell'anno la chiesa era «già portata a compimento». La data è ripresa anche in uno scritto redatto per la realizzazione di una lapide commemorativa, che riporta:
Per quanto riguarda l'ampliamento, invece, ci evidenzia che venne realizzato per permettere alla popolazione di accedere più facilmente al suo interno e per soddisfare le esigenze dell'aumento demografico e la nuova struttura venne chiamata Pieve (in latino Ecclesia plebi congrua), come riporta in questo scritto:
Tutto ciò è riportato anche da Salvi nelle sue Memorie storiche di Sanginesio:
Marinangelo Severini nel suo libro spiega che la chiesa era inizialmente governata da un pievano di nome Pietro insieme a quattro canonici, la cui condotta spinse molti cittadini ad elargire legati, ovvero lasciti testamentari, a favore della comunità ecclesiastica, che sarebbero poi stati utilizzati per arricchire ed abbellire la chiesa; la pratica era molto diffusa fin dall'inizio del XII secolo. Come evidenzia lo storico Rossano Cicconi, a lato del testo originale di Severini si può leggere una glossa, ovvero il numero 1116, che potrebbe indicare una data indicativa (congettura) dell'inizio dell'attività dei lasciti oppure il risultato di una semplice sottrazione aritmetica. A complicare il quadro, Cicconi sottolinea la scelta espositiva del Severini, che non riporta le notizie del XII secolo in ordine cronologico ma per salti temporali e digressioni. Severini indica una data puntuale, dicembre 1117, riferendo di una donazione avvenuta sotto il regnante Enrico IV: la notizia non è però attendibile, poiché Enrico IV era morto nel 1106 e a quella data regnava Enrico V. Notizie più attendibili sono date dall'abate Telesforo Benigni nell'Appendice diplomatica, dove trascrive la prima testimonianza di queste pratiche, ovvero un atto di quietanza del dicembre 1147. Dal testo si ricava che le pratiche economiche venivano effettuate con testimoni e notai davanti alla chiesa, nella piazza principale (in latino in castro Sancti Ginesii in trasanna ecclesie plebis prope ulmos, "nel castello di San Ginesio, nel portico della chiesa plebana presso gli olmi").
Il collegio dei canonici nacque insieme alla chiesa: al sacerdote posto alla sua reggenza furono affiancati altri quattro sacerdoti, stipendiati con le dotazioni delle chiese abbandonate del territorio, che presero il nome di canonici mentre il loro capo fu detto pievano; a essi spettavano la cura d'anime e l'officiatura della chiesa. L'assetto a quattro canonici e un pievano rimase invariato fino al 1485, quando la soppressione della chiesa parrocchiale di San Giorgio in contrada Alvaneto e i beni dotali lasciati da Lippo Arpinucci consentirono di erigere altri due canonicati, con diritto di patronato riservato ai Leopardi di Recanati e ai Petrelli di San Ginesio; da allora il capitolo fu composto da sei canonici e un pievano, tenuti a officiare nelle feste anche la parrocchia soppressa.
L'edificio subì numerose modifiche e restauri. Secondo Salvi la chiesa originaria era a tre navate sorrette da quattordici colonne di grossa pietra, con la navata mediana un poco più ampia e le due laterali uguali fra loro e più strette, e non si estendeva oltre l'altare maggiore; nel 1398, sotto il pievanato di Angelo di Antonio, fu allungata e vi furono ricavati tre sfondi absidali — quello centrale destinato al coro dei canonici, quello di sinistra in corrispondenza della cappella di Santa Maria del Popolo e quello di destra dove si trovava la cassa dei depositi e dove oggi è la base della torre — come attestava una lapide letta e trascritta dal Severini. Nel XIII e XIV secolo la chiesa, non ancora eretta a collegiata, venne riedificata e nel 1348 fu modificata la volumetria originale, con il patrocinio della famiglia Da Varano; il portico fu realizzato nel 1367. L'intervento più importante fu però l'abbellimento della parte superiore del frontespizio, che il pievano Porfirio Salimbeni da Camerino commissionò nel 1421 a Enrico Alemanno per la somma di duecento ducati d'oro; ai tempi di Salvi il contratto originale era ancora conservato nell'archivio della Collegiata. Nel 1433, sotto il pievanato di Paolo, fu realizzato il battistero di marmo, e pochi anni dopo, sotto quello di Giacomo di Berardo, le tre porte dell'edificio; nel 1449 il capitano di ventura Trovarello dispose per testamento che a sue spese fosse ornata e dipinta la volta del coro. Della precedente chiesa è rimasto il portale, posto vicino a quello attuale. Nel XV secolo l'edificio sarebbe stato danneggiato da un incendio, per poi essere restaurato.[senza fonte]
Nonostante fosse la chiesa principale del paese, originariamente venne eretta al di fuori della linea difensiva cittadina che, nell'XI secolo, era molto più piccola rispetto a quella attuale. Solo nel XIII secolo, con l'allargamento della linea difensiva in vista della diatriba tra guelfi e ghibellini, la chiesa entrò all'interno dell'area difesa, poiché nel 1248, con le disposizioni del cardinale Pietro Capocci, il governo cittadino appoggiò il papato. Le modifiche territoriali vennero approvate dal Rettore della Marca il 7 settembre 1250.
L'edificio fu gravemente danneggiato dal terremoto del 28 luglio 1799. I danni vennero riparati solo nel secolo successivo, nel 1832, quando la chiesa fu interamente intonacata e imbiancata — intervento che lo stesso Salvi giudicò rovinoso «nel pregio della sua antichità» — e nel 1838. La sera del 3 novembre 1888 una scarica elettrica colpì il campanile, danneggiando la sottostante sagrestia e parte del tetto della chiesa, con danni stimati in tremila lire. Il fatto è ricordato da un'iscrizione posta nella sagrestia, decorata dal pittore ginesino Raffaele Clementini. Nel 1853 la facciata venne affidata al fermano Giovanni Battista Carducci, attivo in quel tempo a Tolentino nel restauro della Basilica di San Nicola. L'intervento scelto dall'architetto fu quello di realizzare un frontone in stile neogotico sopra la restante parte quattrocentesca di Enrico Alemanno, unendo così lo stile del XV secolo con quello in voga al momento, e di ristrutturare anche il collegamento col vicino palazzo defensoriale, sede del municipio, oramai dissestato e bisognoso di consolidamento già a partire dal 1848. Gli interventi proposti, però, non furono mai realizzati.
Con la nascita del Regno d'Italia e la conseguente soppressione degli ordini religiosi, il municipio venne trasferito presso il convento francescano lungo via Capocastello, sottratto all'ordine francescano, e al suo posto venne aperto nel 1877 il teatro comunale Giacomo Leopardi. Lo spostamento comportò la demolizione della struttura medievale che fungeva da collegamento fra chiesa e municipio, di cui oggi si conservano solo alcune pietre, e sancì anche la separazione fra l'ambito religioso e quello politico. La struttura di collegamento era un'antica trasanna plebis, un loggiato utilizzato dai notai, poi trasformato nel 1367 in un portico usato come mercato, che copriva tutto il fronte della chiesa e si connetteva al municipio.
Nella cappella eretta alla fine del XVI secolo da Cornelio Severini era venerata un'immagine mariana nota come Madonna della Misericordia, identificata da Salvi con la tela raffigurante l'Ascensione con la Vergine fra gli apostoli, opera del ginesino Domenico Malpiedi. Secondo la tradizione devozionale locale l'immagine avrebbe mosso gli occhi una prima volta nel luglio 1796.
Un secondo episodio analogo fu riferito il 19 giugno 1850: secondo il Diario dei Chierici citato da Salvi, verso mezzogiorno una bambina di circa nove anni, Giuseppina figlia di Vincenzo Turchetti, si avvide che l'immagine muoveva gli occhi. La notizia si diffuse rapidamente nel paese e il quadro fu estratto dalla cappella e collocato in mezzo alla chiesa. Avvertito dell'accaduto, monsignor Salvini si recò a San Ginesio il 21 giugno e ordinò un processo canonico sul fatto; dichiarato veridico il movimento delle pupille, l'immagine fu esposta all'altare maggiore e il 3 luglio si tenne una solenne processione alla presenza di quattro vescovi.
In seguito si decise di erigere una cappella di fronte a quella del Crocifisso: ultimata nel 1873, vi accolse l'immagine l'8 settembre dello stesso anno, con un ornato eseguito dal canonico Francesco Vici su disegno del padre Stefanelli. Il 25 luglio 1880 il dipinto fu incoronato da monsignor Concetto Focaccetti.

Nel 1905 la chiesa fu dichiarata monumento nazionale. Nella prima metà del XX secolo la locale soprintendenza decise la demolizione di un loggiato con funzione di portico, costruito nel 1832. Durante il ventennio fascista il portico era ancora presente. La decisione della rimozione fu per riportare la facciata della chiesa al suo stato originario e nella stessa occasione si rimossero tutti gli altari barocchi della navata sinistra e si aggiunse l'altare nel portale paleocristiano. Dalla seconda metà del XX secolo, vennero rimossi alcuni intonaci inseriti nel secolo precedente, venne ristrutturato il portale che si presentava in condizioni fatiscenti e nel 1968 venne restaurato il campanile, vennero riaperti alcuni passaggi e venne rimosso un altare. Il 26 settembre 1997, a seguito del terremoto che colpì l'Umbria e le Marche, l'edificio subì danni al campanile con sconnessione di alcuni elementi, per poi essere nuovamente colpito dalla sequenza sismica del 2016-2017.

La chiesa risulta danneggiata a partire dagli eventi sismici del 24 agosto 2016 e seguenti, in particolare dalle scosse violentissime del 26 e 30 ottobre. L'8 settembre 2017 venne inserita nel "Primo piano di interventi sui beni del patrimonio artistico e culturale", approvato dall'allora Commissario straordinario per la ricostruzione Vasco Errani. Il totale previsto per la sistemazione di tutte le strutture religiose della Regione Marche ammontava a 84 100 000 euro, ridotti poi, con l'arrivo di Paola De Micheli, a 59 250 000 euro. Il 30 ottobre 2016 l'amministrazione comunale, insieme al personale dell'area tecnica, effettuò un sopralluogo per verificare le condizioni dell'edificio, riscontrando un elevato grado di danneggiamento consistente sommariamente in:[senza fonte]
La struttura presenta numerosi danni, sia interni che esterni, dovuti soprattutto alla planimetria e alla dimensione strutturale. Il terremoto ha causato un parziale crollo del soffitto interno e della muratura, per circa 45 tonnellate di materiale.[senza fonte] Al fine di evitare ulteriori danni al monumento, definito nella determina dell'area tecnica del Comune come «più rappresentativo del territorio ginesino», il Comune ha incaricato l'ingegnere Giordano Piancatelli della redazione di un progetto di messa in sicurezza, presentato il 14 novembre 2016 con un costo di 250 000 euro.[senza fonte]
L'8 febbraio 2017 la squadra "MAR07" del Ministero per i beni culturali, dopo aver valutato la pericolosità per la pubblica incolumità dell'edificio, nella scheda tecnica dichiara: "Si segnala crollo delle volte della navata centrale, con mattoni pericolanti. Lesioni passanti nell'abside e nella torre campanaria. Nella cappella della Madonna della Misericordia gravi lesioni e foro in corrispondenza della volta in cannucciato vicino all'accesso. Messa in sicurezza della sommità della facciata in corso e centinatura degli arconi longitudinali già eseguita. Lesioni nella cappella del Ss.mo Crocifisso con danni sulla lanterna della cupola (a cui si riferisce il meccanismo 14/15), dopo il sisma del '97 sistema di catene nel campanile e profilo acciaio perimetrale. Lesioni importanti anche in cappella a destra dell'altare. Si consiglia la messa in sicurezza della cella campanaria (lesione sugli archi) e dei piedritti della lanterna cappella Ss.mo Crocifisso".
Per l'intervento di messa in sicurezza sono state utilizzate fasciature in poliestere e un doppio telaio di controventamento in acciaio, collegato alla struttura già esistente. Vista l'inagibilità strutturale, il 18 novembre dello stesso anno i vigili del fuoco portarono in salvo tutte le opere d'arte su indicazione della soprintendenza. Un decreto del 2018 del Ministero per i beni e le attività culturali ha nominato l'architetto Pierluigi Salvati responsabile unico per la realizzazione dell'intervento di ricostruzione della chiesa, lavori che ammontano a 3 200 000 euro.
Nel 2019 la Collegiata, insieme alla basilica di San Benedetto di Norcia e alla chiesa di San Giorgio di Accumoli, è stata considerata edificio di culto "simbolo", per il quale sono previsti interventi di ristrutturazione speciali. Il 28 dicembre 2023 si è svolta la conferenza dei servizi dove si è evidenziato il nuovo costo degli interventi, pari a 7 380 000 €, volto a ripristinare la struttura attraverso il consolidamento delle strutture murarie, il restauro delle opere d'arte e la riparazione dei danni. Inoltre, saranno risistemate anche le volte, la facciata, i solai e le coperture, con particolare attenzione al restauro degli affreschi presenti.

Tracce della vecchia cappella sono presenti sull'edicola a destra del portale, dove si ritiene fosse dipinta un'immagine del santo. La facciata presenta tre livelli: quello inferiore, più semplice, è in stile romanico, mentre quelli superiori, più elaborati, sono nettamente gotici. La facciata in cotto venne realizzata nel 1421 da Enrico Alemanno ed è suddivisa in cinque prospetti di uguale larghezza ma di altezza differente. È indicata come l'unico esempio di gotico fiorito nelle Marche. Gli elementi stilistici che la compongono si presentano contraddittori l'uno rispetto all'altro, ma armonici se considerati nel loro insieme. Sulle pietre del portale d'ingresso, inquadrato da un arco a tutto sesto, è inserito un bassorilievo raffigurante san Ginesio con una maschera da attore, mentre ai lati dell'ingresso sono visibili antiche incisioni con i nomi e l'anno di passaggio di viandanti e cittadini, e altre a ricordo di eventi atmosferici, come quella del 5 aprile 1595, dove si può leggere "A dì 5 de Aprile 1595. Neve et strina alta dui piedi per tutta la Marca". Accanto alla chiesa fu costruita la torre civica in stile romanico; la copertura a bulbo venne aggiunta nel 1899.

La torre civica è strutturalmente unita alla Collegiata, anche se non è parte del bene ecclesiastico. Venne costruita in stile romanico, mentre la copertura a bulbo fu aggiunta nel 1899, come riporta una lastra infissa. La torre è di proprietà comunale e ospita la "Campana dell'impero", una campana in bronzo progettata da Guglielmo Ciarlantini, realizzata nel 1937 dalla fonderia Pasqualini di Fermo e firmata da Benito Mussolini. La sua realizzazione ha carattere celebrativo: ricorda infatti l'esito della guerra d'Etiopia del 1935-1936 e la proclamazione dell'Africa Orientale Italiana. Oltre alla campana, sulla torre si possono trovare due lapidi commemorative: Lapide in onore dei Caduti della Grande Guerra (1921) e Lapide a Raffaele Merelli e Giovanni Cucchiari (1926). La torre è danneggiata dal terremoto di Umbria e Marche del 1997 ed ha subito una messa in sicurezza a causa della sequenza sismica del 2016-2017. Tuttora la parte finale della torre è posta in sicurezza.


L'interno, diviso in tre navate da pilastri cilindrici reggenti archi a tutto sesto, è a pianta basilicale con abside piatta e ha una copertura con semplici volte a crociera. Dalle navate laterali si accede a sei cappelle poste nel lato destro e tre poste nel lato sinistro.
Nel presbiterio è un coro ligneo del XVIII secolo, opera di Giuseppe Amaliani da Ripatransone. Le pareti laterali ospitano due opere di rilievo: la Madonna del Popolo di Pietro Alemanno, commissionata nel 1485 per preservare la comunità dalla peste, e la tela con la Madonna del Rosario e Santi, opera di Simone De Magistris del 1575, nella quale la cultura romana manierista e controriformata si unisce ai ricordi lotteschi del suo stesso soggetto di Cingoli. Al di sotto dell'abside è ricavata la cripta, chiamata anche oratorio di San Biagio, divisa in tre ambienti a volta. Il suo interno è completamente decorato con affreschi che rappresentano la vita di san Biagio.
L'altare maggiore custodisce, in una cassa ferrea del XVII secolo, le reliquie del santo patrono Genesio di Roma e di sant'Eleuterio martire: le due braccia furono donate alla comunità da Clemente VIII a riconoscimento della processione che i ginesini condussero a Roma il 19 settembre 1600, in occasione del giubileo di quell'anno, e vennero accolte in paese nel luglio 1601, racchiuse in due braccia d'argento realizzate con le contribuzioni delle confraternite. Per esaltare l'avvenimento, il Capitolo della Collegiata commissionò due tele a Domenico Malpiedi, il Battesimo di San Ginesio e il Battesimo di Sant'Eleuterio, copie entrambe delle omonime opere che si trovavano nella chiesa di Santa Susanna a Roma. Originariamente le due opere si trovavano l'una di fronte all'altra, mentre ora sono collocate all'ingresso.
Lo studioso locale Giovanni Cardarelli (1942-2015) ha ipotizzato, in una pubblicazione divulgativa, che alcuni motivi scolpiti nei capitelli della navata centrale — elementi vegetali, animali e croci — siano riconducibili all'ordine templare.
La cripta, chiamata anche oratorio di San Biagio, presenta numerosi affreschi raffiguranti la vita del santo ed è suddivisa in tre ambienti a volta; vi si conservano le Storie di san Biagio, datate 1406 e attribuite a Lorenzo Salimbeni. Nel 1449 il capitano di ventura Trovarello dispose per testamento che a sue spese fosse ornata e dipinta la volta del coro.
La chiesa è ricca di opere d'arte, anche se esse sono state rimosse e messe in sicurezza dopo il terremoto del 2016-2017. Tra queste è un affresco di un pittore della scuola del Perugino, una Madonna in trono col Bambino e San Ginesio ritrovata solo nel 1964. Vicino all'ingresso è posto anche un affresco di Stefano Folchetti e a destra dell'entrata si trova il fonte battesimale decorato dal professore Lamberto Massetani.
La facciata presenta numerose decorazioni, come lo stemma della famiglia Da Varano, l'arme del cardinale Giacomo Franzoni e una stele (o formella) presso il portone d'ingresso. Attraverso un dipinto della famiglia nobile ginesina Morichelli si può intuire che la chiesa presentava altre decorazioni, oggi scomparse. Il portale, attribuito all'XI secolo, presenta uno strombo composto da colonnine ottagonali e da piccoli pilastri quadrangolari, conclusi con capitelli lombardi di gusto romanico. Ai lati sono presenti decorazioni scultoree realizzate dallo scultore ginesino Nino Patrizi.

La formella è una stele in bassorilievo su pietra, murata presso il portone d'ingresso, di provenienza e data ignote, che rappresenta una figura sproporzionata affiancata da un volto. Il suo stile è stato accostato a quello longobardo, in particolare alla Figura maschile in pietra conservata nella Pinacoteca Ambrosiana di Milano. Secondo lo studioso ginesino Luigi Maria Armellini i tratti somatici sono riconducibili a quelli di un uomo e la stele potrebbe rappresentare san Ginesio con la sua maschera di attore e mimo.
La Collegiata dispone di un archivio storico composto da 902 unità, che nel corso del tempo ha subito danni e dispersioni. I documenti conservati, incurati per gran parte del XX secolo, sono stati sistemati nel 1992 per volere del parroco Vallerico Leone, che li ha distinti tra loro. Il riordino dell'archivio è stato effettuato dall'Arcidiocesi di Camerino-San Severino Marche e dalla Soprintendenza archivistica per le Marche, che li ha divisi in quattro fondi principali: