| Piramide di Caio Cestio | |
|---|---|
| Civiltà | Romana |
| Utilizzo | tomba |
| Epoca | I secolo a.C. |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Comune | Roma |
| Dimensioni | |
| Superficie | 1 080 m² |
| Altezza | 36,40 m |
| Larghezza | 29,50 m (lato di base) |
| Scavi | |
| Date scavi | 1660-1663 |
| Amministrazione | |
| Patrimonio | Centro storico di Roma |
| Ente | Soprintendenza Speciale Archeologia Belle Arti e Paesaggio di Roma |
| Responsabile | Barbara Rossi |
| Visitabile | Sì, con aperture programmate su prenotazione |
| Visitatori | 613 (2020) |
| Sito web | soprintendenzaspecialeroma.it/luoghi/piramide-di-caio-cestio/ |
| Mappa di localizzazione | |
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La Piramide Cestia (o Piramide di Caio Cestio; in latino Sepulcrum Cestii) è un monumento funerario di età augustea situato a Roma, fra porta San Paolo e il cimitero acattolico. Fu eretto fra il 18 e il 12 a.C. come sepolcro di Gaio Cestio Epulone, membro del collegio sacerdotale dei septemviri epulones.
È l'unico superstite dei monumenti piramidali innalzati a Roma nel I secolo a.C., quando l'edilizia funeraria della città fu investita dalla moda egittizzante seguita alla conquista dell'Egitto nel 30 a.C. Il suo inglobamento nelle mura aureliane, di cui divenne un bastione, ne ha determinato una conservazione eccezionale rispetto agli altri edifici antichi della città.
Il restauro delle superfici esterne, concluso nel 2014, ha ricevuto nel 2017 il premio Europa Nostra per la conservazione. Dopo circa tre anni di chiusura per i lavori finanziati dal PNRR nell'ambito del programma Caput Mundi, il monumento è stato riaperto al pubblico il 4 settembre 2026 con un percorso rinnovato sul piano dell'accessibilità.
Le notizie su Caio Cestio Epulone provengono quasi esclusivamente dalle iscrizioni del monumento, che ne registrano il nome, la tribù e le cariche ricoperte, fra cui l'appartenenza al collegio dei septemviri epulones, i sacerdoti incaricati dei banchetti sacri.
La datazione del sepolcro è ricavata per via deduttiva da due termini: la legge suntuaria del 18 a.C. contro l'ostentazione del lusso, che impedì agli eredi di deporre nella cella alcuni pregiati arazzi (attalica), e la morte di Agrippa nel 12 a.C., genero di Augusto, menzionato fra i beneficiari del testamento inciso sul piedistallo di una delle colonne angolari. La costruzione va quindi collocata fra queste due date.
Cestio dispose per testamento che il sepolcro fosse portato a termine entro 330 giorni, pena la decadenza dell'eredità. La prescrizione è registrata dall'iscrizione incisa sul fianco orientale del monumento.
La tomba fu innalzata lungo la via Ostiense, fuori dal perimetro urbano dell'epoca, in corrispondenza del bivio con la strada che scendeva verso il porto fluviale sul Tevere.
Nella seconda metà del III secolo la piramide fu incorporata nella cinta muraria promossa dall'imperatore Aureliano — datata dalla Soprintendenza speciale di Roma agli anni 272-279 — di cui venne a costituire un bastione.
Accanto al monumento si apriva una posterula che immetteva su una strada secondaria diretta all'emporio sul Tevere, il cui basolato è tuttora in vista. L'inserimento nel circuito difensivo è ritenuto la ragione per cui il rivestimento marmoreo scampò alle spoliazioni che nei secoli interessarono gli altri monumenti antichi di Roma.
Alla fase medievale risale con ogni probabilità la prima violazione del sepolcro, avvenuta attraverso un cunicolo scavato sul lato settentrionale. In quell'occasione furono asportate la scena centrale della volta — verosimilmente per saccheggiarne il dipinto e per verificare l'esistenza di altri ambienti nell'intradosso — e intere porzioni di intonaco, con danni alle figure femminili dei riquadri; andò perduta anche l'urna cineraria.
Nello stesso periodo la credenza popolare identificava il monumento come meta Remi, mettendolo in relazione con un'altra piramide detta meta Romuli, di forma analoga e coeva, che sorgeva nel rione Borgo ed è documentata nella pianta di Roma di Alessandro Strozzi del 1474; fu demolita fra la fine del XV e il XVI secolo per l'apertura di Borgo Nuovo.
L'identificazione ebbe fortuna anche fra i dotti: Francesco Petrarca indica la piramide come sepolcro di Remo in una sua epistola, errore che Poggio Bracciolini spiegò con il fatto che l'iscrizione fosse allora nascosta dalla vegetazione.
Fra il 1660 e il 1663, per iniziativa di papa Alessandro VII, furono condotti scavi attorno al monumento e ne fu praticata un'apertura che rese nuovamente accessibile la camera sepolcrale, trovata vuota. Gli interventi portarono al rinvenimento, attorno al 1662, dei due piedistalli marmorei iscritti delle statue dedicate a Cestio, e al rialzamento di due delle colonne angolari; la memoria dei lavori fu incisa sulla facciata.
Alla stessa stagione di riscoperta si lega un progetto di Francesco Borromini per la trasformazione della cella funeraria in chiesa, rimasto senza seguito.
Ai piedi della piramide, all'interno della cinta muraria ma immediatamente a ridosso di essa, dal XVIII secolo si cominciarono a seppellire gli stranieri non cattolici morti a Roma; l'area fu formalizzata come cimitero nel 1821 ed è oggi il cimitero acattolico.
Il monumento rimase oggetto di manutenzione conservativa anche nell'ultima fase dello Stato pontificio. Un rapporto ministeriale del 1864 riferisce che, dopo che un fulmine aveva abbattuto la cuspide e parte del rivestimento, si procedette a ricollocare gli elementi caduti e a installare un conduttore per proteggere la struttura da nuove scariche.
La piramide è alta 36,40 metri e ha base quadrata di 29,50 metri di lato. Il corpo è costituito da un nucleo in conglomerato cementizio con cortina di mattoni; il rivestimento esterno è formato da lastre di marmo lunense.
Il monumento poggia su una struttura di fondazione gettata, realizzata a camere vuote, con profondità pari a circa un terzo dell'altezza del sepolcro.
Il profilo è sensibilmente più acuto di quello delle piramidi di Giza: il rapporto fra altezza e semibase corrisponde a un'inclinazione delle facce di circa 68°, contro i circa 52° della piramide di Cheope.
Sui lati orientale e occidentale, a due terzi dell'altezza, è incisa nel rivestimento l'iscrizione che registra nome e titoli di Cestio. Sul solo lato orientale, a circa un terzo dell'altezza, corre una seconda iscrizione relativa alle circostanze della costruzione:
Il testo attesta che l'opera fu completata per disposizione testamentaria in 330 giorni, sotto la responsabilità dell'erede Lucio Ponzio Mela, figlio di Publio, della tribù Claudia, e del liberto Potho.
Un'ulteriore iscrizione, incisa su uno dei piedistalli marmorei delle statue, riporta parte delle disposizioni testamentarie e i nomi dei beneficiari, fra i quali Agrippa; vi si fa menzione della vendita degli attalica, i tessuti intrecciati d'oro che Cestio avrebbe voluto appesi nella cella e che un editto suntuario emanato poco dopo la sua morte impose invece di alienare.
All'interno si apre un unico ambiente funerario di circa 23 m², delimitato da pareti in cortina laterizia e coperto da volta a botte; fu murato al momento della sepoltura secondo l'uso egiziano. La sua cubatura corrisponde a poco più dell'1% del volume complessivo del monumento.
Le pareti sono decorate ad affresco secondo uno schema a pannelli separati da fasce verticali con candelabri, riferibile al terzo stile pompeiano; entro i pannelli si distinguono su fondo chiaro figure femminili alternate a vasi lustrali. Agli angoli della volta quattro Vittorie alate recano una corona e un nastro; al centro una vasta lacuna occupa il posto di quella che doveva essere una scena di apoteosi con la figura del titolare del sepolcro.
Il restauro ha accertato che le quattro Vittorie furono realizzate con un unico cartone: tre risultano perfettamente sovrapponibili, mentre quella dell'angolo settentrionale presenta il volto ribaltato rispetto alle altre, esito di una modifica introdotta nel riporto del disegno sull'intonaco.
L'intonaco è articolato in un arriccio di malta idraulica a grassello di calce, coccio pesto e pozzolana, e in uno strato di finitura steso in più mani a granulometria decrescente. La pellicola pittorica, eseguita a fresco, presenta l'aspetto lucido e quasi marmoreo ottenuto con la levigatura descritta da Vitruvio come expolitio; la tavolozza comprende blu egiziano, fritta verde, nero fumo, ocra gialla, ocra rossa e rosso cinabro.
Alcuni chiodi in ferro rinvenuti sulle pareti, coevi agli affreschi, sono stati ipoteticamente messi in relazione con il sostegno degli attalica ricordati dall'iscrizione del piedistallo.
Sulle superfici sono presenti graffiti e iscrizioni di epoche diverse, lasciati dai visitatori dopo l'apertura del cunicolo. Fra questi si distingue un disegno a sanguigna raffigurante due figure umane e un abbozzo di difficile lettura, sormontato dalla firma «Giorgio basari Haretino»: la lettura ha suggerito una possibile attribuzione a Giorgio Vasari e una datazione al XVI secolo.
Il sepolcro era delimitato da una recinzione in blocchi di tufo, oggi parzialmente in vista, con quattro colonne agli angoli; due di esse, quelle sul lato opposto rispetto all'Ostiense, furono rialzate in seguito agli scavi seicenteschi. Ai lati dell'ingresso erano collocate due statue bronzee del defunto, delle quali si sono recuperati soltanto un braccio e un piede, mentre i due piedistalli marmorei iscritti furono rinvenuti attorno al 1662.
La forma piramidale si inserisce nel gusto egittizzante diffusosi a Roma dopo la conquista dell'Egitto, che interessò in particolare l'edilizia funeraria del ceto dirigente.
Il profilo marcatamente slanciato del monumento, distante dai modelli di Giza, ha suggerito l'ipotesi che il riferimento non fossero le piramidi egizie ma quelle nubiane del regno di Meroe, di inclinazione analoga, note ai Romani in seguito alla campagna militare condotta in Nubia negli anni immediatamente precedenti la costruzione. L'ipotesi non è tuttavia sostenuta da elementi documentari diretti.
Nel corso dei secoli il monumento è stato ripetutamente colpito da fulmini, che hanno provocato il crollo di estese porzioni del rivestimento marmoreo, e da allagamenti dovuti alla quota depressa rispetto al tessuto urbano circostante, con una falda acquifera che scorre immediatamente sotto il piano di calpestio della cella. La vegetazione spontanea insediatasi negli squarci ha deformato le superfici e lesionato in profondità il conglomerato con gli apparati radicali.
Secondo i responsabili del cantiere di fine Novecento, i restauri degli anni sessanta impiegarono nella pulitura dei marmi materiali fortemente acidi, che corrosero le superfici rendendole in seguito vulnerabili agli organismi endolitici; la scelta, allora imposta, di non stuccare i giunti fra i blocchi del rivestimento è indicata come la causa principale della penetrazione d'acqua all'interno del monumento e dei conseguenti fenomeni di degrado degli affreschi.
Il progetto di conservazione fu impostato nel 1997, sotto la soprintendenza di Adriano La Regina, con la direzione di Maria Grazia Filetici e Rita Paris. Il restauro degli affreschi della camera sepolcrale e della parete d'ingresso fu condotto fra il 1999 e il 2001 e finanziato dai dipendenti di ATAC e Cotral. Le lacune dovute al degrado naturale furono stuccate con malte calibrate sui livelli di intonaco originali, mentre si scelse di lasciare a vista quelle prodotte dalle violazioni e dagli scavi esplorativi.
Dal 2001 è attivo un programma di manutenzione programmata con mappatura stagionale delle superfici e monitoraggio microclimatico, che consente di mantenere la cella accessibile al pubblico contenendo gli effetti dell'anidride carbonica immessa dai visitatori.
Il restauro delle superfici esterne fu finanziato dall'imprenditore giapponese Yuzo Yagi, titolare della Yagi Tsusho Ltd, che nel dicembre 2010 comunicò al Ministero per i beni e le attività culturali un primo stanziamento di un milione di euro, raddoppiato nel dicembre 2013 per coprire integralmente l'intervento sulla piramide e sulle due colonne. I lavori specialistici si svolsero fra il 2012 e il 2014 e si conclusero il 19 dicembre 2014. Nel 2015 Yagi fu insignito dell'onorificenza di Grande Ufficiale dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana.
Nel 2017 il restauro ha ricevuto il premio Europa Nostra per la categoria conservazione.
Fra il 2025 e il 2026 la Soprintendenza speciale di Roma ha realizzato, con fondi PNRR nell'ambito del programma Caput Mundi, una nuova sistemazione dell'area archeologica, il restauro delle strutture e il rifacimento dell'impianto di illuminazione.
L'intervento ha compreso la messa in sicurezza della scalinata di accesso con l'installazione di un corrimano, la sostituzione del cancello su piazzale Ostiense, un percorso di accessibilità con nuova pavimentazione, il riordino botanico del giardino con ricognizione delle specie presenti, il rifacimento dell'impianto di irrigazione, la riqualificazione delle recinzioni, una nuova pannellistica didattica e una diversa organizzazione degli spazi destinati alla colonia felina. Il nuovo impianto di illuminazione interessa sia l'esterno sia la camera funeraria.
Il monumento ha riaperto al pubblico il 4 settembre 2026, dopo circa tre anni di chiusura, con un ciclo di aperture gratuite diurne e serali su prenotazione.
La forma insolita e l'identificazione medievale con il sepolcro di Remo resero la piramide una tappa consueta per i viaggiatori diretti a Roma, che la trovavano già segnalata nelle guide seicentesche.
Il monumento ricorre con frequenza nella grafica di antiquaria e nella veduta romana fra Seicento e Settecento: vi dedicarono tavole Giuseppe Vasi e soprattutto Giovanni Battista Piranesi, che ne pubblicò una serie di incisioni nelle Antichità romane. Le tavole piranesiane si sono rivelate un documento conservativo di prima mano: il confronto condotto durante il restauro del 1999-2000 ha mostrato che le lacune degli affreschi vi sono riprodotte con esattezza e coincidono con quelle rilevate due secoli dopo, salvo lievi ampliamenti.
La contiguità con il cimitero acattolico, dove furono sepolti fra gli altri John Keats e Percy Bysshe Shelley, ha inoltre associato stabilmente l'immagine della piramide alla letteratura del romanticismo inglese.
Dal monumento prendono nome il piazzale antistante, la stazione Piramide della linea B della metropolitana e, per estensione, l'area urbana circostante.
Il sito è gestito dalla Soprintendenza speciale di Roma; l'ingresso avviene da via Raffaele Persichetti. L'accesso è consentito in occasione di aperture programmate, gratuite e con prenotazione obbligatoria.
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