Porta Venosina

Porta Venosina
Mura di Melfi
La porta Venosina affiancata da un bastione cilindrico, edificato intorno al 1460 da Giovanni II Caracciolo.
Ubicazione
Stato Ducato di Puglia e Calabria
Regno di Sicilia
Regno di Napoli
Regno delle Due Sicilie
Regno d'Italia
Stato attualeItalia (bandiera) Italia
RegioneBasilicata
CittàMelfi
IndirizzoVia Federico II
Coordinate40°59′36.63″N 15°39′29.92″E
Informazioni generali
Costruzione~ 1080-1460
Condizione attualeConservata
VisitabileSi
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La porta Venosina è una delle cinque porte d'accesso alla città di Melfi. Situata lungo il settore meridionale della cinta muraria, risulta essere l'ingresso meglio conservato e, non a caso, il simbolo della potenza difensiva e della stratificazione urbanistica dell'abitato.

Storia

Dai Normanni agli Svevi

L'edificazione della porta si inserisce all'interno del più ampio progetto di espansione urbanistica promosso dai Normanni a seguito della costruzione di una nuova cattedrale dedicata alla Vergine al di fuori della cinta muraria, avvenuta fra il 1067 e il 1076. In tal senso, si procedette ad ampliare il perimetro difensivo, il che portò alla nascita di due nuovi ingressi (le porte Venosina e Sant'Antolino) presumibilmente intorno al 1080.

Fin dalla sua costruzione, la porta funse da punto di riferimento per i numerosi ordini religiosi che convivevano all'interno delle mura. Fra questi, i Templari furono i primi ad insediarsi nelle sue immediate vicinanze, per la precisione nella nuova piazza prospicente, direttamente collegata alla nuova cattedrale attraverso un lungo e diretto asse viario (l'attuale Corso Garibaldi).

In epoca sveva e dopo aver subito gravi danni a causa dei numerosi assedi che dovette sopportare, la porta (assieme a gran parte della cinta muraria dell'epoca) venne in parte, se non del tutto, ricostruita nel 1130 da Ruggero II. Più tardi, in occasione delle Costituzioni melfitane del 1231, suo nipote Federico II fece porre sopra l'ingresso una lapide con su scritto:

"Vetustas me destruxit, Federicus me reparavit. Melphis nobilis Apuliae civitas, muris vallata lapideis, aeris salubritate, populorum frequentia, agrorum ubertate celebris, arcem habet praecipiti rupi innixam, Normannorum opus ammirabile."

"L'antichità mi ha distrutta, Federico mi ha riparata. Melfi nobile città della Puglia, circonvallata da mura di pietra, celebre per la salubrità dell'aria, per affluenza di popolazioni, per fertilità dei suoi campi, ha un castello costruito su di una rupe ripidissima, opera mirabile dei Normanni."

A differenza di ciò che molti storici contemporanei affermano, molto probabilmente l'epigrafe si riferisce più alla rocca normanna, uscita in macerie dalla serie di assedi che Melfi subì, che alla cinta muraria e dunque alla porta Venosina. Federico II si preoccupò infatti di riedificarla, apportando modifiche decisamente notevoli, rafforzandola con l'aggiunta di una prima cinta muraria separata dal palazzo centrale e due torri a pianta quadrata. A confermare questa tesi vi è poi la struttura stessa dell'ingresso, incastonato all'interno di una bastionata di epoca aragonese e di una muratura tardo- normanna. Non vi è dunque traccia di alcun rifacimento apportato in quest'epoca.

Gli Aragonesi

La porta Venosina. Chiaramente visibili il bastione aragonese di fine 400', i due stemmi e la lapide giustapposta da Giovanni II Caracciolo.

A seguito del passaggio di Melfi nelle mani della famiglia napoletana dei Caracciolo, fedele alla corona d'Aragona, la cinta muraria fu protagonista di un vasto intervento di rafforzamento strutturale intorno al 1460, atto ad adattarla alle nuove tecniche d'assedio e a renderla resistente alle armi da fuoco recentemente introdotte, come i cannoni e le bombarde. Fautore di queste opere fu Giovanni II Caracciolo, Principe di Melfi, che fece edificare a regolare distanza bastioni rastremati verso l'esterno e riempiti di terra, nonché dei rivellini, ovvero delle torri fortificate, presso tutte le porte della città.

In tal senso, la porta Venosina venne dotata di due bastioni cilindrici: il primo venne edificato sul suo lato sinistro, mentre il secondo poco lontano sulla destra. Per rafforzare ulteriormente la difesa dell'ingresso venne poi edificato un rivellino, molto probabilmente posto dentro le mura immediatamente a destra, dove attualmente sorge il "Largo Pasquale Ruggiero". A conferma di ciò, Giovanni II Caracciolo fece incorniciare la porta con due stemmi, recanti un grifo normanno (a sinistra) e un basilisco caraccioliano (a destra), giustapponendo poi alla lapida federiciana un'altra iscrizione, attualmente semi-abrasa e illeggibile, che reca:

"Nondum sceptra tulit quisquam sub nomine regni Siciliae tantum septem divisa per oras at sub princibus fuerat tunc regia tellus normando vienens Tancreto cum satus in ista Roberto posuit Guiscardus moenia primus diruta quae tandem civili marte fuerunt surgit ab antiqua maiorum stirpe Ioannes duc Caracciolus recidiva secondus condidit restituitque replere hoc civibus omne nunc opus egregium praecinget moenibus urbem."

"Nessuno aveva ancora retto lo scettro col nome di re di Sicilia, allora diviso in sette province; e tuttavia, sotto i principi, quella terra era già regale. Quando Roberto il Guiscardo, discendente normanno di Tancredi, giunse in queste terre, fu il primo a erigerne le mura; mura che, in seguito, andarono distrutte a causa della guerra civile. A ridare loro vita sorge Giovanni Duca Caracciolo, discendente da un'antica e nobile stirpe di avi, come un secondo e illustre fondatore. Egli ha rifondato e restaurato le mura, e oggi, a beneficio dei cittadini, questa opera cinge l'intera città."

Malgrado questi massicci interventi avessero reso estremamente solida l'intera cinta muraria e, in particolare, il tratto comprendente la porta Venosina, nel corso dell'assedio del 1528 le truppe francesi riuscirono comunque a fare breccia e penetrare in città. Ciò fu possibile non tanto grazie ai cannoni, che ben pochi danni arrecarono, quanto alle nuovissime mine esplosive, progettate dal capitano di ventura spagnolo Pedro Navarro, da tempo al servizio del re di Francia e presente al momento della battaglia, che demolirono una discreta porzione di mura poco ad est dell'ingresso (presumibilmente subito dopo il secondo bastione cilindrico). Ne seguì un violento massacro ai danni della popolazione civile, passato alla storia come "Pasqua di sangue".

Dai Doria ad oggi

La porta Venosina in una foto del 1905. Questo risulta essere uno dei pochissimi scatti esistenti che ritraggono l'ingresso con ancora in piedi il tratto murario fatto abbattere fra il 1909 e il 1912, visibile parzialmente sul lato sinistro.

Con l'infeudazione di Melfi alla famiglia dei Doria, la porta Venosina e l'intera cinta muraria conobbero un periodo di declino, caratterizzato da una totale mancanza di interventi manutentivi, che nel corso dei secoli provocarono una sempre più grave instabilità strutturale. Malgrado ciò, la porta rimase pressoché intatta anche a seguito dei due violenti terremoti del 1694 e del 1851, che per contro distrussero o danneggiarono gravemente il resto della città.

Fra il 1909 e il 1912, ovvero nel corso della carica a sindaco di Melfi di Attilio di Napoli, già noto avvocato e politico, la cinta muraria fu protagonista di un evento senza precedenti, con ampie sue porzioni che vennero abbattute per migliorare i collegamenti stradali fra il centro storico (all'interno) e i nuovi sobborghi (all'esterno). La porta Venosina si vide così privata di un'ampia porzione di mura, che per oltre 830 anni aveva resistito a terremoti, assedi e saccheggi. La breccia creata è ancora oggi presente e ben visibile, in quanto permette ad una delle arterie principali della città di collegare il centro storico con i quartieri moderni costruiti nel corso degli anni al di là delle fortificazioni.

Ad oggi, la porta risulta essere uno dei monumenti più visitati dell'intera Basilicata, in quanto esempio lampante e perfettamente conservato di architettura militare medievale, nonché una dei protagonisti della famosa rievocazione storica dell'assedio del 1528, giunta ormai alla 498° edizione, durante la quale annualmente si rappresentano, con particolare attenzione ai dettagli storici, i momenti che portarono alla caduta della città (combattimenti corpo a corpo e non, creazione della breccia, incendio delle mura, spettacoli scenografici).

Architettura

L'ingresso è costituito da un fornice con un'apertura a sesto acuto sostenuta da capitelli a tronco di piramide rovesciata. L'intera struttura è serrata fra due imponenti bastioni a pianta cilindrica privi di aperture alla base, in modo da massimizzarne la resistenza, con una base obliqua raccordata al corpo superiore tramite una modenatura convessa orizzontale, che segna il cambio di pendenza. Il tutto è sormontato da un lungo camminamento di ronda, che si estende per tutta la lunghezza delle mura. Dal punto di vista ornamentale, la porta è sormontata da una lapide commemorativa rettangolare di epoca aragonese, oggi semi-abrasa e illeggibile, con due stemmi araldici che ritraggono un grifo (a sinistra) e un basilisco (a destra) e che affiancano su ambo i lati l'arco di apertura. Concludono due piccole nicchie (o edicole), che in passato molto probabilmente ospitavano immagini sacre, elementi comuni nelle porte medioevali per invocare la protezione divina sulla città.

Come per le altre porte della città e il resto della sua cinta muraria, anche in questo caso i materiali rispecchiano fortemente quella che è la geologia vulcanica del territorio del Vulture. L'intera struttura è infatti dominata dall'utilizzo della pietra lavica scura, un materiale estremamente denso e resistente, caratterizzato da una colorazione che oscilla tra il grigio e il nero, con conci squadrati e pietrame informe che si mescolano all'interno della muratura. Il tutto era messo in opera con una malta composta da calce aerea e pozzolana, prodotta per gran parte dalle numerose botteghe artigiane presenti in città.

Origine del nome

La porta è detta "Venosina" in quanto venne aperta lungo un antico tracciato di origine romana che collegava l'allora piccolo insediamento di "Melphes" alla via Appia e, dunque, a Venosa. In epoca medievale era infatti comune assegnare alle porte delle città fortificate il nome della località principale a cui conduceva la strada che da essa usciva.

Note

  1. ↑ Enzo Navazio, Età normanna, in Melfi, Memorie dell'Antico, p. 20.
    «L'ampliamento della dimensione cittadina è sottolineata dalla costruzione di una nuova cattedrale, realizzata negli anni fra il 1067 e il 1076, abbandonando la vecchia chiesa di San Pietro, ed edificando la struttura immediatamente al di fuori della vecchia cinta muraria [...]»
  2. ↑ Enzo Navazio, Età normanna, in Melfi, Memorie dell'Antico, p. 22.
    «Di fatto con l'espansione della città le piazze ed i larghi nei pressi delle mura vengono trasformati in luoghi di riunione delle collettività creandovi uffici pubblici, chiese od insediandovi conventi, come per altro avviene anche in Melfi con [..] l'insediamento dei Templari nella piazza direttamente prospiciente la nuova Porta Venosina, costruita dopo l'allargamento della cinta muraria, e collegata con un asse viario diretto alla nuova Cattedrale.»
  3. ↑ Enzo Navazio, Età normanna, in Melfi, Memorie dell'Antico, p. 24.
    «La fluidità della situazione, l'incertezza dell'esercizio del potere, la presenza e succedersi continuo di eserciti sono ben evidenziati dagli eventi interessanti la cinta muraria del paese che fatta ricostruire da Re Ruggiero, nel 1130 [...]»
  4. ↑ Giuseppe Venezia, Saluti da Melfi, pp. 12-13.
    «In realtà a noi l'epigrafe sembra riferita più alla rocca normanna che Federico ha ristrutturato in occasione delle Costituzioni del 1231, che alla cinta muraria della città. [...] La lapide che abbiamo richiamato per esteso sopra aggiunge un'ultima osservazione. I nostri storici la riferiscono alla porta Venosina senza peraltro averne contezza certa; potrebbe anche riferirsi alla rocca normanna, ma la porta nella sua archeggiatura è incastonata entro una bastionata di altra epoca.»
  5. ↑ Enzo Navazio, Età aragonese, in Melfi, Memorie dell'Antico, p. 48.
    «Si procede contemporaneamente al rinforzo delle mura esistenti, creando a regolare distanza, bastioni rastremati verso l'esterno e riempiti di terra in modo da consentire una sicura resistenza ai colpi di bombarde e cannoni.»
  6. ↑ Enzo Navazio, Età aragonese, in Melfi, Memorie dell'Antico, p. 48.
    «L'ulteriore difesa delle strutture realizzate è affidata, nelle parti più sensibili od esposte, alla presenza di rivellini [...]»
  7. ↑ Enzo Navazio, Età aragonese, in Melfi, Memorie dell'Antico, p. 48.
    «I "rivellini" sono le torri fortificate edificate vicino alle porte e parti sensibili delle mura di una città, per una migliore difesa di dette parti. Per Melfi sono segnalati presso tutte le porte [...]»
  8. ↑ Giuseppe Venezia, Saluti da Melfi, p. 15.
    «Due stemmi affrontati, il grifo normanno e il basilisco caraccioliano, incorniciano la Porta.»
  9. ↑ Enzo Navazio, Età dei Doria, in Melfi, Memorie dell'Antico, p. 78.
    «Per Melfi e per la collettività melfitana la libertà ed apertura alle nuove idee - realizzate anche nel tessuto urbanistico con l'abbattimento delle mura e delle porte all'altezza di via Nitti, per l'allargamento e la fruizione del Mercato, ed a lato della Porta Venosina per la costruzione della rotabile [...]»

Bibliografia

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