Ben Zygier, noto anche come Prigioniero X e rispondente ad altri nomi fittizi (Melbourne, 9 dicembre 1976 – Ramla, 15 dicembre 2010), è stato un agente segreto e militare israeliano di origine australiana.
Identificato dai media come il protagonista del caso "Prigioniero X", un individuo detenuto in isolamento nella massima segretezza, fu veterano delle Forze di difesa israeliane e, secondo numerose inchieste giornalistiche, coinvolto in attività legate al Mossad. Fu detenuto in segreto nel carcere di massima sicurezza di Ayalon a Ramla, in una cella progettata per impedire comunicazioni con l’esterno, e morì in custodia nel 2010 per quello che le autorità definirono un suicidio.
Il caso fu tenuto a lungo sotto censura e divenne noto al pubblico internazionale solo nel 2013, sollevando un ampio dibattito sul ricorso alla segretezza, sui diritti dei detenuti e sulla trasparenza delle istituzioni israeliane.
Ben Zygier nacque a Melbourne, in una famiglia ebraica molto presente nella comunità locale. Il padre Geoffrey fu capo della Anti-Defamation Commission di B'nai B'rith e ricoprì incarichi di rilievo in vari organismi della comunità ebraica, mentre la madre Louise lavorò presso la Monash University ed ebbe ruoli in iniziative benefiche e culturali. Da giovane partecipò al movimento giovanile socialista e sionista Hashomer Hatzair.

Completati gli studi in giurisprudenza, si trasferì in Israele a metà degli anni Novanta, trascorrendo un periodo nel kibbutz di Gazit insieme ad altri giovani ebrei australiani. Prestò servizio militare nelle Forze di difesa israeliane e, secondo diversi resoconti giornalistici, fu successivamente reclutato nei servizi segreti israeliani nei primi anni 2000.
Tra il 2003 e il 2004 lavorò nello studio legale "Herzog, Fox & Ne'eman", uno dei principali studi di Tel Aviv. Nel 2006 sposò un'ebrea israeliana, e dalla coppia nacquero due figlie; nel 2009 tornò temporaneamente in Australia, per ottenere un Master of Business Administration alla Monash University.
Secondo numerose inchieste giornalistiche australiane, israeliane e internazionali, Zygier sarebbe stato coinvolto in operazioni del Mossad, facendo uso di passaporti australiani per viaggiare in paesi come Iran, Siria e Libano. Fonti dell'Australian Security Intelligence Organisation (ASIO) avrebbero investigato sull’uso di passaporti australiani da parte di cittadini con doppia cittadinanza per finalità di spionaggio, e Zygier sarebbe stato interrogato in Australia, circostanza tuttavia non confermata ufficialmente dalle autorità israeliane.
Un rapporto congiunto della rivista tedesca Der Spiegel e del gruppo mediatico australiano Fairfax ha sostenuto che Zygier, nel tentativo di riacquistare credito presso il Mossad dopo una presunta retrocessione, avrebbe rivelato a un intermediario legato al movimento sciita Hezbollah i nomi di due informatori libanesi al servizio di Israele, causando il loro arresto e quello di altre persone sospettate di collaborare con lo Stato israeliano.
Altre ipotesi, riportate da testate diverse, hanno collegato le accuse a possibili rivelazioni relative all’uso di passaporti australiani in operazioni clandestine, o a contatti con servizi di intelligence stranieri. Sia il governo israeliano sia quello australiano hanno negato che Zygier avesse avuto contatti ufficiali con l’ASIO.
Zygier fu detenuto nell’Unità 15 di Ayalon, una sezione speciale destinata a detenuti considerati particolarmente sensibili; la cella in cui si trovava era stata difatti originariamente progettata per ospitare Yigal Amir, l’assassino del primo ministro Yitzhak Rabin, ed era dotata di sistemi di sorveglianza e di controllo concepiti per ridurre al minimo il rischio di suicidio.

Secondo i resoconti pubblicati dalla stampa israeliana, la cella comprendeva un’area principale con letto, tavolo e televisore, e un vano bagno separato, dotato di un sistema di monitoraggio dei movimenti e di una doccia con elementi flessibili. Il detenuto era tenuto separato dal resto della popolazione carceraria, ma poteva incontrare i suoi avvocati e ricevere visite controllate.
Stando a successivi riscontri giornalistici, Zygier rischiava una condanna fino a vent’anni di reclusione per reati classificati come “spionaggio grave”. L’avvocato israeliano Avigdor Feldman, che lo rappresentò, dichiarò che il suo assistito era accusato di “reati gravi” ma che sosteneva la propria innocenza; nell’ultima fase della detenzione erano in corso discussioni su un possibile patteggiamento, che Zygier avrebbe guardato con ambivalenza, manifestando il desiderio di "ripulire completamente il proprio nome".
Il 15 dicembre 2010, Zygier fu trovato morto nella cella in cui era detenuto. La versione ufficiale dichiarò che si trattava di "suicidio per impiccagione", avvenuta nel vano bagno della cella; secondo le ricostruzioni giornalistiche, il prigioniero avrebbe utilizzato un lenzuolo, legandolo alle sbarre della finestra del bagno in un momento in cui non era osservato dalle telecamere interne.
Feldman dichiarò di averlo incontrato il giorno precedente, descrivendolo come preoccupato ma concentrato sulla propria difesa. Documenti giudiziari resi pubblici in seguito indicarono che Zygier aveva avuto, poche ore prima della morte, un incontro emotivamente molto difficile con la moglie, e che in passato aveva manifestato tendenze suicide.
Un’inchiesta condotta da una giudice istruttrice israeliana concluse nel 2012 che la causa della morte era un suicidio, ma rilevò che le autorità carcerarie non avevano applicato in modo adeguato le misure di sorveglianza e prevenzione previste per un detenuto in quella situazione, contribuendo così alle circostanze che avevano reso possibile il gesto. Nel 2013 il governo israeliano raggiunse un accordo con la famiglia Zygier, che prevedeva il pagamento di un indennizzo economico senza implicita ammissione di responsabilità diretta da parte dello Stato per la morte del detenuto.
Delle voci sull’esistenza di un detenuto anonimo o recluso sotto falso nome, accusato di reati non specificati e trattenuto in isolamento nel carcere di Ayalon, erano già emerse nel 2010, quando il sito di informazione israeliano Ynet pubblicò un articolo su un prigioniero detenuto in assoluta segretezza; l’articolo fu rimosso poche ore dopo, in seguito a un'ordinanza di censura richiesta dai servizi di sicurezza israeliani. Le notizie indicavano che il prigioniero era trattenuto in una sezione speciale e in condizioni di isolamento totale, al punto che neppure le guardie avrebbero conosciuto la sua identità. L’Associazione per i diritti civili in Israele protestò con il procuratore generale Yehuda Weinstein, affermando che una detenzione totalmente segreta non è compatibile con le pratiche di uno Stato democratico.
Nel 2012, il giornalista Trevor Bormann di ABC iniziò a indagare sulla vicenda dopo aver ricevuto una segnalazione durante un viaggio in Israele, trasmettendo l’inchiesta a febbraio 2013. Nello stesso mese, il programma televisivo Foreign Correspondent presentò una serie di elementi che identificavano il Prigioniero X con Ben Zygier, noto anche con il nome di Ben Allen: la rivelazione fu ripresa dai principali media internazionali, tra cui Haaretz, The Guardian e Al Jazeera, riportando l’attenzione sull’uso delle ordinanze di censura e sui limiti alla trasparenza nei casi che coinvolgono la sicurezza nazionale.
In un successivo servizio, trasmesso nel maggio 2013, la stessa ABC propose l’ipotesi che la detenzione di Zygier fosse collegata al presunto sabotaggio involontario di un’operazione segreta volta a recuperare le spoglie di soldati israeliani dispersi in Libano, ipotesi che rimase comunque confinata nell’ambito delle ricostruzioni giornalistiche.
Dopo la trasmissione dell’inchiesta dell’ABC, il governo israeliano mantenne inizialmente il silenzio, ma avrebbe chiesto ai responsabili dei principali media nazionali di evitare la pubblicazione di informazioni sensibili legate al caso. Secondo diversi resoconti, familiari e avvocati erano stati tenuti al segreto della vicenda in virtù di accordi di riservatezza imposti dalle autorità israeliane, limitando ulteriormente la possibilità di fornire al pubblico una versione alternativa dei fatti; tuttavia, una dichiarazione ufficiale confermò in seguito per la prima volta l’esistenza di un detenuto con doppia cittadinanza, incarcerato sotto falsa identità per motivi di sicurezza e morto per suicidio; la nota precisò che il prigioniero aveva ricevuto assistenza legale e che la famiglia era stata informata dell’arresto.
La vicenda suscitò interrogazioni alla Knesset da parte di diversi deputati, che chiesero chiarimenti sulle modalità della detenzione segreta e sulla compatibilità di tali pratiche con lo stato di diritto. Organizzazioni per i diritti civili e giuristi misero in discussione l’estensione degli ordini di censura e la possibilità di arrestare e trattenere una persona per un periodo prolungato senza informazioni pubbliche sul procedimento a suo carico: in generale, viene particolarmente criticato il «bavaglio governativo» imposto da Israele ai mezzi d’informazione nazionali, mediante l'uso coordinato di direttive che spaziano dalla censura militare alle interdizioni giudiziarie rivolte ai media, fino all'informazione ai direttori di testate giornalistiche purché promettano riserbo; tali misure sono in parte vanificate dall'intervento della stampa straniera o di nuovi mezzi di comunicazione di massa.
Il governo australiano annunciò un’indagine interna sulle circostanze della morte di Zygier e sui contatti intercorsi con le autorità israeliane. Il ministro degli esteri Bob Carr rese noto che il governo di Canberra era stato informato nel febbraio 2010, tramite canali d’intelligence, dell’arresto di un cittadino con doppia cittadinanza, accusato di reati “gravi” in materia di sicurezza, e che erano state ottenute assicurazioni circa il rispetto dei suoi diritti e la possibilità di scegliere un avvocato.
Successive ricostruzioni parlamentari e giornalistiche mostrarono che le informazioni sulla detenzione non erano state diffuse in modo uniforme all’interno dell’amministrazione australiana, alimentando critiche circa la gestione del caso e il coordinamento fra i diversi organismi statali. I rappresentanti della comunità ebraica australiana mantennero per lo più il silenzio pubblico, motivando tale scelta con il rispetto della privacy della famiglia e con il timore che la vicenda alimentasse accuse di “doppia lealtà” nei confronti dei cittadini con doppia cittadinanza.
La stampa israeliana e internazionale ha talvolta messo in relazione il caso di Zygier con altre vicende di detenuti, indicati come "Prisoner X2" o "Prisoner X3".