Il processo Palizzolo fu la vicenda giudiziaria relativa al coinvolgimento del deputato Raffaele Palizzolo nell'omicidio di Emanuele Notarbartolo, già sindaco di Palermo e direttore del Banco di Sicilia, ucciso il 1º febbraio 1893.
Dopo la condanna pronunciata a Bologna nel 1902 e annullata in cassazione, il nuovo giudizio si concluse a Firenze il 23 luglio 1904 con l'assoluzione di Palizzolo e Giuseppe Fontana per insufficienza di prove.
Notarbartolo aveva lasciato la direzione del Banco di Sicilia nel febbraio 1890, dopo contrasti sulla gestione dell'istituto. Fu assassinato durante un viaggio ferroviario fra Termini Imerese e Palermo. Il figlio Leopoldo e il cognato Gaetano Merlo si adoperarono presso il questore Michele Lucchesi e il procuratore Vincenzo Cosenza perché l'indagine chiarisse le responsabilità del delitto.
La prima istruttoria condusse al giudizio contro due ferrovieri. Il dibattimento, trasferito a Milano per legittima suspicione, ebbe luogo nel 1899–1900, durante il suo svolgimento emersero le accuse contro Palizzolo e Fontana. L'attività della famiglia della vittima e del suo legale, l'avvocato Giuseppe Marchesano, accompagnò il passaggio dall'indagine sull'esecuzione materiale alla ricerca dei possibili mandanti.
Il 31 luglio 1902 la corte d'assise di Bologna condannò Palizzolo e Fontana a trent'anni di reclusione. La sentenza fu successivamente annullata per un vizio procedurale. Nel processo celebrato a Firenze acquistò rilievo la posizione di Matteo Filippello, che morì impiccato prima di deporre, la morte fu ufficialmente considerata un suicidio. Il 23 luglio 1904 il nuovo giudizio terminò con l'assoluzione per insufficienza di prove.
| Periodo | Fase |
|---|---|
| 1893 | Omicidio di Notarbartolo e avvio delle indagini. |
| 1899–1900 | Processo di Milano contro i ferrovieri; emersione delle accuse contro Palizzolo. |
| 31 luglio 1902 | Condanna pronunciata a Bologna. |
| 23 luglio 1904 | Assoluzione a Firenze nel giudizio successivo all'annullamento. |
La controversia oltrepassò l'ambito processuale. La stampa e gli interventi pubblici discussero i rapporti fra interessi bancari, rappresentanza politica e mafia, alla mobilitazione per la famiglia Notarbartolo si contrappose quella del Comitato pro Sicilia, che presentava il procedimento come un'offesa all'isola. Anche l'accoglienza riservata a Palizzolo dopo l'assoluzione divenne parte della contesa politica.
Nel dibattito sulla mafia intervenne Gaetano Mosca, che nel 1900 tenne una conferenza a Torino e a Milano, pubblicata nel Giornale degli economisti con il titolo Che cos'è la mafia. La riflessione di Mosca affrontava il fenomeno come problema di organizzazione sociale e di potere, le successive ristampe dello scritto ne prolungarono la circolazione oltre la congiuntura di fine secolo.
Diversa fu la prospettiva di Napoleone Colajanni, che ricondusse la criminalità ai rapporti sociali e politici anziché a una presunta inferiorità antropologica dei meridionali. Nella sua interpretazione della questione siciliana, latifondo, mafia rurale e amministrazione pubblica erano legati da rapporti di potere: la riforma delle istituzioni e il decentramento costituivano parte della risposta proposta.