Il Raja Yoga, adattamento di Rāja Yoga (devanagari: राजयोग; lett.: "Yoga Regale"), è il nome con cui è nota la dottrina dello Yoga classico, originariamente esposta negli Yoga Sūtra, opera attribuita al filosofo indiano Patañjali (I - V sec. e.v.).
Generalità
Gli Yoga Sūtra sono attribuiti al filosofo Patañjali, personaggio tradizionalmente collocato nel II sec. a.e.v. ma più probabilmente vissuto fra il II e il V secolo della nostra era. Oltre tale indeterminazione, ciò che appare invece certo è che lo Yoga esposto in quest'opera è la codifica di pratiche ben anteriori: il termine yoga compare infatti già nelle Upaniṣad col suo significato qui specifico: "unione". A Patañjali va però senz'altro il merito di aver dato un suo posto certo nell'ambito della filosofia indiana a quella che era una tradizione di carattere mistico. Fra le darśana ortodosse dell'induismo, cioè quelle dottrine teologico-filosofiche che sono ufficialmente riconosciute come significativamente rappresentative del mondo hindu, lo Yoga classico, o Yoga Darśana, è il "punto di vista" del Rāja Yoga di Patañjali insieme ai suoi numerosi commentari.
Gli Yoga Sūtra consistono di 196 sūtra, concise e significative frasi concepite per essere memorizzate con facilità, come era costume nelle tradizioni hindu, essendo quello orale il mezzo principale per condividere e tramandare il sapere. L'opera è divisa in quattro sezioni denominate pāda: Samādhi Pāda (la "congiunzione"); Sādhana Pāda (la "realizzazione"); Vibhūti Pāda (i "poteri"); Kaivalya Pāda (la "separazione"):
Dopo aver definito lo Yoga e discusso del samādhi, ultimo stadio del percorso yogico, nel secondo pāda Patañjali presenta l'aspetto pratico della disciplina introducendo il Kriyā Yoga (lo "Yoga dell'azione") e l'Aṣṭāṅga Yoga (lo "Yoga delle otto membra"). Nel terzo pāda egli prosegue con la descrizione dell'Aṣṭāṅga Yoga, elencando i cosiddetti "poteri extra-normali" che è possibile conseguire con la pratica dello Yoga. Tali poteri, egli chiarisce, non devono però distogliere lo yogin dalla realizzazione, dalla meta finale, che resta sempre quella della liberazione (il mokṣa) dal ciclo delle rinascite (il saṃsāra). Tale meta è possibile soltanto col samādhi, quello stadio in cui la coscienza (citta) è pacificata, in uno stato sovrarazionale, dove essenza e conoscenza si trovano in uno stato di "congiunzione". Nell'ultimo pāda Patañjali dà una veste filosofica alla pratica finora presentata coniugandola con la dottrina del Sāṃkhya: il samādhi consente finalmente di riconoscere la "separazione" fra spirito (puruṣa) e materia (prakṛti).
Il Kriyā Yoga di Patañjali
Patañjali definisce il Kriyā Yoga come quell'aspetto dello Yoga che favorisce la via verso il samādhi, cioè verso il cammino descritto negli otto stadi dello Aṣṭāṅga Yoga. Così nel primo sūtra del secondo pāda:
(sanscrito)
«tapaḥ svādhyāya Īśvarapraṇidhānāni kriyāyogaḥ»
(italiano) «Il desiderio ardente nella pratica, lo studio di se stessi e delle sacre scritture, l'arrendersi a Dio sono le azioni dello Yoga.»
(Yoga Sūtra, II.1; citato in Iyengar 2010, pp. 147-148)
Dunque, per il filosofo il Kriyā Yoga non è una disciplina a sé, una branca dello Yoga come in seguito sarà inteso da altre scuole e filosofi: egli elenca semplicemente quegli atti (kriyā, lett.: "azione"), quelle condizioni cioè necessarie alla via dello Yoga: la pratica, la conoscenza, la devozione. Sebbene egli non usi i termini karma (l'azione e i suoi effetti), bhakti (la devozione), jñāna (la conoscenza spirituale), questi tre aspetti in seguito, presso altri pensatori, daranno luogo, così come per il Kriyā Yoga, a tre branche dello Yoga: Karma Yoga, Bhakti Yoga, Jñāna Yoga.
Īśvara è generalmente reso con "Signore", volendo così indicare la rappresentazione personale del divino: è questo il termine che Patañjali adopera, e non fa così riferimento a nessun deva in particolare. D'altronde, come egli stesso esplicitamente chiarisce nel primo pāda, Īśvara è da intendersi, più che un dio, come un sommo spirito (puruṣa), un maestro ideale, insomma un modello dello yogin la cui figura può essere di ausilio nel cammino verso la realizzazione. Si tratta quindi di un ruolo non centrale, che Patañjali non riprenderà più nel corso dell'opera.
Aṣṭāṅga Yoga: gli otto stadi
Gli stadi (āṅga, lett.: membra) in cui Patañjali architetta la via dello Yoga sono elencati nel ventinovesimo sūtra del secondo pāda:
(italiano) «Le regole morali (yama), le osservanze (niyama), le posizioni (āsana), il controllo del respiro (prāṇāyāma), il ritirare i sensi verso la loro origine (pratyāhāra), la concentrazione (dhāraṇā), la meditazione (dhyāna), e l'assorbimento della coscienza nel sé (samādhi) sono gli otto elementi che costituiscono lo yoga.»
(Yoga Sūtra, II.29; citato in Iyengar 2010, pp. 147-148)
Riassumendo, il filosofo così prosegue elencando via via i vari stadi e i relativi elementi:
Ahiṃsā: non violenza; non nuocere. Spesso confusa col pacifismo, la non violenza dello yoga è il non nuocere agli altri esseri viventi, ma nel rispetto del Sanatana Dharma. Non è la resistenza passiva ai soprusi e alle ingiustizie, è il rispetto per tutti gli esseri viventi, l'attenzione verso gli altri, con lo scopo di mantenere l'armonia. Il vero yogi non è un essere che subisce passivamente le ingiustizie e gli abusi di potere, ma è colui che protegge se stesso e gli altri, anche con l'uso della forza, se serve. Il vero yogi è un guerriero, non un soggetto passivo che porge la guancia a chi non rispetta il Sanatan Dharma, la legge cosmica;
Satya: Verità; Sincerità. La verità è l'aspetto più importante nel vero yoga. Se non siamo sinceri con noi stessi e con gli altri, sarà difficile sperimentare il vero Yoga;
Asteya: non appropriazione. Non è solo "non rubare", è il non appropriarsi di ciò che non ci appartiene.
Brahmācarya: Spesso confusa con l'astinenza sessuale, è il controllo degli aspetti sessuali;
Il termine è generalmente reso con "castità", ma in realtà nella tradizione yoga non viene mai specificato in questi termini. Piuttosto viene ricordata l'importanza di acquisire padronanza e controllo di quelli aspetti che sono collegati alla sessualità. Patañjali sostiene in II.38 che tale pratica dona vigore;
Aparigraha: non possessività;
In II.37 l'autore commenta affermando che la rinuncia a impossessarci di ciò che non è nostro fa sì che ci giungano ben altre ricchezze;
2.Niyama: osservanze; discipline. Queste sono:
Śauca: pulizia; purezza;
L'autore fa esplicito riferimento alla pulizia del corpo;
Saṅtoṣa: accontentamento;
Saṅtoṣa è da intendesi come "sapersi accontentare";
Il significato etimologico del termine tapas è "calore", e in senso figurato sta a indicare l'austerità religiosa. Questo concetto risale già al vedismo, dove tapas era inteso come quel "calore" sviluppato internamente nell'impegno ascetico, un "calore magico" in grado di creare e dare la vita. Nelle successive Upaniṣad il tapas è invece interpretato come il "fuoco interiore" che corrisponde e sostituisce il fuoco reale del sacrificio vedico (lo yajña): col tapas si compie adesso un sacrificio tutto intimo, è una interiorizzazione del rituale vedico nel quale a essere offerte sono le funzioni fisiologiche anziché le libagioni, prime fra tutte la respirazione. Si intravede qui il quarto stadio dello Yoga di Patañjali, il prāṇāyāma, il controllo della respirazione, respirazione intesa come funzione corporea densa di significati cosmici.
Svādhyāya: studio; applicazione;
Studio è qui da intendersi quello delle scritture sacre, la recitazione dei Veda;
Īśvara praṇidhāna: abbandono al Signore;
Īśvara, il Signore. Nei bellissimi versi in cui viene descritto, si dice che sia un Purusha viśhesha, Speciale. Lo Yoga è una disciplina teista, che contempla l'esistenza di uno spirito creatore, e di infiniti Purusha, frammenti della sorgente primaria, le Monadi. Questo aspetto è stato sempre sottovalutato e ignorato dalle correnti moderne, se così possiamo definirle, ma è un aspetto fondamentale dello yoga e del Samkya, la sua struttura metafisica. Per citare alcuni versi dello Yoga sutra di Patanjali: "23. Ishvarapranidhānadwa: Il samādhi si ottiene con il totale abbandono a Dio (Ishvara) e nell’esercizio della sua contemplazione.24. Kleshakarmavipākāshairaparāmristhah purushavisheshah ishvarah: Ishvara (Dio) è uno spirito particolare (purusha viśhesha) che non è mai stato influenzato dai klesha (le afflizioni che condizionano tutti gli altri purusha) e dal karma (la legge di causa ed effetto). 25. Tatra niratishayam sarvajnatvabījam: In Ishvara si trova il seme, l’origine, l’inizio, la causa, la sorgente di tutta la conoscenza, egli è onnisciente. 26. Sa purveshāmapi guruh kālenānavacchhedāt: Ishvara è il primo e assoluto Guru, è il primo dei Maestri e non è condizionato o limitato dal tempo. 27. Tasya vāchakah pranavah: Egli è connotato dalla sacra sillaba Āum, detta pranava. 28. Tajjapastadarthabhāvanam: Si deve meditare su Dio (Ishvara) ripetendo costantemente il bij mantra OM, con piena comprensione del suo significato. 29. Tatah pratyakchetanādhigamo’pyantarāyābhāvascha: Meditando su Dio (Ishvara) attraverso la ripetizione di OM, vengono eliminati tutti gli ostacoli e sia acquisisce la percezione del sé superiore che dona la padronanza (del manas)."
Mentre yama e niyama sono norme da osservare quotidianamente e possono essere intese come necessario corollario al percorso yogico propriamente inteso, quest'ultimo comincia invece con l'āsana. Patañjali menziona il termine soltanto in II.46, parlando genericamente di una qualsiasi posizione che risulti stabile e dia soddisfazione, comodità. Lo storico delle religioni rumeno Mircea Eliade mette in evidenza che l'importanza dell'āsana sta nell'immobilità del corpo: si tratta di una "concentrazione" del corpo in un'unica postura, con similitudine a quanto poi si farà con la dhāraṇā, concentrazione del pensiero su un unico oggetto;
4.Prāṇāyāma: controllo della respirazione e del flusso vitale;
Il termine è composto da prāṇa e āyāma, che sta per "allungamento", "espansione", mentre il primo è generalmente reso con "respiro vitale". Patañjali prosegue distinguendo un prāṇāyāma che segue i tre movimenti del respiro (inspirazione, sospensione, espirazione, prolungati e delicati), e uno che li trascende, senza sforzo, non consapevole. Il Prāṇāyāma sta alla respirazione come l'āsana sta al corpo: si "immobilizza" la respirazione nel senso di renderla regolare e controllata, cioè non instabile come è nell'ordinarietà. È sottinteso in questo stadio il nesso fra respirazione e vita, fra respirazione e coscienza. Così Mircea Eliade:
«Ritmando la propria respirazione e rallentandola, lo yogin può "penetrare", cioè provare sperimentalmente e in piena lucidità, determinati stati di coscienza. [...] Il prāṇāyāma è, potremmo dire, una attenzione diretta sulla vita organica, una coscienza mediante l'azione, un ingresso calmo e lucido nell'essenza stessa della vita.»
(Eliade 2010, p. 65 e p. 66)
Il significato di prāṇāyāma va dunque oltre il semplice ritmare la respirazione. Patañjali usa infatti un termine specifico, prāṇa, generalmente tradotto con "forza, energia vitale", "respiro vitale", uno dei componenti del "corpo yogico" (o "corpo sottile"), quel corpo non fisico che lo yogin delle tradizioni tantriche immagina e ritiene quindi di avere coesistente col corpo grossolano. Nel corpo yogico il prāṇa svolge la funzione corrispondente a quella del respiro nel corpo fisico. Nella cultura vedica il prāṇa era il respiro dell'Uomo Cosmico, il Puruṣa. Dunque il prāṇāyāma non è soltanto la regolazione della respirazione, quanto piuttosto la gestione del prāṇa.
5.Pratyāhāra: ritrazione dei sensi dagli oggetti; astrazione dal mondo; isolamento sensoriale;
Pratyāhāra è il ritirarsi in sé stessi nel senso di distaccarsi dalla realtà esterna. Tale ritrazione non deve essere intesa come isolamento nel senso di porre una barriera fra sé e il mondo, ma come un cambiamento di stato nella percezione: si passa da uno stadio in cui le funzioni sensoriali sono dominate dai rispettivi oggetti dei sensi, a uno stadio in cui i sensi ne sono affrancati per permettere una conoscenza altra, quella che deriva dalla propria coscienza (citta);
La "concentrazione" è definita come «fissare la coscienza (citta) su qualcosa». Il termine deriva dalla radice dhr-: "tener stretto". Patañjali non specifica su cosa convenga fissare l'attenzione, egli usa il termine deśa: "punto", "regione", "posto, "parte";
Il passo successivo è quello della "contemplazione", o "meditazione": quietata la coscienza con l'esercizio della concentrazione, si giunge a uno stadio nel quale pur essendo vigile la consapevolezza, quest'ultima è ininterrotta, stabile e profonda. Il termine è spesso tradotto con "meditazione", ma non si tratta qui della meditazione comunemente intesa, né di una forma di rimuginazione interiore: il dhyāna è contraddistinto da uno stato di coerente lucidità;
8.Samādhi: congiunzione con l'oggetto della meditazione; assorbimento della coscienza nel sé; enstasi;
Patañjali così definisce il samādhi:
«Quando l'oggetto della meditazione assorbe chi medita, e appare come soggetto, si perde la consapevolezza di se stessi. È il samādhi.»
(Yoga Sūtra, III.3; citato in Iyengar 2010, p. 181)
Dunque nel samādhi la distinzione fra soggetto e oggetto si dissolve del tutto. Lo yogin recupera così uno stato primordiale della coscienza, antecedente alla differenziazione fra soggetto e oggetti della conoscenza, sperimentando una beatitudine e una libertà assolutamente piene, quali è possibile attribuire soltanto all'Essere Supremo.
Il filosofo distingue due momenti prima del compimento del percorso esposto:
Samprajñāta samādhi: samādhi con sostegno; samādhi consapevole;
Il termine, samprajñāta vuol letteralmente significare "con oggetto della consapevolezza". Tale samādhi è caratterizzato da quattro componenti: assorbimento nel pensiero analitico (vitarka), assorbimento nel pensiero sintetico (vicāra), sperimentazione della beatitudine (ānanda), coscienza dell'unità con sé stesso (asmitā);
Asamprajñāta samādhi: samādhi senza sostegno; samādhi non cosciente.
Il termine non è invero usato da Patañjali ma dai suoi commentatori: il filosofo lo definisce soltanto come un "andare verso la quiete" (virāma paratyaya), nel senso che le funzioni mentali, ancora attive nel samprajñāta samādhi, adesso sono in via di dissoluzione.
Quando anche queste funzioni hanno terminato di esercitare del tutto la loro influenza, si è nel:
Nirbīja samādhi: samādhi senza seme;
Tale stadio è quello finale, il samādhi propriamente inteso, nel quale è abbandonata anche quella forma di percezione differente che lo yogin ha sperimentato precedentemente, iniziata col pratyāhāra e proseguita fino alle forme compiute di samādhi consapevoli, dette sabīja samādhi, cioè samādhi "con seme". Nel percorso verso il samādhi la coscienza (il citta) si è prima liberata dall'influsso degli oggetti dei sensi, quindi ha sperimentato una percezione via via più profonda e pura, ma comunque influenzata dalle funzioni mentali, sia consapevoli sia inconsapevoli, infine ha abbandonato anche questo influsso per sperimentare una nuova conoscenza; dissolta anche questa, la coscienza si è completamente liberata da tutto ciò che la rendeva preda di agitazioni.
«Patanjali, massimo esponente del raja yoga nell’India dell’antichità, delineò otto passi da compiere per ascendere al regno di Dio dentro di sé. 1. Yama, la condotta morale: astenersi dall’arrecare danno o offesa agli altri, dalla falsità, dal furto, dall’incontinenza e dall’avidità. 2. Niyama: la purezza del corpo e della mente, la serenità in ogni circostanza, l’introspezione contemplativa e la devozione a Dio. Questi primi due passi permettono di raggiungere l’autocontrollo e la calma mentale. 3. Asana: la disciplina del corpo, che consente di assumere e mantenere la corretta posizione per meditare senza avvertire stanchezza o irrequietezza fisica e mentale. 4. Pranayama: le tecniche per il controllo della forza vitale, che calmano il cuore e il respiro e liberano la mente dalle distrazioni delle sensazioni. 5. Pratyahara: la capacità di mantenere uno stato di completa interiorizzazione mentale e di assoluta immobilità, che si ottengono quando la mente si ritira dai sensi. 6. Dharana: la capacità di usare la mente interiorizzata per concentrarsi esclusivamente su Dio, sotto uno degli aspetti in cui Egli si rivela alla percezione interiore del devoto. 7. Dhyana: la meditazione resa più profonda dall’intensa concentrazione (dharana), che conferisce la capacità di concepire la vastità di Dio e dei suoi attributi manifesti nell’infinita espansione della sua coscienza cosmica. 8. Samadhi, l’unione con Dio: la completa realizzazione dell’unità dell’anima con lo Spirito.»
Molti fanno confusione, credendo che vi siano tanti yoga differenti, ma in realtà la prima classificazione documentata storicamente risalente a circa il XIII secolo d.C., è quella contenuta nel Dattātreyayogaśāstra, dove gli yoga tradizionali sono quattro: mantra yoga, laya yoga, hatha yoga e rāja yoga e dove il rāja yoga, in linea con i testi tradizionali da cui deriva la sistematizzazione definitiva dell’hatha yoga (Hathayogapradipika, Shivasamhitā, ecc.), è la cornice, il contenitore e l’obiettivo finale degli altri tre yoga che vengono considerati supplementari e ausiliari. L’ashtānga yoga è definito rāja yoga, nel senso di yoga regale, perché rappresenta lo yoga di riferimento, in quanto è la sistematizzazione più antica dello yoga, risalente al II secolo a.C. – IV secolo d.C. con il testo Yogasūtra attributo a Patanjali e alla sua scuola. L’ashtānga yoga è anche lo yoga principale descritto in un altro testo coevo al Dattātreyayogaśāstra, il Tirumantiram, ovvero il decimo volume di dodici del testo fondamentale del ramo meridionale del tantrismo, il Tirumurai. La terza sezione del Tirumantiram, ossia il terzo tantra, è dedicato tutto all’ashtānga yoga. In questo sistema tantrico meridionale, definito śaivasiddhānta (la dottrina finale, definitiva e perfetta di Śiva), Patanjali è annoverato tra i 18 siddhar (corrispettivo tamil del termine sanscrito “siddha”), insieme a Tirumular, l’autore stesso del Tirumantiram. Essendo l’ashtānga yoga lo yoga più antico, ha dato origine alla dottrina, alla prospettiva, alla scuola tradizionale dello yoga, definita, appunto, yogadarśana. In questo senso, lo yoga tradizionalmente è uno ed uno soltanto ed è uno dei sei sistemi (darśana) āstika (ortodossi) dell’induismo, nel senso che riconosce l’autorità divina dei Veda, per questo tutti i vari yoga, intesi come insieme sistematico di tecniche specifiche da agire sul corpo e sulla mente (āsana, prānāyāma, bandha, mudrā, mantra, kriyā) per ristabilire la connessione con l’ātman (samādhi), devono necessariamente, fare riferimento allo yogadarśana, ashtānga yoga o rāja yoga, decodificato da Patañjali, e dove gli altri tre yoga della tradizione (mantra, laya e hatha yoga), rappresentano fasi diverse del raja yoga. Esistono poi i cosiddetti yoga della Bhagavadgītā: karma yoga, jnana yoga e bhakti yoga, ma non sono da intendere come un sistema specifico, collaudato e consolidato, di tecniche come quelle suddette, ma eventualmente, rientrano all’interno dei primi due anga dell’ashtānga yoga, ossia yama e niyama. Karma yoga è l’essenza stessa di asteya e aparigraha, jnana yoga è possibile solo grazie a svadhiyāyā e il bhakti yoga è l’applicazione pratica di Īshvarapranidhāna. Per concludere, un altro yoga conosciuto in Occidente con il nome di kriyā yoga altro non è che la componente pratica dell’ashtānga yoga, appunto, mantra yoga, laya yoga e hatha yoga. Il sistema del kriya yoga fa costante riferimento all’ashtānga yoga, come dimostrato dai più importanti maestri tradizionali di kriyā yoga appartenenti agli ordini monastici tradizionali che hanno diffuso questo sistema anche in Occidente, i Daśanāmī Samnyāsī, è sufficiente vedere il primo testo diffuso in Occidente su questo argomento, “La scienza sacra” di Shri Swami Yukteswar Giri (Giri è uno dei dieci ordini monastici tradizionali). Il kriyā yoga è peraltro definito, per la prima volta, nel primo versetto del secondo capitolo degli Yogasūtra:
“Tapah svādhyāyeshvara pranidhānāni kriyā yogah”, ovvero, “Il calore risultante dalla pratica, lo studio delle scritture sacre, l’abbandono al Signore costituiscono il Kriyāyoga”.
Il kriyā yoga è per questo tradizionalmente conosciuto come rāja yoga o Brhamā vidya (la sapienza del Creatore).
Note
↑Lo storico delle religioni britannico Gavin Flood rende rāja con "migliore"; tuttavia il significato letterale del termine è "sovrano": cfr.: rAja, spokensanskrit.de.
↑Gli inni della Ṛgveda Saṃhitā, stante al testo, furono visti dai veggenti (i ṛṣi) perché prodotti dal loro stesso fervore mentre erano in contemplazione. Cfr. Roberto Calasso, L'ardore, Adelphi, 2010, p. 134.
«Ecco ora la regola dell'autocontrollo come enunciata da Pratardana, il sacrificio del fuoco interiore, come è stato chiamato. Finché una persona parla, non può respirare. Perciò sacrifica il respiro alla parola. Inoltre, finché una persona respira, non può parlare. Perciò sacrifica la parola al respiro. Questi sono i due sacrifici infiniti, immortali: che si sia svegli o dormienti, si sacrifica in continuazione. Ora gli altri sacrifici hanno una fine, poiché essi sono fatti di opere. Conoscendo ciò, gli antichi non offrirono il sacrificio al fuoco.»
(Kauṣitakī Upaniṣad, II.5; citato in Raimon Panikkar, I Veda. Mantramañjarī, a cura di Milena Carrara Pavan, traduzioni di Alessandra Consolaro, Jolanda Guardi, Milena Carrara Pavan, BUR, Milano, 2001)
↑Così si esprime il mistico indiano Swami Vivekananda, esponente dell'Advaita Vedānta: «Il prāṇāyāma non è, come molti pensano, qualcosa che ha che fare con la respirazione, La respirazione è soltanto uno dei tanti metodi coi quali familiarizziamo col vero prāṇāyāma. Prāṇāyāma significa "controllo del prāṇa.»
«Prânâyâma is not, as many think, something about breath; breath indeed has very little to do with it, if anything. Breathing is only one of the many exercises through which we get to the real Pranayama. Pranayama means the control of Prâna.»
(Vivekananda, Vedanta Philosophy: Lectures on Raja Yoga, 1897, ristampa Health Research, California, 1972, p. 29)
↑Patañjali descrive vari aspetti o momenti del samādhi: i sabīja samādhi comprendono i samprajñāta samādhi più altri per i quali egli non adopera esplicitamente il termine samādhi.
↑Vitarka e vicāra, "pensiero analitico" e "pensiero sintetico".
↑Giuseppe Montalbano, Ashtāngayoga, lo yoga è uno, su Ashtanga Yoga Academy, 27 maggio 2022. URL consultato l'11 luglio 2026.
Bibliografia
Mircea Eliade, Lo Yoga. Immortalità e libertà, a cura di Furio Jesi, traduzione di Giorgio Pagliaro, BUR, 2010.
Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, Vol. II, traduzione di Maria Anna Massimello e Giulio Schiavoni, BUR, 2008.
Georg Feuerstein, The Encyclopedia of Yoga and Tantra, Shambhala, 2001.
Gavin Flood, L'induismo, traduzione di Mimma Congedo, Einaudi, 2006.
B. K. S. Iyengar, Commento agli Yoga Sūtra di Patañjali, a cura di Gabriella Giubilaro, Giovanni Corbo, Agrippina Pakharukova, Edizioni Mediterranee, 2010.