Viene generalmente definito rapporto di compressione variabile quando si ha un rapporto di compressione volumetrico che varia a seconda delle condizioni operative.
Il rapporto di compressione si definisce variabile quando la camera di combustione varia il suo volume, nei motori a due tempi, a seconda di come viene calcolato il rapporto di compressioni (metodo europeo o giapponese) e all'uso o meno della valvola parzializzatrice si può avere una discrepanza nella definizione di "rapporto di compressione variabile", difatti con questi sistemi, seguendo il metodo giapponese, si ha già una variazione del rapporto di compressione.
Tali soluzioni servono per aumentare l'efficienza energetica e/o migliorare il funzionamento del motore, infatti nel caso di mezzi ad accensione comandata, questa soluzione permette di adattare il motore a questa limitazione e garantirne un funzionamento più lineare (aumentando la compressione ai regimi dove è richiesto un maggiore anticipo e diminuendolo ai regimi che richiedono minore anticipo), un altro motivo è invece legato al carico del motore, infatti a carichi minori (motore ipoalimentato) si ha un rendimento maggiore con rapporti di compressione maggiori (in quanto altrimenti la pressione e compressione effettiva rimarrebbe bassa), invece per i motori sovralimentati e a pieno carico operativo si riduce il rapporto di compressione in quanto altrimenti s'incorrerebbe alle detonazioni.
Questa soluzione è stata utilizzata già dagli anni novanta, nelle competizioni da cross su motori a due tempi. Tale soluzione è stata ripresa anche agli inizi del 2000 con motori sperimentali, come il motore SAAB, presentato a Ginevra nel 2000, oppure nel primo decennio del 2000, con il diesotto, dove la variazione del rapporto di compressione permette un cambio di funzionamento del motore, passando da un sistema ad accensione comandata ad un sistema ad accensione spontanea e poco dopo anche il MCE-5 della Peugeot sempre a Ginevra.

Questa soluzione può essere raggiunta in diversi modi.