Re Laurino

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L'enrosadira sul Catinaccio (Rosengarten), al quale la leggenda moderna collega il roseto di re Laurino

Re Laurino (in tedesco König Laurin; in ladino Re Laurin) è il re dei nani protagonista del poema anonimo in medio alto tedesco Laurin, detto anche Der kleine Rosengarten («Il piccolo roseto»), composto nel XIII secolo e appartenente al ciclo delle avventure di Teodorico di Verona (Dietrich von Bern). A partire dal XIX secolo la vicenda è stata rielaborata in una leggenda popolare altoatesina che colloca il roseto di Laurino sul Gruppo del Catinaccio e lo collega al fenomeno dell'enrosadira: nella forma oggi più diffusa, questa leggenda risale in larga parte alla rielaborazione di Karl Felix Wolff nei primi decenni del Novecento, che fuse il poema medievale con racconti eziologici di tradizione tedesca e ladina.

La figura di Laurino e del suo vincitore Teodorico ha assunto nel tempo significati identitari contrastanti. Celebrato come eroe nella tradizione germanica, il Teodorico leggendario era ricordato nell'area romanza come re barbaro ed eretico; la fontana di Bolzano che raffigura Teodorico mentre sconfigge Laurino è stata al centro dei conflitti tra i gruppi linguistici dell'Alto Adige nel Novecento.

Il poema medievale

Laurino combatte contro Teodorico nel roseto, miniatura del Dresdner Heldenbuch (1472; Dresda, SLUB, Mscr. Dresd. M 201, f. 276v)

Datazione e attribuzione

Come quasi tutti i poemi eroici tedeschi, il Laurin è un'opera anonima. Conta circa 2.000 versi nelle redazioni (cioè nelle diverse versioni del testo) più estese e fu composto nell'area linguistica tedesca meridionale, come suggeriscono i tratti bavaresi e mediotedeschi delle redazioni più antiche. La datazione è discussa. Il germanista Joachim Heinzle lo ritiene anteriore al 1230, perché Albrecht von Kemenaten sembra conoscerlo quando compone il Goldemar, anch'esso incentrato sullo scontro tra Teodorico e un re dei nani, e ne suppone un'origine tirolese; Kindl colloca il poema intorno alla metà del XIII secolo, mentre il germanista Victor Millet ritiene impossibile stabilire quando e dove sia stato composto.

La vulgata recente, ossia la versione più diffusa nella tarda tradizione del testo, attribuisce l'opera a Heinrich von Ofterdingen, il poeta leggendario che nella cosiddetta Guerra della Wartburg (Wartburgkrieg) canta le lodi di Teodorico; l'attribuzione fu aggiunta soltanto nelle redazioni più tarde ed è considerata molto improbabile. Il poema appartiene all'epica «fantastica» o «avventurosa» (aventiurehafte Dietrichepik) su Teodorico di Verona, nella quale l'eroe affronta nani, giganti e altri esseri soprannaturali anziché avversari storici.

Tradizione manoscritta e a stampa

Il Laurin ebbe una diffusione molto ampia. Kindl conta 18 testimoni, cioè esemplari manoscritti o a stampa che tramandano il testo, tra cui undici manoscritti quasi completi compresi tra l'inizio del XIV e l'inizio del XVI secolo, e undici edizioni a stampa pubblicate tra il 1479 e il 1590; il Handschriftencensus, il censimento dei manoscritti medievali in lingua tedesca, elenca 19 testimoni manoscritti tra codici e frammenti, alcuni dei quali perduti o distrutti. Tra i testimoni più noti figurano il Dresdner Heldenbuch del 1472, conservato alla Biblioteca di Stato e universitaria di Dresda (Mscr. M 201), e l'Heldenbuch manoscritto di Strasburgo, andato distrutto nel 1870. Il codice di Copenaghen (Arnamagnæanske Institut, AM 32 fol.), che tramanda la redazione con la continuazione Walberan, fu probabilmente allestito nella colonia dei mercanti tedeschi di Venezia.

La denominazione di «piccolo roseto» distingue il poema dal «grande» Rosengarten zu Worms, poema del XIII secolo in cui Teodorico affronta Sigfrido nel roseto di Crimilde; poiché le due opere venivano di solito trascritte insieme negli Heldenbücher («libri degli eroi») del tardo Medioevo e della prima età moderna, si affermò l'uso di distinguerle come «grande» e «piccolo» roseto. Secondo Heinzle è possibile che il Rosengarten zu Worms sia stato a sua volta ispirato dal Laurin.


Le redazioni

Teodorico e Witege distruggono il roseto di Laurino, xilografia da un'edizione a stampa del 1500 (Berlino, Staatsbibliothek, Inc. 2543)

Heinzle distingue cinque redazioni principali, osservando tuttavia che, data la grande variabilità dei testi dell'epica avventurosa, ogni manoscritto può essere considerato una versione a sé:

  • la "vulgata antica" (ältere Vulgatversion), incentrata sul solo scontro tra Teodorico e Laurino;
  • la "vulgata recente" (jüngere Vulgatversion), che aggiunge l'antefatto del rapimento della sorella di Dietleib ed è la redazione diffusa dalle stampe;
  • il "Walberan", la continuazione dal finale conciliante;
  • il "Dresdner Laurin", che segue da vicino la vulgata antica ma è composto in strofe;
  • il "Pressburger Laurin", un frammento dal tono parodistico.

Kindl riconduce queste redazioni a due linee principali: la vulgata antica (Laurin A) e una linea più recente (Laurin D), che comprende anche le continuazioni e le stampe.

Trama

Nella versione riassunta da Kindl, basata sulla vulgata recente, il re dei nani Laurino ha rapito la giovane Künhilt, sorella di Dietleib di Stiria; in alcune versioni la fanciulla è chiamata Similde, forma dovuta probabilmente a un errore di copiatura. Dietleib chiede aiuto a Ildebrando e a Teodorico di Verona, che parte volentieri per l'avventura, attratto dalla fama del roseto di Laurino, recintato soltanto da un filo di seta. Giunti al roseto con Ildebrando, Dietleib, Witege e Wolfhart, Teodorico esita a violarlo, ma Witege spezza il filo e calpesta le rose. Laurino compare subito a cavallo, riccamente armato, sconfigge Witege e pretende come pegno il suo piede sinistro e la sua mano destra. Teodorico offre un risarcimento in oro, che Laurino rifiuta accusandolo di aver agito in modo indegno di un principe. Nel duello che segue il nano, che dispone di una cintura capace di dargli la forza di dodici uomini, si rende invisibile con la sua cappa magica; su consiglio di Ildebrando, Teodorico lo affronta nella lotta corpo a corpo, gli strappa la cappa e spezza la cintura. Sul punto di essere ucciso, Laurino invoca l'aiuto di Dietleib in quanto suo cognato; dopo un nuovo scontro, stavolta tra Dietleib e Teodorico, Ildebrando riporta la pace e i contendenti giurano alleanza.

Laurino conduce poi gli ospiti nel suo palazzo di cristallo all'interno della montagna. Durante il banchetto Künhilt confida al fratello di essere stata trattata con ogni onore, ma di desiderare un ambiente cristiano, poiché Laurino è pagano. Deciso a vendicarsi, Laurino fa addormentare i cavalieri con un sonnifero e li getta in prigione; liberati grazie a Künhilt e Dietleib, gli eroi sconfiggono i nani e i cinque giganti accorsi in loro aiuto. Nella vulgata antica Laurino è condotto prigioniero a Verona, dove deve servire come giullare alla corte di Teodorico. Nelle redazioni più tarde la vicenda si chiude invece con la conversione e il battesimo di Laurino e, nella continuazione Walberan, con un patto di amicizia tra i due re. Del roseto il poema non dice più nulla.

Differenze tra le redazioni

Ferdinand Leeke, Il re dei nani Laurino alla corte di Teodorico di Verona (anteriore al 1923)

Nella vulgata antica, seguita da vicino dal Dresdner Laurin, manca l'antefatto del rapimento. Il poema si apre con un dialogo in cui Witege esalta Teodorico come il più grande degli eroi, mentre Ildebrando obietta che egli non ha mai affrontato un'avventura con i nani; Teodorico parte allora con Witege per sfidare Laurino, seguito da Ildebrando e Dietleib. Alla vista del roseto Teodorico esita a distruggerlo, ma Witege lo devasta. Laurino, armato in modo così splendido che Witege lo scambia per l'arcangelo Michele, cavalca un destriero grande come un cervo; solo dopo la sconfitta rivela a Dietleib di aver rapito sua sorella e di averla sposata.

Nella vulgata recente Laurino rapisce Künhilt servendosi della cappa dell'invisibilità; Dietleib e Ildebrando apprendono l'esistenza del roseto da un uomo selvatico bandito da Laurino, e alla fine Teodorico accompagna Dietleib e la sorella in Stiria, presso il loro padre Biterolf.

Nella redazione con il Walberan Laurino si arrende durante lo scontro nella montagna e, per intercessione di Künhilt, Ildebrando e Dietleib, Teodorico pone fine alla strage dei nani. Laurino è condotto prigioniero a Verona, mentre il nano Sintram diventa vassallo di Teodorico; Künhilt chiede a Teodorico di trattare bene il prigioniero e di convertirlo al cristianesimo. Sintram tradisce il nuovo signore e chiama in aiuto Walberan, parente di Laurino, che muove guerra a Teodorico con un grande esercito; dopo una serie di duelli, lo scontro tra Walberan e Teodorico si conclude con una riconciliazione e una festa cortese.

Il Pressburger Laurin sembra parodiare il poema: Ildebrando parla di Laurino a Teodorico durante una festa di carnevale, e Teodorico parte con Ildebrando, Dietleib, Witege, Sigfrido e Wolfhart; il frammento si interrompe a questo punto.

Genere e interpretazione

La scelta dei distici a rima baciata, anziché della strofa tipica della poesia eroica tedesca, avvicina il Laurin al romanzo cortese; anche il modo in cui Teodorico parte in cerca dell'avventura richiama quel genere, e la devastazione del giardino trova paralleli nell'Yvain di Chrétien de Troyes e nell'Iwein di Hartmann von Aue. In questa prospettiva, secondo Millet, assumono una luce negativa sia la riluttanza di Teodorico a risparmiare Laurino, sia il rispetto che gli eroi improvvisamente gli tributano quando scoprono che ha rapito Künhilt. Laurino stesso considera la distruzione del roseto una violazione del diritto, il che getta una luce sfavorevole soprattutto su Witege; Heinzle legge il poema come una riflessione sull'insensatezza dell'avventura cavalleresca.

Le redazioni divergono nel giudizio su Laurino, presentato ora come nano infido e spergiuro giustamente punito da Teodorico, ora come avversario nobile, cavalleresco e pari al suo vincitore. Già il filologo Karl Müllenhoff riteneva più antica la versione del Laurino nobile, mentre la trasformazione del personaggio in figura demoniaca andrebbe collocata nella narrativa del tardo Medioevo. Secondo Kindl, il contrasto tra il pagano Laurino e il mondo cristiano degli eroi riflette, pur in un'opera di registro non elevato, la contrapposizione tra pagani e cristiani propria dell'età delle crociate. Nel corso del poema la caratterizzazione di Laurino diventa via via più negativa, senza che egli sia mai presentato come del tutto malvagio. Le rielaborazioni cercano di sciogliere queste ambiguità: nel Dresdner Laurin il nano è malvagio fin dall'inizio, mentre il Walberan ne mette in primo piano l'umanità e la dignità, che inducono Teodorico a risparmiarlo e lasciano intendere che l'attacco al roseto fosse ingiusto.

Forma metrica

Tutte le redazioni, tranne il Dresdner Laurin, sono composte in distici a rima baciata. Il Dresdner Laurin adotta invece una variante del «tono di Ildebrando» (Hildebrandston) nota come Heunenweise, in cui la rima cade anche in cesura, la pausa interna al verso: ogni verso lungo è formato da due emistichi (semiversi) di tre piedi, secondo lo schema a||ba||bc||dc||d. Poiché sono sopravvissute melodie di questo tono tramandate dai Meistersinger, le strofe possono essere cantate secondo la maniera tradizionale della poesia eroica tedesca. Considerando le cesure come fine verso, la strofa può anche essere letta come composta da otto versi brevi.

Il nome

Nel Medioevo il nome era accentato sull'ultima sillaba (Laurín), da cui deriva regolarmente la forma del tedesco moderno Lorein, attestata in una raccolta di leggende tirolesi del 1856. Secondo il germanista George T. Gillespie, il primo elemento potrebbe derivare dal medio alto tedesco lûren («ingannare») oppure da una radice *lawa- o *lauwa- («pietra»), presente anche nel nome della Loreley.

Ambientazione

Il poema colloca il roseto ze Tirol in dem tanne. Per Kindl l'espressione difficilmente designa il massiccio del Catinaccio: sia il roseto sia il castello nella montagna sono luoghi fantastici, secondo le convenzioni dell'epica avventurosa, e il pubblico medievale non si sarebbe chiesto dove si trovassero esattamente. La questione della localizzazione sorse soltanto quando, nell'Ottocento, il poema divenne una sorta di epopea nazionale del Tirolo.

Fortuna tra Medioevo ed età moderna

La popolarità del poema è testimoniata anche dall'iconografia. In Alto Adige, gli affreschi di Castello di Montechiaro, presso Prato allo Stelvio in Val Venosta, dipinti intorno al 1390-1400 da una bottega venostana o meranese, raffiguravano episodi del Laurin; staccati dal castello, sono oggi conservati al Ferdinandeum di Innsbruck.

La fortuna del poema si estese anche oltre l'area di lingua tedesca: fu tradotto in ceco nel 1472 e rielaborato in danese intorno al 1500, mentre nel 1560 ne apparve una stampa in basso tedesco medio. I paralleli con il Walberan nel cosiddetto Libro di Zabulon (Zabulons Buch), una delle parti della Guerra della Wartburg, attestano inoltre una ricezione del poema già nel XIII secolo. La vulgata recente continuò a essere stampata nella prima età moderna, sia all'interno dell'Heldenbuch a stampa sia in edizioni separate.

La ricezione del Laurin non si interruppe mai: dal canto giullaresco di ambiente cortese la vicenda passò agli Heldenbücher del Rinascimento, quindi alla letteratura d'intrattenimento dei ceti borghesi e infine, come leggenda di nani, alle tradizioni locali del Tirolo.

Dalla letteratura alla leggenda popolare

Il rapporto tra il poema e le tradizioni orali altoatesine è discusso. Il germanista Werner Hoffmann ha ipotizzato un legame con una leggenda ladina che collega il roseto all'enrosadira del Catinaccio; Heinzle, pur senza escludere del tutto questa ipotesi, ritiene più probabile che sia stata la leggenda, attestata soltanto in epoca moderna, a subire l'influenza del poema, e respinge le interpretazioni che vedono nel roseto il riflesso di un antico culto dei morti. Le ricerche di Kindl sulla genesi della versione corrente mostrano che il legame tra Laurino, il Catinaccio e l'enrosadira si formò tra la fine dell'Ottocento e i primi decenni del Novecento: il motivo della pietrificazione del roseto, che molti ritengono medievale, è assente dal poema.

La riscoperta romantica

Nel XIX secolo il poema fu riscoperto nell'ambito del Romanticismo tedesco. La prima edizione critica apparve nel 1866 nel primo volume del Deutsches Heldenbuch, ma fu soprattutto il rifacimento in versi del germanista e studioso di tradizioni popolari tirolese Ignaz Vinzenz Zingerle, König Laurin oder der Rosengarten in Tirol (1850), basato in larga parte sulla redazione del Dresdner Heldenbuch del 1472, a rendere popolare la vicenda in Tirolo. Seguace dei fratelli Grimm, Zingerle presentava il poema come patrimonio comune del popolo tedesco e intendeva dimostrare che il Tirolo meridionale partecipava alla grande tradizione dell'epica eroica tedesca.

Zingerle discusse anche la localizzazione del roseto, conteso fra tre luoghi – Lana, Lagundo e lo Sciliar – e propese per Lagundo, sia per le testimonianze della tradizione orale sia per la vicinanza a Castel Tirolo, che a suo avviso era il «Tirol» del poema. Alla metà dell'Ottocento le raccolte di leggende collocavano infatti il roseto perlopiù nella bassa Val Venosta, presso Tirolo. Il rifacimento di Zingerle, rivolto dapprima alla borghesia colta delle città, raggiunse una diffusione popolare soltanto quando brevi racconti su Laurino entrarono nei calendari e negli almanacchi rurali, e fu così che il soggetto divenne una leggenda nazionale tirolese.

Le leggende dell'enrosadira

Indipendentemente dal poema, la tradizione alpina conosceva diverse leggende eziologiche sull'enrosadira, cioè racconti che ne spiegano l'origine: per lo più storie di una colpa e della sua espiazione, di cui il rosso del tramonto conserverebbe il ricordo; nella versione medievale di Laurino non se ne trova invece alcuna traccia. Queste storie rientrano nel tipo, molto diffuso nell'arco alpino, delle leggende di rovina (Untergangssagen), nelle quali un luogo fiorente viene distrutto o sepolto per le colpe dei suoi abitanti: ne è considerata il modello la leggenda svizzera della Blümlisalp, un alpeggio sepolto dai ghiacci per la condotta sacrilega dei pastori, mentre in Tirolo è nota soprattutto quella sull'origine del ghiacciaio della Marmolada. Nell'area del Catinaccio è documentata, fra le altre, la leggenda della «contesa delle rose» (Rosenstreit), raccolta da Johann Adolf Heyl nel 1897: due principi fratelli si uccidono a vicenda per il possesso di una rosa, il giardino si trasforma in pareti rocciose e il rosso del tramonto ricorda il fratricidio. Heyl, che con ogni probabilità conosceva il rifacimento di Zingerle, tenne queste tradizioni distinte dal poema medievale.

Il collegamento tra il roseto di Laurino e il massiccio compare nella Guida del Trentino di Ottone Brentari (1895), secondo la quale Laurino, vedendosi perduto, avrebbe trasformato il giardino in una selva di guglie rocciose: un particolare assente nelle fonti medievali, che per Kindl dimostra come intorno al 1900 si fosse già avviata una commistione tra il rifacimento di Zingerle e le leggende locali di pietrificazione. Il nome tedesco del massiccio, attestato almeno dalla fine del XV secolo, non ha secondo Kindl alcun rapporto con le rose e deriverebbe da una radice preromana indicante detriti o frane, mentre il nome italiano Catinaccio, riferito all'intera catena, è una formazione recente.

Karl Felix Wolff

La fontana di Laurino a Bolzano: Teodorico di Verona atterra Laurino

La leggenda nella forma oggi più nota è opera del giornalista e studioso di tradizioni popolari Karl Felix Wolff (1879-1966), che fra il 1900 e il 1914 circa ne fece un simbolo del nascente turismo dolomitico. Nei primi anni del Novecento Wolff raccolse nella bassa Val di Fassa un racconto ladino sul «re de Nyès», i cui splendidi rododendri, distrutti da guerrieri stranieri, erano stati da lui stregati perché non fossero più visibili né di giorno né di notte, dimenticando però l'ora del crepuscolo. Wolff interpretò il racconto come una variante ladina della vicenda di Laurino, pur ammettendo di non aver mai udito il nome «Laurin» dalla bocca dei suoi informatori.

Nella sua monografia del 1908 sulla strada delle Dolomiti, Wolff riassunse il poema medievale aggiungendovi un finale estraneo alla tradizione scritta: Laurino fugge dalla prigionia, torna ai suoi monti e trasforma il roseto in pietra. Una versione italiana, la Leggenda delle rose, apparve nel 1922 nella prima edizione dei Monti pallidi; nel 1925 il racconto König Laurin und das Alpenglühen fu inserito nella terza edizione dei Dolomitensagen e divenne in breve tempo la leggenda più celebre dell'Alto Adige. Nella nona edizione del 1957 Wolff separò di nuovo i racconti ladini dal poema medievale, ma la correzione giunse troppo tardi per imporsi.

Kindl osserva che l'enrosadira del Catinaccio è visibile soltanto dal versante di lingua tedesca, in particolare dalla conca di Bolzano, mentre dalla Val di Fassa il massiccio si trova a occidente e non può accendersi al tramonto; dubita inoltre che la leggenda del re de Nyès sia un residuo della tradizione di Laurino, e fa derivare il termine ladino enrosadira dall'arrossarsi delle rocce, senza relazione con le rose. Proprio attraverso l'area del Catinaccio, all'altezza del Passo di Costalunga, corre da secoli il confine linguistico tra tedesco e ladino, e secondo Kindl la costruzione di Wolff, pur priva di fondamento filologico, può essere letta come espressione della lunga compenetrazione tra le due culture.

La versione corrente

Nella versione oggi più diffusa, compilata dallo storico Bruno Mahlknecht sulla base dei testi di Wolff, Laurino regna su un ricchissimo regno sotterraneo e possiede un roseto cinto da un filo di seta dorato: chi coglie una rosa deve pagare con una mano e un piede. Innamoratosi della principessa Künhilt (o Similde), Laurino la rapisce; il fratello Dietleib chiede aiuto a Teodorico, e uno dei suoi compagni spezza il filo e calpesta le rose. Laurino combatte con la cintura magica e la cappa dell'invisibilità, ma è sconfitto; tenta poi di vendicarsi imprigionando i cavalieri durante un banchetto, ed è infine vinto e condotto via. Prigioniero, Laurino maledice il roseto che ha rivelato ai nemici la via del suo regno e lo tramuta in pietra, perché nessuno possa più vederlo né di giorno né di notte; avendo però dimenticato il crepuscolo, il roseto torna a mostrare la sua antica bellezza al tramonto, nell'enrosadira. Circolano inoltre varianti moderne, tra le quali una in cui a essere rapita è la figlia di Laurino, Ladina, per opera del principe del Latemar.

Teodorico e Laurino tra tradizione germanica e romanza

Lo stesso argomento in dettaglio: Teodorico di Verona.

Il poema si intreccia con le leggende sulla scomparsa di Teodorico. Nel Libro di Zabulon il poeta Wolfram von Eschenbach racconta che Laurino rivelò a Teodorico che gli restavano soltanto cinquant'anni di vita, mentre un parente del nano, Sinnels, avrebbe potuto concedergliene mille; per raggiungerlo, Teodorico e Laurino si gettano in una montagna di fuoco. Heinzle accosta l'episodio alla tradizione, riferita da papa Gregorio Magno, secondo cui l'anima del Teodorico storico fu gettata in un vulcano come punizione per i suoi peccati. Nella prosa che accompagna l'Heldenbuch (Heldenbuch-Prosa), nel XV secolo, è invece un nano a invitare Teodorico a seguirlo dopo l'ultima battaglia, dicendogli che il suo regno non è più di questo mondo. Per Kindl il passo della Heldenbuch-Prosa indica una chiamata nell'aldilà, mentre quello della Guerra della Wartburg, di solito interpretato come un rapimento dell'eroe nell'oltremondo, andrebbe ricondotto piuttosto alla leggenda della sua cavalcata infernale. Wolff, che nel 1899 aveva trascritto da un pastore fassano un racconto ladino su «due re», vi riconobbe soltanto nel 1933 una forma della leggenda di Teodorico condotto via da Laurino; Kindl osserva tuttavia che Wolff con ogni probabilità non udì mai il nome di Teodorico dai suoi informatori, tanto meno nella Ladinia di lingua romanza.

Kindl sottolinea che la figura luminosa di Dietrich von Bern, uno degli eroi più nobili dell'epica medievale tedesca, ha una connotazione positiva soltanto nell'area di lingua tedesca: nella tradizione romanza il re ostrogoto Teodorico, di cui Dietrich è la proiezione leggendaria, era invece una figura negativa, un barbaro e un eretico; la leggenda della cavalcata infernale del re sarebbe, secondo la studiosa, la «vendetta» della tradizione popolare sull'esaltazione fantastica dell'eroe. Anche il filologo Alessandro Zironi ricorda che nella tradizione letteraria e iconografica italiana Teodorico, di fede ariana, fu giudicato un re eretico e demoniaco, e osserva che le rielaborazioni moderne che danno di Laurino un'immagine positiva lo trasformano sempre in un guerriero di stirpe germanica.

Secondo Zironi, il Romanticismo lesse nella localizzazione dolomitica della vicenda la testimonianza di un'identità culturale alpina, assimilando Laurino a Teodorico e ai suoi guerrieri, mentre la cultura del Secondo Reich, impegnata a cercare miti fondativi nel passato germanico, respinse il nano relegandolo al demoniaco e alla diversità culturale. Nella favola drammatica Der Rosengarten (1874) di Otto Roquette, Laurino non è un nano ma un principe cacciatore che finisce per sposare la fanciulla rapita, divenendo principe del Tirolo: un matrimonio tra le casate di Stiria e Tirolo che sembra sancire il dominio austriaco sulle Alpi. Nella tragedia König Laurin di Ernst von Wildenbruch, rappresentata a Berlino nel 1902 e dedicata in realtà alla fine degli Ostrogoti, Laurino è invece un nano nero di origine africana, immortale, che si identifica con l'imperatore Giustiniano, persecutore dei biondi Goti: i critici dell'epoca vi riconobbero una simbologia razziale e neopatriottica, e nello stesso anno Wildenbruch scrisse versi in cui auspicava che in Germania rinascesse sempre un nuovo Dietrich von Bern.

Altre rielaborazioni moderne

Tra Ottocento e Novecento la vicenda fu ripresa in numerose opere teatrali, musicali e figurative. Il balletto Laurin, su libretto di Emil Taubert e musica di Moritz Moszkowski, fu messo in scena all'Opera di Berlino nella stagione 1895-1896 con scarso successo. Il pittore Ignaz Stolz il Vecchio (1840-1907) dipinse un ciclo di sei tele, conservate presso il lago di Fiè, l'ultima delle quali raffigura Laurino pietrificato sul monte Cavone, di fronte al Catinaccio, secondo una tradizione locale che riconosce nella sagoma della montagna la figura del re.

Nel 1911 il pittore Bruno Goldschmitt eseguì a Bolzano il ciclo di affreschi del Park Hotel Laurin, nel quale la differenza di statura tra i guerrieri goti e i nani è costantemente enfatizzata e questi ultimi sono ritratti in chiave umoristica; Zironi ricorda che l'artista aderì al nazionalsocialismo già dal 1932. L'opera Laurins Rosengarten, su libretto di Ernst Kapff e musica di Wilhelm Mauke, completata nel 1918, ebbe scarsa fortuna, mentre l'unica trasposizione cinematografica fu per lungo tempo il cortometraggio Aus König Laurins Rosengarten (1951) di Luis Trenker. Nel tempo Laurino è divenuto soprattutto un marchio turistico, simbolo di un «Laurin-Land» che riunisce le località intorno al Catinaccio.

La fontana di Bolzano

Nel 1905 fu realizzata a Bolzano una passeggiata lungo il torrente Talvera, dalla quale si godeva la vista delle Dolomiti; nel 1907 vi fu eretta, in omaggio ai visitatori, una fontana sormontata da un gruppo scultoreo che raffigura Teodorico mentre strappa a Laurino la cintura magica. Il gruppo, in marmo bianco, è opera degli scultori Andrä Kompatscher e Arthur Winder. Nelle vicinanze sorge il Park Hotel Laurin, con il ciclo di affreschi di Goldschmitt dedicato alla leggenda.

Già nel 1931 il senatore nazionalista Ettore Tolomei aveva auspicato la rimozione della statua, e dopo la sua distruzione definì l'atto un gesto di impazienza giovanile, nobile nelle intenzioni perché cancellava quello che considerava un oltraggio straniero a una Bolzano italiana. Nella notte tra il 4 e il 5 luglio 1933 la statua fu infatti abbattuta, probabilmente da squadre fasciste. Secondo un'ipotesi ricordata da Zironi, tra i fascisti di Bolzano sarebbe maturato il sospetto che il piccolo Laurino sopraffatto dal germanico Teodorico evocasse la bassa statura del re Vittorio Emanuele III e l'Italia schiacciata dalla Germania; l'ipotesi è stata tuttavia respinta da studiosi locali più recenti.

Ricomposto, il gruppo fu donato dal podestà di Bolzano al Museo storico italiano della guerra di Rovereto, dove rimase fino al 1993, quando fu restituito alla città. Il trasferimento era stato interpretato dalla popolazione di lingua tedesca come parte della politica di snazionalizzazione condotta dal regime fascista in Alto Adige. Negli anni novanta alcuni cittadini di lingua tedesca segnalarono alla stampa il timore che il ritorno della statua riaccendesse la contrapposizione ideologica legata al Monumento alla Vittoria. La fontana fu collocata davanti al palazzo del Consiglio provinciale, nella piazza poi intitolata a Silvius Magnago: una scelta che secondo Zironi non è casuale e ha fatto della statua uno strumento di propaganda politica, e che per lo storico Hannes Obermair è avvenuta senza un'adeguata contestualizzazione.

Note

  1. ↑ Kindl 2015, pp. 146-147
  2. 1 2 3 Kindl 2015, pp. 163-164, nota 37
  3. 1 2 3 4 5 Zironi 2013, p. 134
  4. 1 2 Zironi 2013, pp. 133-134
  5. ↑ Hoffmann 1974, pp. 11-12
  6. 1 2 3 4 Kindl 2015, p. 147
  7. ↑ Heinzle 1999, p. 159
  8. ↑ Millet 2008, p. 354
  9. ↑ Heinzle 1999, pp. 161-162
  10. ↑ Kindl 2015, pp. 147-148 e nota 3
  11. 1 2 3 Kindl 2015, p. 148
  12. 1 2 3 Handschriftencensus
  13. ↑ Heinzle 1999, p. 147
  14. 1 2 3 Lienert 2015, pp. 133-134
  15. ↑ Kindl 2015, p. 147, nota 2
  16. ↑ Heinzle 1999, p. 183
  17. ↑ Heinzle 1999, pp. 159-160
  18. ↑ Heinzle 1999, pp. 156-159
  19. ↑ Kindl 2015, p. 150
  20. ↑ Kindl 2015, pp. 150-151
  21. ↑ Kindl 2015, p. 151
  22. ↑ Kindl 2015, pp. 151-153
  23. ↑ Kindl 2015, p. 153
  24. ↑ Kindl 2015, p. 154
  25. ↑ Kindl 2015, p. 154, nota 15
  26. 1 2 Kindl 2015, p. 155
  27. ↑ Heinzle 1999, p. 156
  28. ↑ Heinzle 1999, p. 157
  29. ↑ Heinzle 1999, pp. 157-158
  30. ↑ Heinzle 1999, pp. 158-159
  31. ↑ Millet 2008, pp. 354, 358-359
  32. ↑ Millet 2008, p. 359
  33. ↑ Hoffmann 1974, pp. 212-213
  34. ↑ Heinzle 1999, pp. 168-169
  35. ↑ Kindl 2015, pp. 148-149
  36. ↑ Kindl 2015, p. 153, nota 13
  37. ↑ Lienert 2015, p. 133
  38. ↑ Millet 2008, pp. 359-360
  39. ↑ Heinzle 1999, pp. 153-154
  40. ↑ Heinzle 1999, p. 154
  41. ↑ Hoffmann 1974, p. 209
  42. ↑ Kindl 2015, p. 157, nota 20
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  48. ↑ Heinzle 1999, pp. 148-152
  49. ↑ Kindl 2015, p. 167
  50. ↑ Hoffmann 1974, pp. 210-211
  51. ↑ Heinzle 1999, pp. 163-165
  52. ↑ Kindl 2015, p. 164, nota 38
  53. 1 2 Zironi 2013, p. 123
  54. ↑ Kindl 2015, p. 156, nota 18
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  56. ↑ Kindl 2015, pp. 171-172
  57. ↑ Zironi 2013, p. 126
  58. ↑ Kindl 2015, pp. 156-157, nota 19
  59. ↑ Kindl 2015, p. 155, nota 16
  60. ↑ Kindl 2015, p. 156
  61. ↑ Kindl 2015, p. 159
  62. ↑ Kindl 2015, pp. 159-160, nota 29; p. 164, nota 40
  63. ↑ Kindl 2015, p. 160 e nota 30
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  65. ↑ Kindl 2015, pp. 162-163
  66. ↑ Kindl 2015, pp. 163-164
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  70. ↑ Heinzle 1999, p. 161
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  80. ↑ Zironi 2013, p. 121
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  82. 1 2 Zironi 2013, p. 133
  83. 1 2 3 4 Obermair 2024, p. 32

Bibliografia

Edizioni e rielaborazioni

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