| Rua Catalana | |
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| Altri nomi | Ruga Catalana |
| Localizzazione | |
| Stato | |
| Città | Napoli |
| Circoscrizione | Municipalità II |
| Quartiere | Porto |
| Codice postale | 80133 |
| Informazioni generali | |
| Tipo | strada |
| Pavimentazione | basolato vesuviano |
| Intitolazione | mercanti e artigiani catalani |
| Costruzione | XIV secolo |
| Collegamenti | |
| Inizio | via Medina |
| Fine | via Agostino Depretis |
| Intersezioni | via Medina |
| Trasporti | |
| Mappa | |
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La Rua Catalana è una strada storica di Napoli, nel quartiere Porto, nei pressi del Maschio Angioino. Collega via Medina a via Agostino Depretis e conserva nel nome e nelle attività che vi si svolgono le tracce del proprio antico passato, legato alla comunità di mercanti e artigiani catalani insediatasi in età angioina. È nota in particolare per le botteghe dedite alla lavorazione dei metalli e per gli interventi di arredo urbano dell'artista Riccardo Dalisi.
La strada risale al tracciato angioino e trae il nome dagli artigiani catalani che vi si stabilirono: il termine rua, di derivazione francese e iberica, significa infatti "strada". Secondo la tradizione, fu la regina Giovanna I d'Angiò, nella seconda metà del XIV secolo, ad assegnare alle diverse comunità straniere aree distinte della città per incentivarne i commerci: ai catalani, maestri nella lavorazione dei metalli, toccò questa strada, dove potevano produrre ed esporre pentole, attrezzi e oggetti di uso comune.
Della ripartizione della città per "nazioni" dà conto Carlo Celano nelle sue Notizie del bello, dell'antico e del curioso della città di Napoli (1692): oltre alla Rua Catalana, egli ricorda la Rua Francese presso Sant'Eligio, la Rua Toscana nei pressi della Sellaria e la Rua de' Provenzali presso il palazzo reale. Celano descrive la strada come una delle più belle e popolate d'Italia, un tempo occupata da botteghe di calzolai e cappellai, poi spopolata dalla peste.
La Rua Catalana è citata anche da Giovanni Boccaccio nel Decameron (giornata seconda, novella quinta), nella vicenda di Andreuccio da Perugia, che vi si incammina; nella stessa novella compare la malfamata "taverna del Malpertugio", che la tradizione colloca in questa zona. Nel Trecento l'area ospitava infatti, accanto alle botteghe, taverne e ambienti frequentati da gente di malaffare. Con l'avvento di Alfonso d'Aragona la comunità catalana conobbe una notevole ascesa sociale e politica, tanto che a Napoli si diffusero numerosi cognomi di origine iberica.
La strada è una delle poche sopravvissute agli sventramenti del Risanamento di fine Ottocento, che trasformarono radicalmente l'area del porto; l'intera zona rientra oggi nel Centro storico di Napoli, iscritto nella lista del patrimonio dell'umanità dell'UNESCO.
La lavorazione dei metalli, praticata dai catalani fin dal Medioevo, non è mai del tutto scomparsa dalla strada: ancora oggi vi si trovano botteghe di lattonieri e artigiani del rame, dell'ottone e del ferro. L'attività, un tempo assai fiorente (nei primi anni ottanta si contavano circa venti botteghe, ridotte in seguito a poche unità), ha risentito della concorrenza dei prodotti a basso costo e della mancanza di ricambio generazionale.
Nel 1997 l'artista, architetto e designer napoletano Riccardo Dalisi promosse il recupero della strada, coinvolgendo gli artigiani rimasti e trasformandola in una sorta di «museo a cielo aperto»: lungo il percorso furono collocate sculture, insegne e arredi urbani in materiali poveri, realizzati nelle botteghe locali. Tra questi il lampione detto Napolino, i cui bracci articolati richiamano l'attività dei laboratori. Dalisi, che nella strada aveva posto anche il proprio studio, vi lavorò fino agli ultimi anni; alla sua opera si deve la riqualificazione dell'arredo urbano della via.
Nel dedalo di vicoli che accompagna la strada, tra cui il caratteristico Vico Freddo a Rua Catalana, si trova la chiesa di Santa Barbara, dedicata alla patrona dei cannonieri, un tempo numerosi nella zona portuale. Alla Rua Catalana è legata anche la memoria della bottega della famiglia Vinaccia: secondo studi recenti, vi fu realizzata nel 1764 da Antonio Vinaccia una delle prime chitarre a sei corde, evento di rilievo per la storia della liuteria. Una tradizione popolare vuole inoltre che nella strada, presso la taverna di un cuoco detto "Mastro Nicola", nascesse la pizza mastunicola, tra le più antiche varietà della pizza napoletana.