La sinologia (in cinese 中国学 Zhong guo xue, "lo studio della Cina") è quell'insieme di studi e ricerche che riguarda la cultura cinese nei suoi vari aspetti e nelle varie epoche storiche.
Il termine sinologia fu coniato intorno al 1838. Il morfema «sino-» deriva dal latino Sinae, dal greco Sinae e dall'arabo Sin che a sua volta deriverebbe da Qin (dinastia Qin).
I campi disciplinari sono quelli delle lingue (varietà moderne e antiche), delle letterature, della storia delle religioni, della storia del pensiero filosofico, giuridico, scientifico e della storia (anche artistica) del mondo cinese nel suo complesso, compresi i rapporti con popolazioni e culture vicine (tibetana, mongola, coreana, giapponese).
In Giappone, lo studio della Cina classica era tradizionalmente conosciuto come kangaku (漢学, «studi cinesi» o più letteralmente «studi Han»). Esso comprendeva lo studio dei testi classici cinesi, della filosofia confuciana, della storia e della letteratura cinese. Il kangaku si contrapponeva al kokugaku (国学, «studi nazionali»), che mirava a rivalutare la tradizione giapponese, e allo yōgaku (洋学, «studi occidentali»), termine più ampio rispetto a rangaku (蘭学, «studi olandesi»), che indicava in particolare lo studio delle conoscenze occidentali attraverso fonti olandesi. Il kangaku giapponese si distingue tuttavia dalla sinologia occidentale moderna, nata come disciplina accademica nel XIX secolo.
Nella Cina moderna, gli studi sulle materie legate alla Cina sono noti come "studi nazionali" (cinese semplificato: 国学; cinese tradizionale: 國學; pinyin: Guóxué; Wade–Giles: Kuo2-hsüeh2), mentre la sinologia straniera è indicata in cinese come "studi Han" (cinese semplificato: 汉学; cinese tradizionale: 漢學; pinyin: Hànxué; Wade–Giles: Han4-hsüeh2). Il termine 漢学 (kangaku) in Giappone indicava tradizionalmente lo studio dei classici e della cultura cinese, non necessariamente "lo studio degli Han" in senso etnico. Nel cinese moderno 汉学 (Hànxué) è invece il termine usato per indicare la sinologia, cioè lo studio della Cina; può avere anche significati storici legati alla filologia Han e alla tradizione degli studi classici.
I primi occidentali noti per aver studiato il cinese in numero significativo furono missionari portoghesi, spagnoli e italiani del XVI secolo, tutti dell'Ordine Domenicano o della Compagnia di Gesù (Gesuiti), che cercavano di diffondere il cristianesimo cattolico tra il popolo cinese. Una delle prime missioni domenicane spagnole a Manila gestiva una tipografia e tra il 1593 e il 1607 produsse quattro opere sulla dottrina cattolica per la comunità di immigrati cinesi, tre in cinese classico e una in un misto di cinese classico e hokkien vernacolare.
I successi domenicani tra la diaspora cinese furono minori rispetto al successo dei gesuiti nella Cina continentale, guidati dal famoso pioniere Matteo Ricci. Ricci giunse a Canton (l'odierna Guangzhou) nel 1583 e trascorse il resto della sua vita in Cina. A differenza della maggior parte dei suoi predecessori e contemporanei, Ricci non vedeva i cinesi come "pagani idolatri", ma li vedeva come "letterati dalla mentalità simile avvicinabili a livello di apprendimento". Ha studiato i classici cinesi confuciani, proprio come studiosi cinesi istruiti, al fine di presentare la dottrina cattolica e la cultura europea ai letterati cinesi nella loro lingua.
Durante l'Età dell'Illuminismo, i sinologi iniziarono a introdurre in Occidente la filosofia, l'etica, il sistema legale e l'estetica cinesi. Sebbene spesso non scientifiche e incomplete, le loro opere hanno ispirato lo sviluppo delle cineserie e una serie di dibattiti che confrontano la cultura cinese e quella occidentale. A quel tempo, i sinologi descrivevano spesso la Cina come un regno illuminato, paragonandolo all'Europa, appena uscita dal Medioevo. Tra i letterati europei interessati alla Cina c'erano Voltaire, che scrisse la commedia L'orphelin de la Chine ispirata a L'orfano della famiglia Zhao, Leibniz che scrisse la sua famosa Novissima Sinica (Notizie dalla Cina) e Giambattista Vico.
Poiché i testi cinesi non avevano alcun legame importante con i temi europei più importanti (come la Bibbia), furono studiati a malapena dalle università europee fino al 1860 circa. Un'eccezione fu la Francia, dove gli studi cinesi furono resi popolari grazie agli sforzi di Luigi XIV. Nel 1711 incaricò un giovane cinese, Arcadio Huang, di catalogare la collezione reale di testi cinesi. Huang fu assistito da Étienne Fourmont, che pubblicò una grammatica del cinese nel 1742.

Nel 1732 un sacerdote missionario della Sacra Congregazione "De propaganda fide" del Regno di Napoli, Matteo Ripa (1692–1746), creò a Napoli la prima Scuola Sinologica del Continente Europeo: l'"Istituto Cinese", primo nucleo di quella che sarebbe diventata l'odierna Università degli studi di Napoli "L'Orientale". Ripa aveva lavorato come pittore e incisore su rame presso la corte imperiale dell'imperatore Kangxi tra il 1711 e il 1723. Ripa tornò a Napoli dalla Cina con quattro giovani cristiani cinesi, tutti insegnanti della loro lingua madre e formò l'Istituto sancito da Papa Clemente XII per insegnare il cinese ai missionari e promuovere così la propagazione del cristianesimo in Cina.

Nel 1814 fu fondata una cattedra di cinese e manciù al Collège de France. Jean-Pierre Abel-Rémusat, che ha imparato da solo il cinese, ha ricoperto la carica, diventando il primo professore di cinese in Europa. A quel punto il primo sinologo russo, Iakinf Bičurin, viveva a Pechino da dieci anni. Le controparti di Abel-Rémusat in Inghilterra e Germania furono rispettivamente Samuel Kidd (1799–1843) e Wilhelm Schott (1807–1889), sebbene i primi importanti sinologi secolari in questi due paesi furono James Legge e Hans Georg Conon von der Gabelentz. Nel 1878 fu creata presso l'Università di Lipsia una cattedra di lingue dell'Estremo Oriente, la prima del suo genere nel mondo di lingua tedesca, con von der Gabelentz che assunse la carica. Studiosi come Legge spesso facevano affidamento sul lavoro di studiosi di etnia cinese come Wang Tao.
Stanislas Julien lavorò come insegnante di cinese al Collège de France per oltre 40 anni, iniziando i suoi studi con Rémusat e succedendogli nel 1833. Si distinse per le sue traduzioni non solo di testi classici ma anche di opere di letteratura volgare, e per le sue conoscenza del Manciù. Alla morte del marchese d'Hervey-Saint-Denys, avvenuta nel 1893, Édouard Chavannes gli succedette nella cattedra di cinese al Collège de France. Chavannes si distinse per l'ampiezza dei suoi interessi scientifici, che spaziavano dalla storia alla lingua, dall'epigrafia all'archeologia e alla religione della Cina antica. Inoltre contribuì in modo decisivo al rinnovamento della sinologia francese, ponendo le basi per gli sviluppi successivi della disciplina.
L'immagine della Cina come società essenzialmente confuciana, trasmessa dagli studiosi gesuiti, dominò a lungo il pensiero occidentale. Sebbene alcuni studiosi europei imparassero a parlare il cinese, la maggior parte si dedicò allo studio del cinese classico scritto. Essi si collocavano all'interno della cosiddetta "tradizione commentaria", fondata sulla traduzione critica e annotata dei testi. Questa impostazione, fortemente incentrata sui classici, finì per limitare l'impiego delle metodologie proprie delle scienze sociali e il confronto sistematico tra i testi cinesi e quelli appartenenti ad altre tradizioni culturali. Uno studioso ha definito questo approccio una «spaccatura filologica», caratterizzata da un'attenzione quasi esclusiva per questioni marginali o curiosità erudite. Solo gradualmente gli studiosi laici iniziarono a sostituire i missionari come principali interpreti della civiltà cinese e, nel corso del XX secolo, la sinologia conquistò progressivamente una presenza stabile e significativa nelle università occidentali.
La scuola sinologica francese, con centro a Parigi, esercitò un'influenza predominante sugli studi cinesi fino alla seconda guerra mondiale, estendendo il proprio prestigio oltre i confini della Francia. Tra i suoi maggiori esponenti figurano Paul Pelliot, Henri Maspero e Marcel Granet, i quali pubblicarono opere ritenute dagli studiosi fondamentali per il campo e formarono un'intera generazione di sinologi. Paul Pelliot si distinse per la padronanza delle lingue rilevanti per gli studi sinologici, in particolare di quelle dell'Asia centrale, nonché per la conoscenza della bibliografia internazionale. Queste competenze gli consentirono di affrontare un'ampia varietà di argomenti con rigoroso approccio filologico e di sottoporre a penetranti critiche le interpretazioni e gli errori di altri studiosi. Henri Maspero contribuì ad ampliare l'ambito della sinologia, superando la tradizionale centralità degli studi confuciani. Le sue ricerche si estesero al taoismo, al buddismo, alla religione popolare cinese, nonché alla storia dell'arte, alla mitologia e alla storia della scienza, contribuendo a delineare una visione più ampia e articolata della civiltà cinese. Marcel Granet, infine, introdusse negli studi sulla Cina gli strumenti teorici della sociologia di Émile Durkheim, applicandoli all'analisi della società dell'antica Cina. I suoi studi, dedicati in particolare alla famiglia, al sistema rituale e alle strutture sociali, inaugurarono un approccio innovativo che integrava l'analisi filologica con le scienze sociali.
La scuola russa di sinologia si concentrò principalmente sullo studio dei testi classici cinesi. Tra i suoi maggiori esponenti figura il sinologo russo Julian Shchutsky (1897–1938), autore di uno dei più influenti studi sullo Yijing (I Ching, Il libro dei mutamenti). La sua traduzione, completata nel 1937, costituì la base dell'opera Researches on the I Ching, pubblicata postuma in russo e successivamente tradotta in inglese nel 1979, esercitando una notevole influenza sugli studi occidentali dedicati al libro dei mutamenti.
Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, lo studio della Cina seguì percorsi sempre più differenziati. L'affermazione degli studi di area, il crescente ruolo degli esperti di Cina e l'espansione dei corsi di laurea e dei centri universitari dedicati agli studi cinesi trasformarono profondamente il ruolo della sinologia. Da disciplina prevalentemente filologica, essa si aprì progressivamente a prospettive interdisciplinari, integrando gli strumenti della storia, della scienza politica, dell'economia e delle altre scienze sociali. Lo sviluppo della ricerca sulla Cina continentale e su Taiwan fu inoltre sostenuto da finanziamenti provenienti da diverse istituzioni pubbliche e private; tra le più importanti figura la Fondazione Chiang Ching-kuo, che ha svolto un ruolo significativo nella promozione degli studi sinologici e umanistici a livello internazionale.
L'approccio degli studi di area, sviluppatosi soprattutto negli Stati Uniti nel secondo dopoguerra, mise in discussione il predominio della sinologia classica. Studiosi come John King Fairbank promossero il principio dello «studio della Cina all'interno di una disciplina», un approccio che ridimensionava il ruolo della sinologia filologica a favore delle metodologie proprie della storia, della scienza politica, della sociologia e delle altre scienze sociali. In questa prospettiva, la Cina non veniva più considerata un oggetto di studio eccezionale e isolato, ma un caso da analizzare attraverso strumenti comparativi condivisi con le altre discipline.
Uno dei principali studiosi statunitensi della Cina durante la guerra fredda e delle relazioni sino-americane fu Tang Tsou, docente presso l'Università di Chicago. Nei suoi lavori egli sottolineò l'importanza dell'obiettività scientifica, sia nella ricerca accademica in generale sia, in particolare, negli studi sinologici. Secondo Tsou, il dialogo intellettuale e la cooperazione accademica tra la Cina e l'Occidente costituivano strumenti indispensabili per promuovere una più profonda comprensione reciproca e superare le incomprensioni generate dalle contrapposizioni ideologiche e politiche della guerra fredda..
Nel 1964, sulle pagine del Journal of Asian Studies, si sviluppò un acceso dibattito sul ruolo e sulla persistente rilevanza della sinologia. L'antropologo G. William Skinner sostenne la necessità di un maggiore ricorso alla Cina da parte delle scienze sociali e osservò come, negli anni precedenti, si fosse diffuso lo slogan: «Sinology is dead; long live Chinese Studies!». Egli concludeva che «la sinologia, intesa come disciplina autonoma, viene sostituita dagli studi cinesi, uno sforzo multidisciplinare orientato a specifici obiettivi di ricerca». Lo storico Joseph R. Levenson si spinse oltre, mettendo in dubbio che la sinologia potesse continuare a rappresentare uno strumento utile per gli studiosi delle scienze sociali. Di diverso avviso fu invece Benjamin I. Schwartz, secondo il quale le discipline erano state troppo spesso considerate fini a sé stesse, anziché strumenti per comprendere fenomeni storici e culturali più ampi. Il dibattito vide anche autorevoli interventi a difesa della sinologia. Frederick W. Mote, specialista della Cina tradizionale, replicò a Skinner sostenendo che la sinologia dovesse essere riconosciuta come un campo disciplinare autonomo, dotato di propri metodi e finalità. Analogamente, Denis Twitchett, anch'egli studioso della Cina tradizionale, intervenne con un saggio significativamente intitolato A Lone Cheer for Sinology, nel quale respinse l'idea che dovesse esistere «una certa ostilità implicita tra la sinologia e le discipline della storia e delle scienze sociali», sostenendo invece la complementarità tra l'approccio sinologico e le altre discipline umanistiche e sociali. Twitchett proseguiva osservando che il termine sinologia era stato impiegato con significati troppo eterogenei per poter essere definito in modo univoco:
Durante la guerra fredda, i China Watchers, noti anche come pekingologists o, in italiano, pechinologi, erano analisti, funzionari governativi e giornalisti occidentali, in particolare statunitensi, incaricati di osservare e interpretare la politica della Repubblica Popolare Cinese. Poiché la reciproca diffidenza tra Stati Uniti e Cina e le severe restrizioni ai viaggi impedivano loro l'accesso diretto al Paese, essi operavano prevalentemente da Hong Kong, allora uno dei principali centri di raccolta e analisi delle informazioni sulla Cina. In assenza di conferenze stampa, interviste o altre fonti dirette, i China Watchers adottarono metodi analoghi a quelli della cremlinologia, ossia l'analisi della politica e della leadership dell'Unione Sovietica attraverso fonti indirette. Esaminavano con attenzione comunicati ufficiali, articoli della stampa di Stato, gli spostamenti e le apparizioni pubbliche dei dirigenti cinesi, nonché fotografie e altri elementi apparentemente secondari, nel tentativo di cogliere segnali sulle dinamiche interne del Partito e sugli orientamenti della leadership. Con la politica di apertura avviata dalla Cina alla fine degli anni Settanta e la progressiva normalizzazione delle relazioni con l'Occidente, questo approccio perse gradualmente la propria centralità. Gli studiosi e gli osservatori della Cina poterono infatti svolgere ricerche direttamente nel Paese, accedere agli archivi e alle università, condurre interviste e avvalersi di fonti di informazione molto più ampie e dirette.
Verso la fine del XX secolo, numerosi studiosi della Cina iniziarono a mettere in discussione la tradizionale separazione tra sinologia e discipline delle scienze sociali e umanistiche, sostenendo la necessità di superare tale dicotomia. Tra questi, lo studioso australiano Geremie Barmé propose una «Nuova sinologia», fondata su solide competenze linguistiche e su una conoscenza approfondita della cultura cinese, sia classica sia contemporanea. Secondo Barmé, questo approccio avrebbe dovuto coniugare il rigore filologico con un atteggiamento aperto e inclusivo nei confronti di una pluralità di metodologie e discipline, valorizzando tanto gli approcci empirici quanto quelli di carattere teorico. In questa prospettiva, la sinologia non avrebbe dovuto rinunciare alle proprie basi linguistiche e testuali, ma integrarle con gli strumenti interpretativi offerti dalle altre scienze umane e sociali.
Esempi di sinologi nel mondo sono:
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