Nella dottrina buddista i cinque skandha (in sanscrito स्कन्ध) o khandha (in pali खन्ध) sono i costituenti della persona empirica o dell'esperienza dell'individuo, che è tradizionalmente scomposta nei cinque aggregati (pāli: pañcakkhandha, sans. pañca skandha, 五蘊 cin. wǔyùn, cor. o-on, giapp. goun, tibetano: pung-po nga, viet. ngũ uẩn), ovvero:
Nel Canone pāli questa dottrina è esposta nell'Anattalakkhana Sutta.
La parola khandha appare con grande frequenza nel Canone pāli con il significato di "gruppo", "collezione" o "aggregato", nel senso di un insieme di elementi costituenti.
I cinque skhandha sono stati tradizionalmente interpretati come i componenti, o elementi costituenti, della persona o personalità. Secondo questa interpretazione, ogni skhandha è vuoto e non-sé.
Secondo Damien Keown e Charles Prebish, il buddismo canonico asserisce che "la nozione del sé non è altro che una sovrapposizione superflua e non necessaria ai cinque skhandha", che sono in realtà gli elementi costitutivi di ogni fenomeno ed essere vivente. Secondo Matthew MacKenzie, la dottrina degli skhandha è una forma di antirealismo nei confronti della concezione comune di realtà e di personalità e rappresenta un'alternativa alle concezioni essenzialistiche del sé. Secondo questa dottrina tutto ciò che percepiamo, incluse le persone e la nostra stessa personalità, sono "aggregati" di elementi costitutivi privi di essenza.
Come spiega Harvey, i cinque skhandha danno origine alla personalità, ma sono dukkha (sofferenza), anicca (impermanenti), e anatta (privi di un sé, di un'essenza permanente). Ogni skhandha è un oggetto di attaccamento, alla radice dell'identificazione della persona come "io, me, o me stesso". Secondo Harvey, la realizzazione della vera natura degli skhandha, sia in termini di impermanenza che di non-sé, è necessaria per raggiungere il nirvana, come dimostrano le descrizioni degli stati di risveglio dell'arahant e del Tathāgata, in cui cessa ogni identificazione con i cinque skhandas.
Questa concezione non essenzialistica dell'esperienza è stata al centro di dibattiti, controversie e trattati sin dai tempi antichi, tanto nelle religioni indiane non-buddiste quanto all'interno della tradizione buddista stessa. L'uso degli skhandhas per spiegare il sé distingue il buddismo da tutte le altre religioni indiane, in chiara opposizione in particolare all'induismo e al giainismo, che invece assumono l'esistenza dell'atman.
Secondo Ṭhānissaro Bhikkhu, nonostante la diffusa tendenza degli studiosi ad interpretare gli skhandha come i costituenti della personalità, il Buddha non ha mai definito cosa sia la "persona". Come spiega, quasi tutti i maestri di meditazione buddista adottano questa spiegazione perché è quella comune a tutti i commentari buddisti a partire dal I secolo d.C. Secondo Ṭhānissaro, tuttavia, questo sarebbe sbagliato e suggerisce che gli skhandha dovrebbero essere interpretati come azioni che causano sofferenza, ma le cui conseguenze negative possono essere prevenute.
Anche Rupert Gethin nota che i cinque skhandha non sono semplicemente "l'analisi buddista dell'uomo", ma piuttosto "cinque aspetti dell'esperienza di un individuo... comprendenti sia l'attaccamento che ciò a cui ci si attacca".
(EN) Johannes Bronkhorst, Buddhist Teaching in India, collana Studies in Indian and Tibetan Buddhism, Wisdom Publications, 2012.
(EN) Peter Harvey, An introduction to Buddhism: teachings, history and practices, 2ª ed., Cambridge University Press, 2013, ISBN 978-0-521-85942-4.
(EN) Damien Keown e Charles S. Prebish, Encyclopedia of Buddhism, Taylor and Francis, 2013, ISBN 978-1-136-98588-1.
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