Sócc'mel è un tipico intercalare del dialetto bolognese diffuso nella Città metropolitana di Bologna e alcune zone limitrofe. Secondo Alberto Menarini si tratta di «una popolarissima interiezione che promette di sopravvivere all'intero dialetto e che per ricchezza di varianti fonetiche, di mascherature eufemistiche, di fraseologia idiomatica e di utilizzazioni episodiche, si presterebbe a una lunga trattazione».
La pronuncia corretta è con la cosiddetta c dolce, ossia l'affricata postalveolare sorda /t͡ʃ/, come in cielo.
Questa espressione, popolare e antica, è spesso usata sia dai giovani che dagli anziani. Trattasi di un triviale invito alla fellatio: succhiamelo (dal verbo sucèr) così come la variante sóccia (italianizzazione della forma verbale che significa "succhia"), parimenti usata. In taluni contesti sociali questa esclamazione è ritenuta aver perso nel corso del tempo la sua originale accezione esplicita e triviale per significare varianti di esclamazioni come accidenti, poffarbacco, acciderboli, càspita, caspiterina, o la meno volgare espressione tipicamente bolognese sòrbole, anche se Menarini suppone che quest'ultima non sia altro che «un vero e proprio sostituto parafonico di sócc'mel».
È probabilmente l'interiezione o esclamazione più usata nel dialetto locale, ed è nota anche all'estero. Rimangono comunque in uso alcune varianti ancora più triviali ed esplicite, ad esempio sócc'mel bän (succhiamelo bene), sócc'mel bän in pónta (succhiamelo bene in punta). Il termine è così definito da Alfredo Panzini nel suo Dizionario moderno delle parole che non si trovano nei dizionari comuni:
È a volte usata anche come espressione di noia o di disappunto, come in Socc’mel, che due maroni.
Quand l é fradd... sócc'mel! Quand l é chèld... sócc'mel!
Et vésst che gnòca... sócc'mel! I t an guzè la mâchina... sócc'mel!»