
Tahar Djaout (Oulkhou, 11 gennaio 1954 – Algeri, 2 giugno 1993) è stato un giornalista, scrittore e poeta algerino.
Dopo essersi laureato in matematica all'Università di Algeri (nel 1977), conseguì anche un dottorato (D.E.A.) a Parigi nel 1985.
Dal 1976 cominciò a dedicarsi al giornalismo, scrivendo le sue prime critiche nel quotidiano El Moudjahid e collaborando regolarmente, tra il 1976 e il 1977, al supplemento El Moudjahid Culturel. Dopo un'interruzione dovuta al servizio militare, nel 1979 riprese a scrivere su El Moudjahid.
Nel 1980 passò al settimanale Algérie-Actualité, di cui diresse fino al 1984 la rubrica culturale, divenendone poi editorialista. Qui egli pubblicò numerosi articoli sia sui pittori (Baya, Mohammed Khadda, Denis Martinez, Hamid Tibouchi) sia sugli scrittori algerini di lingua francese, i cui nomi e le cui opere venivano all'epoca relegati in disparte: Jean Amrouche, Mouloud Feraoun, Mouloud Mammeri, Mohamed Dib, Jean Sénac, Bachir Hadj Ali, Messaour Boulanouar, Youcef Sebti, Abdelhamid Laghouati, Malek Alloula, Nabile Farès..
Nel 1992 fondò e diresse un nuovo settimanale, Ruptures su cui scrisse fino alla morte. Il primo numero de Ruptures uscì il 16 gennaio 1993.
Se il giornalismo fu l'arena in cui espresse la propria partecipazione all'attualità culturale e politica del suo paese, il suo talento letterario si espresse anche nella poesia, che egli sempre predilesse, e nella narrativa. Pubblicò infatti numerose raccolte di poesie, novelle e romanzi.
Il 26 maggio 1993 venne preso di mira da un commando terrorista che lo colpì con due proiettili alla testa. Era appena uscito il nº 20 della sua rivista e stava concludendo il nº 22. Morì dopo un'agonia di 8 giorni, a soli 39 anni. Il suo assassinio inaugurò una lunga stagione di sangue in cui caddero bersaglio dell'intolleranza numerosi altri intellettuali. È sepolto nel paese natale di Oulkhou.
Quasi fosse presago della propria tragica fine, il poeta scriveva, in una delle sue prime opere
Poco tempo dopo il suo assassinio, il cantante cabilo Lounès Matoub (che sarebbe morto anche lui in un agguato terrorista nel 1998) componeva Kenza, una canzone dedicata alla figlia del poeta, in cui ricordava lui e molte altre vittime di quel periodo di insensata violenza: il miliante democratico Rachid Tigziri (sgozzato il 31 gennaio 1994), il giornalista televisivo Smail Yefsah (caduto il 18 ottobre 1993), il sociologo Djilali Liabès (ucciso il 16 marzo 1993), il medico e poeta Laddi Flici (assassinato il 17 marzo 1993), il medico Mahfoud Boucebci (accoltellato il 15 giugno 1993).
Più di recente, Salman Rushdie ha ricordato Tahar Djaout (sia pure senza nominarlo esplicitamente) in un brano del suo romanzo Shalimar il clown in cui viene descritto l'assassinio, in un parcheggio, di uno scrittore ucciso da integralisti religiosi che lo accusavano di essere empio, blasfemo, venduto all'occidente perché parlava francese. Poco dopo la sua morte, Salman Rushdie aveva presentato un documentario della BBC intitolato Shooting the Writer ("Spara allo scrittore").
Opere postume
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