Talità kum (originale: ţlīthā qūm; in greco Ταλιθὰ, κοῦμι; anche trascritto come talitha kumi), ossia "Fanciulla, alzati", è l'espressione in aramaico pronunciata da Gesù nella resurrezione della figlia di Giairo, descritta nel Vangelo di Marco subito dopo il miracolo dell'emorroissa.
La fonte del Vangelo di Marco era di origine ebraica, ma i reperti che ne costituiscono l'ossatura furono scritti in un greco antico molto semplice; scritti in ebraico di tale frase, che si scriverebbe ילדה העלה, non sono riportati nella storia, il che fa supporre di un aramaico parlato da Gesù in un Vangelo di Marco scritto direttamente in un greco antico semplice.
Gli esegeti, nella storia, interpretarono quindi l'aramaico ṭlīthā qūm come costituito dalla parola ṭlīthā, forma femminile di ṭlē, e che significa "giovane". Qūm è il verbo aramaico che indica 'stare in piedi, sollevarsi'. L'imperativo femminile singolare era originariamente qūmī. Comunque, esiste evidenza che nella lingua parlata la -ī finale non si pronunciava, e dunque l'imperativo non distingueva tra il genere femminile e il genere maschile. I manoscritti più antichi, dunque, usavano una grafia greca che rifletteva la pronuncia, e l'aggiunta di una 'ι' finale, sarebbe dovuta ad un copista troppo zelante nel riprodurre l'ortografia aramaica.
In sintesi, se scritto in aramaico poteva risultare o טליתא קומ o טליתא קומי (l'aramaico, come tutte le lingue semitiche, si legge da destra a sinistra), con la traduzione in greco antico ἡ παῖς, εγείρου (hê paîs = fanciulla, egheirou=alzati).
San Girolamo cita questa frase, come esempio per giustificare la validità della sua traduzione ad sensum, dato che a suo avviso anche l'evangelista la applica, aggiungendo ancora "...io ti dico" alla traduzione della originale frase in aramaico di Gesù.
La stessa frase viene ripresa da Fëdor Michajlovič Dostoevskij sia ne I fratelli Karamazov, che ne L'idiota.
Ne I fratelli Karamazov nella narrazione del capitolo de Il grande inquisitore, quando una bambina nella Siviglia cinquecentesca viene resuscitata da Gesù già dentro la bara, con in mano un mazzo di rose bianche, poco prima che lo stesso Messia venga arrestato e condannato a morte dal grande inquisitore.
In L'idiota nella narrazione del capitolo VI (Parte III) quando uno dei personaggi descrive il quadro di Cristo morto e appena deposto dalla croce di Hans Holbein il Giovane, che ispirò l'intero romanzo; corpo di Cristo che viene rappresentato dall'artista in modo molto umano, deturpato dalle ferite e dalle lesioni subite e quindi condizionato dalle leggi della natura, cui invece era già stato capace di non sottostare in altre occasioni precedenti resuscitando un paio di persone