| Testimonium Flavianum | |
|---|---|
| Autore | Flavio Giuseppe |
| 1ª ed. originale | 93 |
| Genere | trattato |
| Sottogenere | storico |
| Lingua originale | greco antico |
| Serie | Antichità giudaiche |
Il termine Testimonium Flavianum indica un passo contenuto nelle Antichità giudaiche scritte dallo storico ebreo Flavio Giuseppe e particolarmente rilevante per il dibattito sulla ricerca del Gesù storico; insieme a un altro passo più sintetico delle Antichità giudaiche costituisce infatti uno tra i primi documenti storici di origine non cristiana a menzionare Gesù. Tale passo, contenuto nel Libro XVIII, afferma che Gesù era il Messia e un saggio maestro che fu crocifisso da Ponzio Pilato. Il passo è presente in tutti i manoscritti giunti fino a noi delle Antichità, pubblicata nel 93. Tuttavia, per il suo tono celebrativo, l'autenticità del Testimonium è oggetto di discussioni sin dal XVI secolo. Dalla fine del XX secolo, è opinione comune che il Testimonium sia parzialmente autentico, nel senso che un nucleo autentico riferito alla vita di Gesù fosse originariamente presente nell’opera di Giuseppe Flavio. James Dunn afferma che esiste un «ampio consenso» tra gli studiosi riguardo alla natura di un autentico riferimento originale a Gesù nel Testimonium, nonché su come sarebbe il brano senza le interpolazioni. Tra le altre cose, l’esistenza di un’introduzione originale a Gesù contribuirebbe a dare un senso al riferimento successivo contenuto in “Antichità giudaiche”, Libro XX, Capitolo 9, 1, in cui Giuseppe Flavio menziona la lapidazione di “Giacomo, fratello di Gesù, che era chiamato Cristo”.
Quasi tutti gli studiosi moderni ritengono che anche il riferimento contenuto nel Libro 18, Capitolo 5 delle Antichità alla prigionia e alla morte di Giovanni Battista sia autentico e non costituisca un’interpolazione cristiana. Esistono numerose differenze tra le affermazioni di Giuseppe Flavio riguardo alla morte di Giovanni Battista e i racconti del Nuovo Testamento. Gli studiosi considerano generalmente queste variazioni come indicazioni del fatto che i passaggi di Giuseppe Flavio non siano interpolazioni, poiché un interpolatore cristiano le avrebbe probabilmente fatte corrispondere ai racconti del Nuovo Testamento, anziché farle differire da essi. Gli studiosi hanno fornito spiegazioni per la loro inclusione nelle opere successive di Giuseppe Flavio.
Flavio Giuseppe era un nobile ebreo, membro del Sinedrio che combatté contro i Romani durante la prima guerra giudaica (66-74), per poi essere catturato e collaborare col generale e successivamente imperatore Tito Flavio Vespasiano. Trasferitosi a Roma alla corte imperiale, scrisse due opere storiche in lingua greca, la Guerra giudaica (75), in cui racconta la rivolta ebraica repressa da Vespasiano, e le Antichità giudaiche (93), nelle quali narra la storia del suo popolo da Abramo ai suoi tempi. In quest'ultimo testo sono presenti due riferimenti a Gesù. Il primo, non contestato ma molto breve, descrive la morte di "Giacomo, fratello di Gesù" (Libro 20, cap. 9).
Il secondo, noto come Testimonium Flavianum e oggetto di discussione tra gli studiosi, narra:
La stragrande maggioranza degli studiosi ritiene anche che sia autentico e non un'interpolazione cristiana il riferimento all'imprigionamento e alla morte di Giovanni il Battista.
Giuseppe Flavio redasse tutti i suoi scritti dopo essersi stabilito a Roma nel 71, sotto il patrocinio di Vespasiano. Le copie più antiche risalgono all'XI secolo, ad opera di monaci cristiani.
I Giudei non preservarono copie delle opere di Giuseppe Flavio sia perché era considerato un traditore sia perché le sue opere circolavano in greco che era caduto in disuso nella comunità ebraica dopo il periodo in cui visse Flavio.
Esistono 120 manoscritti di Giuseppe Flavio di cui 33 risalgono a prima del XV secolo. Circa due terzi risalgono al periodo Comneno.
Il più antico è l'Ambrosianus 370 (F 128), risalente all'XI secolo e conservato presso la Biblioteca Ambrosiana di Milano. Esso contiene quasi interamente la seconda metà delle Antichità Giudaiche.
Sono noti anche 170 manoscritti latini dei testi di Flavio Giuseppe, alcuni dei quali risalgono al sesto secolo. Secondo Louis Feldman, la loro comparazione coi manoscritti greci è stata utile a ricostruire i nomi propri e le lacune testuali.
Di fronte al Testimonium la comunità degli studiosi è divisa su tre diverse posizioni:
Paul Maier afferma che la prima ipotesi è generalmente considerata irragionevole, dato che, in quanto ebreo, Giuseppe Flavio non avrebbe mai definito Gesù il Messia, e che la terza opzione è difficilmente sostenibile vista la presenza del brano in tutti i manoscritti greci giunti fino a noi; pertanto, la grande maggioranza degli studiosi moderni accetta l’autenticità parziale. Baras aggiunge che l’autenticità parziale è più plausibile perché riconosce come autentiche alcune parti del brano, ma considera altre parti come interpolazioni. Craig A. Evans e Robert E. Van Voorst affermano che la maggior parte degli studiosi moderni accetta la posizione secondo cui il Testimonium è parzialmente autentico, conteneva un nucleo con un riferimento autentico a Gesù e che l’analisi del suo contenuto e del suo stile avvalora questa conclusione.
Mentre prima dell’avvento della critica letteraria la maggior parte degli studiosi considerava il Testimonium interamente autentico, in seguito il numero dei sostenitori della piena autenticità è diminuito. La maggior parte degli studiosi ora accetta l’autenticità parziale e molti tentano di ricostruire la propria versione del nucleo autentico; studiosi come Géza Vermes hanno sostenuto che le caratterizzazioni complessive di Gesù nel Testimonium sono in accordo con lo stile e l’approccio di Giuseppe Flavio.
Un'obiezione al Testimonium Flavianum risiederebbe nel fatto che il patriarca di Costantinopoli Fozio (820-893), vissuto al tempo di Agapio di Ierapoli, nella sua analisi sull'opera di Giuseppe Flavio Antichità Giudaiche non fa nessuna menzione di Gesù e dei suoi miracoli. Tuttavia il documento di Fozio ha sollevato presso i critici vari dubbi di interpretazione: in Fozio, nel capitolo dedicato a Giuseppe Flavio, è menzionato Cristo: “E nel tempo che Erode regnava nacque Cristo dalla Vergine per salvare l'uman genere”. Fozio, citando Flavio, accenna alla strage degli innocenti a Betlemme ordita da Erode senza affermare che Giuseppe Flavio non ha parlato di Gesù Cristo. Nel capitolo 33 dedicato a Giusto di Tiberiade però, rimprovera agli scrittori ebrei il loro silenzio “sulla venuta di Gesù Cristo e sui miracoli che egli fece”, avvalorando implicitamente il testimonium flavianum come pervenuto in molti altri scritti dell'antichità. Secondo varie analisi Fozio verosimilmente conosceva il Testimonium Flavianum almeno in quanto citato da altri (Eusebio, S. Isidoro, Sozomeno), e se avesse avuto sospetti a riguardo della sua autenticità, o una copia di Antichità giudaiche in cui esso era assente, avrebbe colto l'occasione per renderli manifesti nel capitolo dedicato a Giusto di Tiberiade o in quello su Giuseppe Flavio. Fozio non dice che nessuno scrittore ebreo ha menzionato Gesù, ma dice che l'abitudine a non parlarne è una prassi frequente nella nazione ebraica. In tal senso alcuni autori affermano che l'assenza del Testimonium in Fozio, nella sua analisi di Giuseppe Flavio, ha un peso maggiore della presenza del Testimonium negli altri codici pervenutici.
Il dibattito sull'autenticità nasce dalla presenza di alcuni passi difficili da conciliare con quanto sappiamo della religiosità dell'autore. Riguardo alle possibili manomissioni delle opere di Giuseppe da parte di copisti cristiani, alcuni studiosi affermano in particolare quanto segue:
Tra le motivazioni addotte dagli scettici vi è anche la seguente:
Sebbene numerosi apologisti cristiani del II e del III secolo, in particolare Ireneo e Tertulliano, conoscano l'opera di Giuseppe, non citano questo brano, nonostante la sua indubbia utilità. Lo stesso Origene offre una testimonianza in tal senso. Infatti, Origene scrive per due volte che Giuseppe non crede che Gesù sia il Cristo. Questo significa, come minimo, che egli non possiede un testo di Giuseppe contenente l'espressione "egli era il Cristo", o che, al massimo, il testo da lui posseduto non contiene affatto questo brano. Allo stato attuale della ricerca, la testimonianza più antica relativamente a questo brano risale a Eusebio di Cesarea, intorno al 323 .»
Secondo la critica, il problema si pone anche nel caso che, a un testo originario, siano state semplicemente apportate delle manomissioni per 'edulcorare' e rendere celebrativa la rappresentazione storica di Gesù. Poiché Origene nel 250 circa sembra non conoscere queste possibili interpolazioni, mentre parecchi decenni più tardi esse sono note a Eusebio di Cesarea, si può ipotizzare che l'interpolazione celebrativa sia avvenuta proprio da parte di Eusebio.
Purtroppo, come devono ammettere gli stessi studiosi:
«[…] la critica testuale non è in grado di risolvere la questione. […] Per esprimere un giudizio sull'autenticità del brano, non ci resta che esaminarne il contesto, lo stile e il contenuto.»
Ma, così facendo, si rimane ancora con gli studiosi divisi su almeno tre posizioni ben distinte. Tuttavia un fatto è indiscutibile: non in tutti i manoscritti dell'opera di Giuseppe Flavio pervenuti il Testimonium Flavianum è presente, infatti manca nel "Codex Vaticanus Palatinus, nr. 14" datato al IX secolo dove mancano i libri XVIII,IX,XX attinenti all'epoca di Gesù, mentre è presente nel "Codex bibl. Ambrosianae F 128", di due secoli dopo, messo a disposizione dalle autorità ecclesiastiche per la traduzione di Benedikt Niese.
Agli inizi del XX secolo è apparsa anche una traduzione in russo della "Guerra giudaica" con inserite all'interno quattro "intromissioni" sull'esistenza di Gesù, ampliando le notizie offerte dal Testimonium. L'autenticità di queste ulteriori testimonianze è però respinta dagli studiosi quasi all'unanimità.
Nel 1971 il professor Shlomo Pinés dell'Università Ebraica di Gerusalemme pubblicò la traduzione di una diversa versione del Testimonium, come citato in un manoscritto arabo del X secolo. Il brano compare ne Il libro del Titolo dello storico arabo cristiano, nonché vescovo melchita di Hierapolis Bambyce, Agapio, morto nel 941. Agapio riporta solo approssimativamente il titolo dell'opera di Giuseppe ed afferma chiaramente che il suo lavoro è basato su una più antica cronaca in siriaco di Teofilo di Edessa (morto nel 785), andata persa: ciò suggerisce quindi che il Testimonium di Agapio sia una parafrasi di quello presente nella cronaca perduta di Teofilo. La versione del Testimonium di Agapio è:
Il testo fornito da Pinés deriva principalmente dalla citazione di questo brano di Agapio fatta dal successivo storico arabo-cristiano Al-Makin, che contiene materiale ulteriore rispetto al manoscritto Firenze che, unico, contiene la seconda metà dell'opera di Agapio. Pinés afferma che questa potrebbe essere una registrazione più accurata di quanto scritto da Giuseppe, una versione che, per quanto edulcorata, conferma le interpolazioni cristiane precedenti.
Ad oggi, la maggioranza degli studiosi ritiene che il Testimonium Flavianum fosse effettivamente presente nell'opera originale di Giuseppe Flavio, ma ha poi subito evidenti interpolazioni cristiane: a questa tesi si allineano autorevoli studiosi cattolici (John Paul Meier e Marta Sordi), protestanti (Craig Evans ed Ed Parish Sanders), ebrei (Géza Vermes) e anche non credenti (come Bart Ehrman e Luciano Canfora). Tale ipotesi sembra avvalorata dal ritrovamento della versione araba del Testimonium nel 1971 da parte del professor Shlomo Pinés e alcuni studiosi (come Meier e Vermes) hanno anche cercato di ricostruire la versione originaria del Testimonium, sebbene Sanders (che pure sostiene l'autenticità parziale del passo) sia cauto al riguardo. Una minoranza degli studiosi che ne sostengono la parziale autenticità ritiene che il passo fosse sì presente nel testo originale delle Antichità, ma descrivesse Gesù in cattiva luce; tra i sostenitori di tale posizione si sono distinti i biblisti Fernando Bermejo-Rubio e Samuel G.F. Brandon.
Una minoranza di studiosi ritiene invece il passo totalmente autentico (tra questi si nota la studiosa britannica Alice Whealey) oppure una completa interpolazione (il più noto tra i sostenitori di tale ipotesi è il già citato Ken Olson).
La parte di gran lunga più famosa delle opere di Giuseppe Flavio è il cosiddetto Testimonium Flavianum, un breve passaggio su Gesù di Nazaret che compare in tutti i manoscritti giunti fino a noi del diciottesimo libro delle “Antichità giudaiche” (18.63–64).
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