The Comfort Women: Sexual Violence and Postcolonial Memory in Korea and Japan è un saggio di Chunghee Sarah Soh, docente di antropologia presso la San Francisco State University, pubblicato nel 2008 dalla University of Chicago Press. Il volume approfondisce la questione delle donne di conforto durante la seconda guerra mondiale.
Soh nacque in Corea del Sud e si laureò presso l'Università Sogang di Seoul. Proseguì gli studi presso l'Università delle Hawaii, dove conseguì un master e, nel 1987, il dottorato. Antropologa socioculturale, si occupa principalmente di questioni relative alle donne, al genere e alla sessualità.
Nel 1996 pubblicò sulla rivista Asian Survey l’articolo The Korean “Comfort Women”: Movement for Redress. In questo studio individuò nella cultura patriarcale e sessista coreana uno dei fattori alla base della collaborazione di intermediari coreani al sistema giapponese delle donne di conforto. Secondo Soh, tale cultura, insieme allo stigma associato alla prostituzione, ostacolò le indagini sulla questione nel dopoguerra. L’autrice sostenne inoltre che, dagli anni Sessanta, il governo sudcoreano avesse trascurato la questione anche per la tendenza delle élite a ignorare le condizioni delle fasce più povere della popolazione, dalle quali proveniva gran parte delle donne coreane reclutate con la coercizione.
Nel volume Soh critica il Consiglio coreano per le donne reclutate per la schiavitù sessuale militare, noto anche come Chong Dae Hyup, un’organizzazione di attivisti di orientamento politico di sinistra. Secondo Secondo l’autrice, il Consiglio ha esagerato alcuni aspetti della vicenda, proponendo una narrazione fuorviante che presenta le donne esclusivamente come vittime.
Soh contesta in particolare la rappresentazione secondo cui le giovani coreane sarebbero state sistematicamente sottratte con la forza dalle autorità militari giapponesi a famiglie amorevoli. Accusa inoltre il movimento per le riparazioni di aver adottato rappresentazioni strategicamente distorte, ostacolando una comprensione più approfondita della questione. L’autrice considera inesatta la descrizione generalizzata delle donne di conforto come schiave sessuali e del sistema come un crimine di guerra.
Secondo Soh, la società coreana dovrebbe superare una narrazione esclusivamente vittimistica, riconoscere le proprie corresponsabilità e accettare che il sistema non fosse nel suo complesso criminale. L’autrice ritiene tuttavia che la forza del nazionalismo sudcoreano renda improbabile, nel breve periodo, una simile revisione.
Nella ricostruzione proposta dal libro, le forze armate giapponesi incaricarono imprenditori privati di reclutare prostitute e gestire bordelli allo scopo di prevenire gli stupri commessi dai soldati. Secondo Soh, le autorità militari impartirono istruzioni affinché fossero reclutate soltanto donne consenzienti: gli intermediari giapponesi si sarebbero attenuti a tali disposizioni, mentre quelli coreani avrebbero reclutato sia donne consenzienti sia donne contro la loro volontà. L’autrice sostiene che, se gli intermediari coreani avessero rispettato quelle istruzioni, la questione delle donne di conforto non sarebbe sorta.
Soh esamina inoltre l’opposizione del Consiglio coreano al Fondo asiatico per le donne (Asian Women’s Fund), attraverso il quale il Giappone offrì risarcimenti a partire dal 1995. Secondo l’autrice, il Consiglio esercitò pressioni e minacce sulle ex donne di conforto affinché rifiutassero le scuse e i risarcimenti, con l’obiettivo di proseguire la propria campagna propagandistica contro il Giappone. Nel libro si afferma che 61 donne coreane accettarono comunque i risarcimenti e furono successivamente accusate di tradimento. Soh riferisce inoltre che il Consiglio ne pubblicò nomi e indirizzi sui giornali, qualificandole in termini denigratori come prostitute e contribuendo alla loro persistente stigmatizzazione sociale.
L’autrice critica anche la sovrapposizione, nella narrazione coreana, tra le donne di conforto e il Chong Sin Dae (정신대), un distinto sistema di mobilitazione del lavoro femminile durante la seconda guerra mondiale. Sottolinea il coinvolgimento di intermediari coreani nel reclutamento e descrive casi di donne vendute da genitori indebitati. Secondo Soh, la stigmatizzazione subita dalle sopravvissute nella società coreana del dopoguerra aggravò le loro sofferenze.
Jeff Kingston, docente di storia presso la sede giapponese della Temple University, recensì il volume su The Japan Times. Osservò che Soh interpretava il sistema delle donne di conforto come il risultato dell’interazione tra patriarcato, colonialismo, capitalismo e militarismo, collocandolo in una più ampia continuità storica di subordinazione e sfruttamento femminile. Kingston evidenziò la critica dell’autrice alla narrazione uniforme promossa dal Consiglio coreano e al trattamento delle sopravvissute che avevano accettato i risarcimenti del Fondo asiatico per le donne. Rilevò inoltre che Soh attribuiva responsabilità alla società coreana, pur riconoscendo che il governo giapponese aveva istituito e gestito il sistema. Secondo Kingston, il volume riservava critiche più severe agli attivisti progressisti coreani che ai nazionalisti conservatori giapponesi, i quali avrebbero potuto utilizzare le sue argomentazioni per i propri fini.
Mark E. Caprio, docente di storia presso l'Università Rikkyo di Tokyo apprezzò l’attenzione del libro alla complessità della questione e alla varietà delle esperienze delle donne, determinate dalle modalità di reclutamento e dai luoghi in cui furono impiegate. Osservò che Soh proponeva una definizione più articolata delle donne di conforto, evitando di ricondurle a un'unica condizione. Criticò tuttavia il volume per aver offerto argomenti utilizzabili dai nazionalisti giapponesi per minimizzare la questione e per non aver confutato sufficientemente le loro posizioni.
Yuma Totani, docente di storia presso l'Università delle Hawaii a Manoa, recensí il libro su The American Historical Review. Apprezzò la varietà e l’articolazione della ricerca, sottolineando l’analisi delle strutture sociali che consentono la violenza contro le donne. Evidenziò inoltre le quattro ideologie esaminate da Soh: il paternalismo fascista del Giappone in guerra, il sessismo persistente nelle società giapponese e coreana, l’umanitarismo femminista diviso sulla questione delle riparazioni e il nazionalismo etnico, che subordinerebbe l’accuratezza storica alla fedeltà emotiva alla nazione.
Totani individuò uno dei principali punti di forza del volume nell’analisi del nazionalismo etnico sudcoreano e della costruzione di una narrazione semplificata e omogenea della Corea come vittima. Secondo la recensora, Soh offriva invece una ricostruzione più ampia e articolata, considerando anche l’accettazione sociale della violenza di genere istituzionalizzata in Corea.