Thomas Eboli, pseudonimo di Tommaso Eboli, detto Tommy Rain (Scisciano, 13 giugno 1911 – Crown Heights, 16 luglio 1972), è stato un mafioso italiano naturalizzato statunitense attivo a New York. Nel corso della sua carriera criminale raggiunse i vertici della criminalità organizzata newyorkese, arrivando a ricoprire il ruolo di boss reggente della famiglia Genovese.
Tommaso Eboli nacque a Scisciano, in provincia di Napoli, da Louis Eboli e Madalena Maddalone. Era fratello di Pasquale “Patty Ryan” Eboli, anch’egli esponente di spicco della famiglia mafiosa Genovese. Per mascherare le proprie origini italiane, Tommaso adottò il soprannome “Tommy Ryan”, ispirandosi all’omonimo pugile professionista. Il 27 agosto 1960 ottenne la cittadinanza statunitense.
Eboli sposò Anna Ariola, originaria di Melrose Park, nell’Illinois. Dalla loro unione nacquero Thomas Eboli Jr. e Louis “The Mooch” Eboli, quest’ultimo divenuto in seguito un esponente della Chicago Outfit. Louis morì nel 1987, a 52 anni, a causa di un tumore.
Dopo la separazione da Anna Ariola, Eboli intraprese una relazione con Mary Perello, dalla quale ebbe tre figli: le figlie Madelena e Mary e il figlio Saverio. Ebbe inoltre altre due figlie, Roseann e JoAnne, dalla relazione con Helen Neggie, residente a Jackson Heights. Eboli e la sua terza famiglia vivevano in un appartamento ai piani alti di un edificio di Fort Lee, nel New Jersey, con vista sul fiume Hudson. Poco prima della morte, tuttavia, Eboli aveva acquistato una casa a Fair Lawn, sempre nel New Jersey.
Da giovane Eboli intraprese la carriera di pugile professionista, ma negli anni Venti, durante il periodo del Proibizionismo, entrò nel mondo della criminalità organizzata, dedicandosi al contrabbando illegale di alcolici (bootlegging) al servizio del futuro boss Lucky Luciano. All’inizio degli anni Trenta aveva già guadagnato la fiducia dei vertici della mafia newyorkese e divenne la guardia del corpo personale di Vito “Don Vito” Genovese, allora sottocapo di Luciano.
Secondo alcune fonti, Eboli sarebbe stato coinvolto in numerosi omicidi commessi per conto della famiglia Genovese, arrivando a essere ritenuto responsabile di ben venti uccisioni. La sua reputazione di uomo violento e fedele agli interessi dell'organizzazione contribuì a consolidare la sua posizione all'interno della famiglia.
Nel 1933, Eboli fu arrestato con sei capi d'accusa relativi a gioco d'azzardo illegale e condotta disordinata, uno dei primi episodi documentati della sua lunga carriera criminale.
Nel 1957, Vito Genovese riuscì finalmente a conquistare il controllo della famiglia, mentre Eboli venne nominato caporegime della storica Greenwich Village Crew. Secondo le autorità, Eboli possedeva diversi nightclub frequentati da turisti e locali gay a Midtown e Lower Manhattan e controllava inoltre attività criminali legate ai moli e ai traffici del fiume Hudson, nel tratto di Manhattan. Era anche proprietario della Jet Music Corporation, azienda che si occupava della distribuzione e gestione di jukebox, e della Tryan Cigarette Vending Service, Inc., attiva nella distribuzione automatica di sigarette.
Il 17 aprile 1959, Vito Genovese fu condannato a 15 anni di carcere federale, lasciando di fatto Eboli alla guida della famiglia in qualità di boss reggente. Al suo fianco furono nominati Gerardo “Jerry” Catena come sottocapo e Michele “Big Mike” Miranda come consigliere. Anthony “Tony Bender” Strollo, invece, divenne il principale collaboratore di Eboli.
Secondo alcuni studiosi, per circa un decennio le decisioni più importanti della famiglia non furono prese da un unico boss, ma da una sorta di comitato direttivo, composto da Eboli, Catena e dal caporegime Philip Lombardo. Altri autori sostengono invece che il terzo membro del gruppo fosse Michele Miranda, e non Lombardo. Questa struttura collegiale avrebbe consentito alla famiglia di mantenere una certa stabilità anche in un periodo segnato da arresti, processi e dalla crescente pressione delle forze dell'ordine.
Nel settembre 1966, Eboli venne arrestato insieme ad altri dodici esponenti della criminalità organizzata dopo aver partecipato a un incontro al ristorante La Stella. Tutti e tredici furono accusati di “associazione con criminali noti” e per ciascuno venne fissata una cauzione di 100.000 dollari, per un totale di 1,3 milioni di dollari. L'intera somma fu pagata il giorno successivo da un garante professionista, senza che fosse richiesta alcuna garanzia patrimoniale, permettendo agli imputati di tornare in libertà.
Il 14 febbraio 1969, Vito Genovese morì per cause naturali mentre era ancora detenuto. La sua morte lasciò la famiglia Genovese in una situazione di forte incertezza sul piano della leadership. Eboli appariva come uno dei candidati più naturali alla successione, ma proprio in quel periodo le sue condizioni di salute erano peggiorate e il suo nome era finito sotto la lente degli investigatori.
Nel 1969 Eboli fu colpito da almeno tre attacchi cardiaci. Il primo si verificò nel febbraio, durante una riunione della New York State Investigation Commission. Un secondo attacco si verificò il 17 luglio, appena due giorni dopo che Eboli aveva deposto davanti alla New Jersey State Investigation Committee, nell'ambito di un'inchiesta sulla criminalità organizzata. Il 28 luglio, infine, subì un terzo attacco cardiaco e venne trasportato d'urgenza al New York University Medical Center di Manhattan, dove riuscì a riprendersi. Nonostante ciò, sia gli investigatori sia alcuni esponenti della criminalità organizzata sospettarono che almeno alcuni degli attacchi fossero stati simulati da Eboli per sottrarsi alle pressioni delle autorità o evitare situazioni compromettenti.
Dopo la morte di Genovese, Jerry Catena assunse formalmente il ruolo di nuovo boss della famiglia. Tuttavia, nel 1970, Catena venne incriminato e incarcerato. A quel punto Eboli divenne ufficialmente il boss della famiglia Genovese. Il suo potere, però, sarebbe stato in gran parte apparente. Secondo diverse ricostruzioni, a esercitare realmente il controllo sull'organizzazione erano soprattutto Philip Lombardo e Michele “Big Mike” Miranda. Eboli avrebbe quindi svolto principalmente il ruolo di figura di facciata, attirando su di sé l'attenzione delle forze dell'ordine mentre le decisioni strategiche della famiglia venivano prese da altri membri della dirigenza.
Per i due anni successivi, Eboli continuò a ricoprire il ruolo di boss di facciata della famiglia Genovese. Il suo obiettivo, tuttavia, era conquistare il controllo effettivo dell'organizzazione e diventare il vero leader della famiglia.
Nel tentativo di rafforzare la propria posizione, Eboli chiese un prestito di 4 milioni di dollari a Carlo Gambino, allora presidente della Commissione mafiosa e boss dell'omonima famiglia rivale. Il denaro sarebbe servito a finanziare una nuova e ambiziosa operazione di traffico di stupefacenti. Il progetto, però, si rivelò un fallimento: le forze dell'ordine riuscirono in breve tempo a smantellare il traffico di droga e ad arrestare gran parte degli uomini coinvolti nell'organizzazione di Eboli.
Secondo la ricostruzione tradizionale, Gambino e il suo sottocapo Aniello Dellacroce si sarebbero successivamente presentati da Eboli per recuperare i 4 milioni di dollari prestati. Eboli, però, non era in grado di restituire la somma. Gambino avrebbe quindi ordinato la sua eliminazione a causa del mancato pagamento.
Un'altra interpretazione, ritenuta da alcuni autori più plausibile, sostiene invece che Gambino avesse già deciso di sostituire Eboli con un proprio alleato, Frank “Funzi” Tieri. In quest'ottica, l'operazione di narcotraffico sarebbe stata deliberatamente utilizzata per compromettere Eboli, fornendo a Gambino il pretesto per eliminarlo e favorire l'ascesa di Tieri. La vicenda rimane comunque avvolta da numerosi interrogativi e non è mai stata definitivamente chiarita.
Nelle prime ore del 16 luglio 1972, intorno all'una di notte, Eboli lasciò l'appartamento della sua compagna a Crown Heights, Brooklyn, e si diresse verso la sua Cadillac con autista, parcheggiata nelle vicinanze. Mentre si trovava seduto all'interno dell'automobile, un sicario a bordo di un camion in movimento gli sparò contro cinque colpi. Raggiunto alla testa e al collo, Eboli morì sul colpo. L'assassino riuscì a fuggire e nessuno fu mai incriminato per l'omicidio. La morte di Eboli segnò la fine della sua controversa parabola ai vertici della famiglia Genovese e aprì la strada alla successiva riorganizzazione della leadership dell'organizzazione.
Eboli fu sepolto nel George Washington Memorial Park di Paramus, nel New Jersey. Al funerale, oltre ai familiari, erano presenti praticamente soltanto esponenti delle forze dell'ordine, a testimonianza della costante attenzione con cui le autorità avevano seguito la sua attività criminale.
Tra gli anni Trenta e Quaranta, Eboli iniziò a dedicarsi anche alla gestione di pugili professionisti, assumendo il ruolo di manager. Tra i primi atleti affidati alla sua tutela vi fu Vincent “The Chin” Gigante, che molti anni più tardi sarebbe diventato il boss della famiglia Genovese.
Il 11 gennaio 1952, Eboli fu protagonista di un episodio violento durante un incontro di pugilato professionistico al Madison Square Garden di Manhattan. Quella sera era il manager del peso medio Rocky Castellani, impegnato contro Ernie “The Rock” Durando. Dopo che Durando mandò al tappeto Castellani nel sesto e nel settimo round, l'arbitro Ray Miller decise di interrompere il combattimento, assegnando a Durando la vittoria per knockout tecnico. La decisione scatenò la furia di Eboli, che salì sul ring e colpì con un pugno l'arbitro Miller. Poco dopo, negli spogliatoi di Castellani, aggredì anche Al Weill, noto promotore di incontri di pugilato, arrivando a prenderlo a calci.
Nei giorni successivi, alcuni giornalisti sportivi ipotizzarono che Eboli fosse convinto che Castellani avrebbe dovuto vincere l'incontro in virtù di un accordo illecito precedentemente raggiunto con Weill. L'episodio alimentò ulteriormente i sospetti sui rapporti tra Eboli, il mondo della boxe professionistica e gli ambienti della criminalità organizzata.
Il 23 gennaio 1952, Eboli fu incriminato per due episodi di aggressione legati alla vicenda. Il 26 maggio dello stesso anno si dichiarò colpevole di accuse meno gravi e venne successivamente condannato a 60 giorni di carcere. Fu l'unica pena detentiva che scontò nel corso della sua lunga carriera criminale. Oltre alla condanna penale, Eboli subì una pesante conseguenza sul piano professionale: la New York State Athletic Commission gli impose un divieto a vita di operare nel mondo della boxe, ponendo di fatto fine alla sua attività di manager.