Thymos o thumos (in greco θυμός) è una parola greca antica che esprime il concetto di "anima emozionale". La parola indica un'associazione fisica con il respiro o col sangue, in quanto risiede nel petto. La parola è usata anche per esprimere il desiderio umano di riconoscimento e onore.

Nelle opere di Omero, thymos fu utilizzata per indicare le emozioni, il desiderio, o un impulso interno (movimento, agitazione).
Thumos era una possessione permanente di un uomo vivente, a cui apparteneva il suo pensiero ed il suo sentimento. Quando nelle opere omeriche un eroe è sottoposto ad una situazione stressante, egli può esternare il suo thymos conversando con esso (come se fosse un'altra persona).
Secondo Eraclito «è arduo combattere contro il thymos: ciò che vuole lo compra a prezzo della vita [o dell'anima]» (frammento B 85 DK, tratto da Plutarco, e riferito anche da Aristotele).
Democrito è l'autore di vari frammenti a carattere etico centrati sul concetto di euthymìa. Essa è la tranquillità d'animo, la misurata moderazione dei desideri e dei componenti che si ottiene con il distacco e il dominio della ragione su impulsi e passioni. Corrisponde all'eudaimonia nelle testimonianze dei discorsi di Socrate.
Platone parla del thymos come di una delle tre parti costituenti la psiche umana: nel celebre «mito del carro e dell'auriga» esposto nel Fedro, uno dei suoi dialoghi, egli descrive l'anima come un cocchio, il cui auriga è assimilato al Logos che guida i due cavalli Thymos ed Eros; mentre invece nel libro IV della Repubblica egli suddivide l'anima in Nùs (intelletto), Thymos (le passioni nobili, il coraggio), ed Epithymia (gli istinti sensibili e gli appetiti).
L'epithymia consiste nella concupiscenza derivante dai desideri corporei, il thumos è la parte legata alle emozioni più alte, o alle ambizioni spirituali, mentre il nous è ciò che governa l'anima nel suo complesso, cercando di dominare epithyma con la compartecipazione di thymos.
Richard Broxton Onians osserva che il thymos è da intendere come «respiro dell'anima» quando è racchiuso nel petto e nei polmoni (ritenuti organi dell'intelligenza), dove è presente come un elemento caldo. Similare a thymos è per certi aspetti il termine psyché (ψυχή), ma da intendere invece come «vita dell'anima», localizzata nella testa. Se la morte distrugge il thymos, non distrugge tuttavia la psyché, che abbandona il corpo per giungere nell'Ade (Ἅδης).
Dall'etimologia del termine scaturisce l'italiano timo.
Queste due espressioni derivanti da thymos indicano, rispettivamente, il bisogno di essere riconosciuti come superiori agli altri e come uguali agli altri.
Nel libro The End of History and the Last Man (La fine della storia e l'ultimo uomo), Francis Fukuyama cita il thymos in relazione alla democrazia liberale e al riconoscimento, riferendo l'idea socratica di thymos e desiderio con la volontà del popolo di essere riconosciuto all'interno del governo. I problemi emergono quando altre persone non riconoscono il thymos altrui, e con ciò non garantiscono la giustizia che ciò richiederebbe. Affinché il popolo possa essere in armonia - sostiene Fukuyama - il desiderio umano di riconoscimento deve declinarsi nell'isotimia anziché nella megalotimia. Qualsiasi sistema che produce disuguaglianza politica è inevitabilmente foriero della megalotimia di alcuni dei suoi membri a discapito di altri. Fukuyama illustra come il thymos è collegato alla Storia, facendo l'esempio dell'anti-comunismo in Unione Sovietica, nell'Europa orientale e in Cina, dicendo: «Non possiamo comprendere la totalità dei fenomeni rivoluzionari se non ci rendiamo conto di come funzionano il furore timotico e la domanda di riconoscimento che accompagna la crisi economica del comunismo».