| Torpiana frazione | |
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| Localizzazione | |
| Stato | |
| Regione | |
| Provincia | |
| Comune | |
| Territorio | |
| Coordinate | 44°18′37.51″N 9°43′54.41″E |
| Altitudine | 625 m s.l.m. |
| Abitanti | 50 |
| Altre informazioni | |
| Fuso orario | UTC+1 |
| Patrono | san Martino |
| Giorno festivo | 11 novembre |
| Cartografia | |
Torpiana è una frazione di 50 abitanti nel comune di Zignago, nell'alta Val di Vara, in provincia della Spezia.
Torpiana è la frazione più settentrionale del comune di Zignago, posta verso il bivio in direzione Sesta Godano e del passo del Rastrello. L'abitato è formato da case in pietra arenaria con numerosi passaggi voltati e portali decorati da iscrizioni.
Torpiana e Valgiuncata facevano parte di un distretto del Castello di Serramaggiore, del quale esistono ancora pochi ruderi, ricordato per la prima volta in un atto di vendita di Genova del 1276. L'abitato di Serramaggiore, posto in un'altura fra le attuali frazioni di Torpiana e Valgiuncata, venne abbandonato nel corso del XIV secolo, probabilmente a causa di una pestilenza e gli abitanti fuggiti andarono a popolare le attuali frazioni sopracitate.
Durante il secondo conflitto mondiale, nel corso del rastrellamento italiano e tedesco contro i gruppi partigiani attivi intorno al monte Gottero iniziato il 4 aprile 1944 reparti italiani della X MAS investono nella mattinata del 5 aprile Torpiana di Zignago, allora centro dell'organizzazione militare clandestina del Partito d'Azione nello spezzino. Nel corso dell'operazione è ferita a morte Virginia Ferretti, colpita gravemente all'addome, trasportata all'ospedale della Spezia, dove muore due giorni dopo, il 7 aprile. Una volta preso il controllo del paese, i rastrellatori non compiono altre violenze.
Nell'aprile del 1945, il territorio collinare di Torpiana fu teatro dell'esecuzione sommaria di ventitré militi della Guardia Nazionale Repubblicana (GNR), fatti prigionieri dal Battaglione "Zignago" (appartenente alla Colonna partigiana Giustizia e Libertà) in seguito alla resa del presidio di Borghetto di Vara avvenuta il 12 aprile. I prigionieri vennero condotti a piedi nella frazione e fucilati presso una cavità naturale locale nota storicamente come la "Tana du Cadin du Mazendà", dove i corpi vennero occultati. Nonostante l'occultamento nella grotta, due feriti (tra cui il milite Giuseppe Pocci) riuscirono inizialmente a fuggire durante la notte, ma vennero successivamente rintracciati sul territorio e uccisi.
La memoria storica dell'evento è stata preservata sia attraverso il diario parrocchiale dell'allora parroco don Ravini, sia grazie a decenni di ricerche promosse dal figlio di una delle vittime, Carlo Pocci. Nei primi anni duemila, una complessa inchiesta della Polizia Giudiziaria e del sostituto procuratore generale Luigi Cavadini Lenuzza ha accertato che le esecuzioni furono precedute da gravi torture, violenze e sevizie sui prigionieri. Per la particolare efferatezza di tali atti, i magistrati della Procura Generale esclusero l'applicabilità dell'amnistia politica (la cosiddetta "Amnistia Togliatti"). Il procedimento penale a carico degli indagati ancora in vita è stato tuttavia archiviato dal giudice delle indagini preliminari per intervenuta prescrizione dei reati, decorso il limite giuridico fissato al 12 aprile 1960.