Una trecciatrice (detta anche macchina trecciatrice o, nell'uso industriale, macchina per trecciare) è una macchina tessile impiegata per la fabbricazione di trecce, cordami, lacci e altri manufatti ottenuti mediante l'intrecciamento obliquo di più fili o fusi. A differenza della tessitura, in cui i fili di ordito e trama si incrociano ad angolo retto, nella trecciatura un unico sistema di fili viene fatto avanzare lungo percorsi incrociati, così che ciascun filo passi alternativamente sopra e sotto agli altri. Le trecciatrici sono utilizzate sia nell'industria tessile e della passamaneria, sia in numerosi settori tecnici, per la produzione di corde, calze e guaine di rinforzo per tubi e cavi, cordoni per l'isolamento e la schermatura elettrica, lacci per calzature e, in ambito medicale, fili di sutura chirurgica.
Le origini della trecciatura come tecnica manuale sono antichissime e affondano nell'artigianato della cesteria e nell'intreccio di fibre vegetali, praticato fin dalla preistoria per la produzione di ceste, funi e oggetti d'uso quotidiano. La meccanizzazione del processo risale invece all'epoca della prima rivoluzione industriale.
Nel 1748 l'inglese Thomas Walford, di Manchester, brevettò la prima macchina per la trecciatura meccanica, descritta come un dispositivo per "intrecciare fili, corde o lacci", nota anche come "platting engine". Il brevetto di Walford fu perfezionato in Germania: secondo alcune fonti l'artefice del primo telaio in ferro fu Johann Heinrich Bockmühl, di Barmen (oggi parte di Wuppertal), attorno al 1767; la città di Barmen divenne infatti, nell'Ottocento, uno dei principali centri europei di produzione di trecciatrici, tanto che le macchine di questo tipo sono ancora oggi note in area germanofona come Barmer Flechtmaschinen.
In Francia, nel 1783, Perrault, artigiano originario di L'Aigle, realizzò un telaio a tredici fusi interamente in legno, caratterizzato da un dispositivo di arresto automatico in caso di rottura del filo; ottenne una lettera patente nel 1784 e depositò il modello, insieme a un analogo esemplare tedesco in ferro, presso il Conservatorio delle arti e mestieri di Parigi nel 1785. All'inizio dell'Ottocento il modello Perrault fu introdotto a Saint-Chamond, nella Loira, dove - abbinato alla forza motrice a vapore - diede origine a una fiorente industria dei lacci che rese la città un centro quasi monopolistico del settore in Francia.
Nei territori di lingua bulgara, un tipo particolare di trecciatrice a ruota idraulica, il gajtandžijski čark (гайтанджийски чарк), fu introdotto in area balcanica agli inizi dell'Ottocento - verosimilmente dalla Transilvania - per la produzione dei tradizionali cordoncini decorativi (gaitan) applicati agli abiti; l'attrezzo, azionato da una ruota ad acqua e alloggiato in appositi edifici a due piani (le "stanze dei gaitangi"), si diffuse in particolare nella regione di Gabrovo.
Nel corso dell'Ottocento la trecciatrice a rocchetti si affermò come macchina industriale standard in tutta Europa, sostituendo progressivamente la tessitura a mano per la produzione di nastri stretti e trecciati (i cosiddetti Schmaltextilien in area tedesca): la sorveglianza automatica di rottura del filo, assente nei telai nastriferi coevi, rese infatti il prodotto delle trecciatrici più affidabile rispetto a quello delle tessiture strette, favorendone la diffusione fino agli anni 1970, quando l'introduzione dei telai ad ago e delle macchine per galloni all'uncinetto (Häkelgalonmaschinen), assai più produttive, ne ridimensionò l'impiego nel settore tessile tradizionale.
Una svolta tecnica significativa si ebbe nel 1922, quando l'americano Simon W. Wardwell brevettò la cosiddetta "Wardwell Rapid Braider": anziché far percorrere ai portafuso l'intero tracciato serpentino, il dispositivo spostava soltanto il filo per mezzo di leve azionate da camme, lasciando i portafuso liberi di muoversi lungo un semplice percorso circolare. Poiché una leva ha una massa molto inferiore rispetto a un rocchetto completo di portafuso, la macchina poteva raggiungere velocità di lavorazione nettamente superiori.
Nel corso del Novecento le trecciatrici si sono progressivamente specializzate ed elettrificate, passando dall'azionamento a trasmissione meccanica (alberi e cinghie) al controllo elettronico delle velocità e della tensione dei fili; parallelamente sono nate macchine dedicate a produzioni specifiche - guaine per cavi elettrici, corde di grande diametro, trecce per compositi rinforzati con fibre di carbonio o vetro, fili di sutura chirurgica - realizzate da produttori tuttora attivi, come l'azienda spagnola Talleres Ratera, fondata a Manresa nel 1942.
In italiano il termine trecciatrice indica, secondo il Vocabolario Treccani, la macchina impiegata nell'industria tessile per la produzione dei passamani semilavorati, detti anche "trecciati". Secondo la voce Passamaneria dell'Enciclopedia Italiana (1935), le prime applicazioni meccaniche per la produzione di trecciati risalgono al 1748 e hanno origine in Inghilterra, diffondendosi poi in Francia e, verso la fine del XVIII secolo, in Germania attraverso emigranti francesi. Nella terminologia della passamaneria italiana si distingue fra prodotti "semilavorati" (i trecciati veri e propri, come vergoline, cordoni e lucignoli) e prodotti "finiti" (galloni, frange, cordelline e simili), questi ultimi ottenuti spesso lavorando ulteriormente i trecciati su telai o macchine a crocheter.
Nella maggior parte delle trecciatrici industriali i rocchetti (o "babbini"/"portafuso", secondo la terminologia locale) che avvolgono i fili sono montati su carrelli mobili, chiamati anche portafuso o carrier, che percorrono un tracciato a onda ("serpentino") ricavato in un piano di lavoro. Metà dei carrelli si muove in senso orario e metà in senso antiorario: a ogni incrocio un carrello passa alternativamente all'interno e all'esterno del percorso dell'altro, in modo che il filo che porta sormonti e poi sottopassi i fili incontrati, generando l'intreccio caratteristico della treccia.
Il movimento dei carrelli è tipicamente ottenuto per mezzo di una coppia di ruote a corno (in inglese horn gears), ingranaggi dentati sormontati da un disco sagomato a "corno" che spinge i portafuso lungo il tracciato senza urti né arresti bruschi; questa è la configurazione più diffusa, nota come "trecciatrice maypole" per l'analogia con la danza intorno all'albero di maggio, in cui i danzatori intrecciano nastri muovendosi alternativamente in senso orario e antiorario attorno a un palo centrale. Varianti costruttive comprendono la trecciatrice "a colonne e binari" (track and column braider), in cui i carrelli seguono percorsi rettilinei disposti a griglia anziché tracciati circolari, e la già citata trecciatrice Wardwell, che sposta il filo anziché il carrello intero.
Il punto in cui i fili si incontrano e vengono effettivamente intrecciati è detto punto di trecciatura (in inglese braiding point): la sua altezza rispetto al piano di lavoro, regolata dalla velocità di ritiro del manufatto, determina l'angolo di intreccio e quindi la compattezza e la qualità della treccia prodotta.
La disposizione delle ruote a corno determina la forma finale del manufatto: una configurazione a cerchio chiuso produce una treccia tubolare o cava, eventualmente avvolta attorno a un'anima; una configurazione a fila singola o a ferro di cavallo produce una treccia piatta; una griglia di ruote consente di ottenere trecce piene a sezione quadrata o poligonale. Introducendo fili longitudinali stazionari (detti "anime" o "fili di riempimento") lungo l'asse della treccia è possibile limitarne l'allungamento o, al contrario, conferirle elasticità mediante l'impiego di anime elastomeriche; quando l'anima ha una forma geometrica definita (ad esempio un cavo o un tubo da rivestire) il processo prende il nome di "rivestimento a treccia" (overbraiding), impiegato ad esempio per l'isolamento e la schermatura dei cavi elettrici e per il rinforzo di tubi flessibili.
Per la produzione artigianale di trecce, in particolare nella tecnica giapponese del kumihimo, si impiegano telai manuali quali il marudai (disco su cui i fili, tenuti in tensione da pesi o mediante semplice attrito, vengono intrecciati a mano seguendo schemi codificati) e il mobidai (disco forato al centro, con tacche numerate lungo il bordo per guidare la sequenza di movimento dei fili). Una variante occidentale del principio del marudai, che utilizza chiodi anziché il solo attrito per mantenere i fili in posizione, fu brevettata negli Stati Uniti nel 1922 da Clifford W. Ashley.
Realizzano tipicamente trecce bidimensionali o combinazioni di più trecce 2D:
Consentono di realizzare trecce tridimensionali con geometrie complesse:
Le trecciatrici 3D moderne, impiegate soprattutto per la produzione di preforme in materiale composito, utilizzano scambi analoghi agli scambi ferroviari per separare temporaneamente e ricongiungere i percorsi dei portafuso, ottenendo strutture a parete spessa e motivi complessi.
Le trecciatrici sono impiegate per una gamma molto ampia di prodotti, che spazia dal settore dell'abbigliamento e della passamaneria (lacci per calzature, cordoncini, cordelline, nastri gallonati, guarnizioni per l'arredamento) a quello tecnico e industriale:
A La Terrasse-sur-Dorlay, nel dipartimento della Loira, sorge su un antico mulino ad acqua - attestato fin dal primo Cinquecento e successivamente adibito a torcitura della seta e poi alla produzione di trecce e lacci - un museo-laboratorio attivo dal 1993. Una ruota a bussole di sei metri di diametro forniva un tempo la forza motrice a circa settecento trecciatrici, che nell'Ottocento e fino a metà del Novecento davano lavoro a una sessantina di operaie; le macchine, tuttora funzionanti, producono trecce, croquet, galloni, nastri e altri accessori.
Il museo della Corderie Vallois, a Rouen, conserva trecciatrici francesi di fine Ottocento, con esemplari sia a treccia piatta (a numero dispari di rocchetti, che invertono il senso di marcia agli estremi del tracciato) sia a treccia tonda (a numero pari di rocchetti disposti in due semicerchi controrotanti attorno a un foro centrale). Le macchine, da 12 a 32 fusi, erano disposte in file di dieci, collegate ad alberi di trasmissione a pavimento, e producevano trecce comprese fra 5 e 22 mm di diametro, destinate a stoppini per lampade, cinghie di trasmissione e, nel caso delle trecce piatte, a merletti e passamaneria.
Fra le macchine tessili conservate al Museo Didattico della Seta di Como figura una "binatrice con trecciatrici" (o "binatoio"), prodotta dalla ditta Ratti Carlo & Figli di Lecco, censita nel catalogo dei beni culturali della Lombardia; l'esemplare proviene dallo stabilimento tessile di Cermenate ed è oggi esposto a Como.
Il museo di Saint-Étienne, città storicamente legata alla lavorazione dei nastri e dei tessuti passamaneria, dedica una sezione del proprio percorso espositivo ai rubans (nastri), sottolineando come la tessitura sia, in un certo senso, una forma particolare di trecciatura.
Nelle collezioni dello Science Museum Group figurano due trecciatrici ottocentesche realizzate dal costruttore londinese G. Harris, originariamente impiegate dall'azienda Benton and Johnson Ltd per la produzione di trecce metalliche destinate, fra l'altro, alle uniformi militari; una delle due macchine è del tipo a ruote a corno, con i portafuso azionati da un sistema di ingranaggi.