Il Tribunale Russell II fu un tribunale internazionale d'opinione fondato nel novembre 1973 su iniziativa del giurista e politico italiano Lelio Basso. Nato come prosecuzione dell'esperienza del primo Tribunale Russell sulla guerra del Vietnam (1966-1967), il Tribunale aveva l'obiettivo di indagare e denunciare le violazioni dei diritti umani commesse dai regimi militari dell'America Latina, con particolare riferimento al Brasile, al Cile e, successivamente, ad altri paesi della regione interessati dall'instaurazione di dittature militari durante gli anni Settanta.
A differenza delle corti internazionali dotate di competenza giudiziaria, il Tribunale non possedeva alcun potere coercitivo né emetteva sentenze giuridicamente vincolanti, ma operava come organismo indipendente di carattere morale e politico. Attraverso la raccolta di testimonianze, documenti ufficiali, perizie e relazioni di esperti, esso intese richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica internazionale sulle pratiche di tortura, detenzione arbitraria, sparizione forzata, repressione politica e limitazione delle libertà fondamentali attribuite ai governi militari latinoamericani.
Il Tribunale tenne tre sessioni pubbliche: la prima a Roma (30 marzo-5 aprile 1974), la seconda a Bruxelles (11-18 gennaio 1975) e la terza nuovamente a Roma (10-17 gennaio 1976). Nel corso dei lavori vennero ascoltati numerosi testimoni, tra cui esuli politici, avvocati, religiosi, giornalisti e familiari delle vittime della repressione. Le conclusioni adottate dalla giuria denunciarono l'esistenza di violazioni sistematiche dei diritti umani e analizzarono il ruolo svolto dagli apparati statali e dagli interessi economici internazionali nel sostegno ai regimi militari.
L'esperienza del Tribunale Russell II contribuì allo sviluppo del dibattito internazionale sui diritti umani e sui diritti dei popoli e costituì uno dei principali antecedenti del Tribunale Permanente dei Popoli, istituito nel 1979 dalla Fondazione Lelio Basso per dare continuità all'esperienza dei tribunali d'opinione internazionali.
La nascita del Tribunale Russell II si inserisce nel contesto della progressiva affermazione dei regimi militari in America Latina tra la fine degli anni Sessanta e la metà degli anni Settanta. In questo periodo numerosi Stati della regione furono interessati da colpi di Stato o da una progressiva militarizzazione del potere politico, giustificando tale intervento con la necessità di contrastare l'espansione dei movimenti rivoluzionari e della sinistra politica nel quadro della Guerra fredda. Le nuove dittature adottarono la cosiddetta dottrina della sicurezza nazionale, secondo la quale il principale pericolo per lo Stato non proveniva da minacce esterne ma dal "nemico interno", identificato con oppositori politici, sindacalisti, studenti, intellettuali e movimenti sociali. Tale impostazione legittimò il ricorso sistematico alla repressione, alla sospensione delle garanzie costituzionali e all'impiego della tortura come strumento di controllo politico.
Il primo caso preso in considerazione dai promotori del Tribunale fu quello del Brasile, dove il colpo di Stato del 31 marzo 1964 aveva instaurato un regime militare destinato a durare fino al 1985. Nel corso degli anni successivi, organizzazioni internazionali e gruppi di esuli denunciarono il ricorso sistematico alla tortura nei confronti dei detenuti politici, l'uso della detenzione arbitraria e la limitazione delle libertà civili. Nel 1971 un gruppo di profughi brasiliani rifugiati a Santiago del Cile si rivolse nel 1971 a Lelio Basso chiedendo la costituzione di un tribunale internazionale d'opinione sul caso brasiliano.
La situazione cambiò radicalmente dopo il colpo di stato cileno dell’11 settembre 1973. La caduta del governo democraticamente eletto di Salvador Allende e la successiva repressione condotta dalla giunta militare guidata da Augusto Pinochet indusse Lelio Basso e il comitato promotore ad ampliare il mandato del Tribunale, estendendolo all'intera America Latina. Da quel momento il Tribunale non si occupò più soltanto del Brasile, ma anche del Cile e degli altri paesi governati da regimi militari, tra cui Uruguay, Bolivia e successivamente Argentina. Parallelamente, le organizzazioni internazionali iniziarono a raccogliere una documentazione sempre più ampia sulle violazioni dei diritti umani nella regione. Amnesty International pubblicò, a partire dagli anni Settanta, rapporti dedicati alla pratica della tortura e alle condizioni dei prigionieri politici in numerosi paesi latinoamericani, mentre la Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani avviò procedure specifiche di monitoraggio della situazione cilena. Sebbene tali organismi svolgessero un'importante attività di documentazione, le loro possibilità di intervento risultavano limitate dalla natura intergovernativa delle istituzioni internazionali e dai condizionamenti politici della Guerra fredda. In questo contesto il Tribunale Russell II si propose come uno strumento indipendente di denuncia pubblica, privo di poteri coercitivi ma fondato sulla raccolta di prove, testimonianze e documentazione giuridica.
L'idea di istituire un secondo Tribunale Russell maturò all'inizio degli anni Settanta nell'ambito delle attività della Fondazione Internazionale Lelio Basso per il Diritto e la Liberazione dei Popoli, fondata nel 1973 con l'obiettivo di promuovere lo studio e la tutela dei diritti umani, dei diritti dei popoli e dei processi di emancipazione politica e sociale. L'iniziativa si collocava nel solco dell'esperienza del Tribunale Russell sulla guerra del Vietnam (1966-1967), promosso dal filosofo Bertrand Russell e presieduto da Jean-Paul Sartre, che aveva introdotto il modello del tribunale internazionale d'opinione quale strumento di denuncia pubblica delle violazioni del diritto internazionale.
Lelio Basso riteneva che tale modello potesse essere applicato anche ai processi repressivi in corso in America Latina, dove numerosi governi militari avevano progressivamente limitato le libertà costituzionali e intensificato la persecuzione degli oppositori politici; e potesse essere utilizzato per affrontare situazioni nelle quali gli strumenti giuridici internazionali risultavano insufficienti. Il Tribunale Russel II nacque come risposta alla necessità di documentare e denunciare pubblicamente violazioni che, pur essendo ampiamente conosciute, rimanevano spesso prive di adeguati strumenti di accertamento internazionale.
Il Tribunale Russell II venne ufficialmente costituito nel novembre 1973. La sua istituzione fu promossa dalla Fondazione Lelio Basso con il sostegno di personalità del mondo giuridico, accademico e culturale provenienti da diversi paesi. Fin dall'inizio il Tribunale si definì come un organismo privo di poteri giurisdizionali, il cui compito consisteva nell'accertamento dei fatti attraverso criteri ispirati al diritto internazionale e alla Dichiarazione universale dei diritti umani.
La scelta di creare un nuovo tribunale d’opinione derivava dalla convinzione che gli strumenti allora disponibili nel sistema internazionale non fossero sufficienti a garantire un’effettiva tutela delle popolazioni sottoposte a repressione politica. Il Tribunale Russell II non intendeva sostituirsi agli organi giudiziari internazionali, ma svolgere una funzione di documentazione, denuncia pubblica e costruzione di una memoria delle violazioni dei diritti fondamentali.
Il fondo archivistico oggi conservato presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso testimonia la complessità dell’attività preparatoria e organizzativa del Tribunale. Esso comprende corrispondenze, verbali delle riunioni, materiali preparatori delle sessioni, dossier sui singoli paesi, testimonianze, relazioni giuridiche e documentazione proveniente da organizzazioni internazionali e associazioni di solidarietà.
Le finalità del Tribunale Russell II erano principalmente tre:
Il Tribunale Russell II si proponeva di verificare se i governi militari latinoamericani avessero violato principi fondamentali del diritto internazionale, tra cui:
Particolare importanza ebbe il concetto di “diritti dei popoli”, elaborato da Lelio Basso come ampliamento della tradizionale concezione dei diritti umani individuali. Secondo questa prospettiva, la tutela della persona non poteva essere separata dalla protezione delle comunità e dei popoli sottoposti a forme di dominio politico, economico o militare.
Il Tribunale sostenne inoltre che la sovranità statale non potesse essere utilizzata come giustificazione per impedire il controllo internazionale sulle violazioni sistematiche dei diritti fondamentali. Tale posizione anticipava uno dei temi centrali del successivo sviluppo del diritto internazionale dei diritti umani: la progressiva limitazione del principio di non ingerenza quando siano in gioco gravi violazioni dei diritti fondamentali.
A differenza dei tribunali internazionali istituzionali, il Tribunale Russell II non emetteva sentenze giuridicamente vincolanti. Le proprie deliberazioni avevano carattere politico e morale e miravano a costituire un patrimonio documentario destinato a future iniziative giudiziarie e diplomatiche.
Il tribunale Russell II era composto da una giuria internazionale formata da personalità provenienti da diversi ambiti culturali e professionali: giuristi, magistrati, parlamentari, scrittori, filosofi, studiosi, rappresentanti sindacali e figure impegnate nella difesa dei diritti umani. La scelta dei membri serviva per garantire un alto livello di competenza scientifica e morale, nonché una rappresentanza internazionale capace di conferire maggiore autorevolezza alle conclusioni del tribunale. La composizione della giuria rifletteva inoltre l’idea, sostenuta da Lelio Basso, secondo cui la tutela dei diritti umani non poteva essere affidata esclusivamente agli specialisti del diritto, ma doveva coinvolgere la società civile internazionale nel suo complesso.
La presidenza fu affidata a Lelio Basso, mentre ai lavori parteciparono personalità appartenenti a differenti tradizioni culturali e politiche, accomunate dall'impegno nella difesa dei diritti umani.
Nel corso delle diverse sessioni il Tribunale si avvalse inoltre della collaborazione di consulenti giuridici, esperti di diritto internazionale, medici legali, economisti e rappresentanti di organizzazioni umanitarie. Questi collaboratori contribuirono alla preparazione dei dossier, alla verifica delle informazioni raccolte e all’analisi dei materiali presentati durante le udienze pubbliche. La presenza di competenze diverse rispondeva alla natura stessa del Tribunale, concepito come uno spazio interdisciplinare di analisi delle cause politiche, economiche e sociali della repressione.
Presidenza della giuria:
Vicepresidenti della giuria:
Altri membri celebri della giuria:
Il metodo di lavoro del Tribunale Russell II si basava sulla raccolta sistematica di documentazione e sull’ascolto pubblico delle testimonianze. Il Tribunale cercò di adottare procedure ispirate ai principi dell’accertamento dei fatti, del confronto delle fonti e della verifica critica delle informazioni disponibili. Prima di ciascuna sessione veniva predisposto un dossier contenente la documentazione raccolta da organizzazioni internazionali, associazioni per i diritti umani, sindacati, gruppi religiosi, esuli politici e ricercatori. Durante le udienze pubbliche venivano ascoltate testimonianze dirette di ex detenuti politici, familiari delle vittime, avvocati, giornalisti e osservatori internazionali.
Le deposizioni erano integrate da:
Al termine di ogni sessione la giuria deliberava collegialmente un documento finale nel quale venivano formulate le conclusioni e le raccomandazioni rivolte alla comunità internazionale.
L'attività del Tribunale Russell II si articolò in tre sessioni pubbliche, svoltesi tra il 1974 e il 1976. Ciascuna sessione fu dedicata all'esame delle violazioni dei diritti umani nei paesi latinoamericani sottoposti a regimi militari e alla raccolta di testimonianze dirette di vittime, familiari, giuristi, religiosi, giornalisti e rappresentanti di organizzazioni internazionali. Al termine di ogni sessione il Tribunale approvò un documento conclusivo contenente valutazioni giuridiche e raccomandazioni rivolte alla comunità internazionale.
La prima sessione si svolse a Roma tra il 30 marzo e il 5 aprile 1974. In questa occasione il Tribunale concentrò i propri lavori principalmente sulla situazione del Brasile e del Cile, quest'ultimo interessato dal colpo di Stato dell'11 settembre 1973 che aveva portato alla caduta del governo di Salvador Allende e l'instaurazione della dittatura guidata da Augusto Pinochet.
Durante le udienze furono ascoltate testimonianze di cittadini brasiliani e cileni costretti all'esilio, avvocati impegnati nella difesa dei prigionieri politici, esponenti delle Chiese cristiane e studiosi di diritto internazionale. La documentazione presentata comprendeva relazioni mediche sulle conseguenze della tortura, elenchi di detenuti politici, testimonianze giurate e rapporti elaborati da organizzazioni non governative. Particolare attenzione fu dedicata all'analisi delle pratiche di detenzione arbitraria, dell'uso sistematico della tortura durante gli interrogatori e della sospensione delle garanzie costituzionali. Il Tribunale rilevò inoltre il ruolo svolto dagli apparati militari e di sicurezza nella repressione del dissenso politico.
Nelle conclusioni della sessione, la giuria affermò che le violazioni documentate non costituivano episodi isolati ma il risultato di un sistema repressivo organizzato dagli apparati statali.
La seconda sessione ebbe luogo a Bruxelles dall'11 al 18 gennaio 1975 e rappresentò un ampliamento del campo di indagine del Tribunale. Oltre al Brasile e al Cile, i lavori presero in esame la situazione in Uruguay e Bolivia, dove le forze armate avevano assunto il controllo del potere politico. Le udienze evidenziarono elementi comuni tra i diversi regimi militari, tra cui l'uso sistematico della tortura, la detenzione senza processo, la censura della stampa e la repressione delle organizzazioni sindacali e studentesche. Il Tribunale sottolineò inoltre come tali pratiche fossero giustificate dai governi attraverso il richiamo alla sicurezza nazionale e alla lotta contro la sovversione. Durante la sessione furono esaminate anche le responsabilità di soggetti economici internazionali accusati di aver sostenuto, direttamente o indirettamente, alcuni regimi autoritari. Sebbene il Tribunale non disponesse di poteri investigativi analoghi a quelli di un'autorità giudiziaria, la giuria ritenne opportuno richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica sul rapporto tra repressione politica e interessi economici.
Le conclusioni della seconda sessione ribadirono la necessità di un maggiore coinvolgimento delle organizzazioni internazionali nella tutela dei diritti umani e sollecitarono le Nazioni Unite ad adottare strumenti più efficaci per il monitoraggio delle violazioni.
La terza e ultima sessione si svolse a Roma dal 10 al 17 gennaio 1976 e costituì la conclusione dell'attività del Tribunale Russell II. I lavori si concentrarono sull'evoluzione della situazione nei paesi già esaminati e approfondirono il fenomeno della cooperazione repressiva tra i regimi militari sudamericani. Il Tribunale raccolse ulteriori testimonianze riguardanti arresti arbitrari, torture, esecuzioni extragiudiziali e sparizioni forzate. Particolare rilievo fu attribuito all'analisi delle reti di collaborazione tra i servizi di sicurezza dei diversi Stati dell'America Latina, considerate un elemento di crescente preoccupazione per la tutela dei diritti umani nella regione.
Nelle deliberazioni finali il Tribunale concluse che le violazioni documentate costituivano una pratica sistematica riconducibile alla struttura stessa dei regimi militari e invitò la comunità internazionale a rafforzare gli strumenti di protezione dei diritti fondamentali.
La documentazione raccolta nel corso delle tre sessioni fu successivamente conservata presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso, costituendo uno dei principali nuclei documentari per lo studio delle violazioni dei diritti umani in America Latina durante gli anni Settanta.
Nel corso delle tre sessioni il Tribunale Russell II prese in esame la situazione dei diritti umani in diversi paesi dell'America Latina, con particolare attenzione a:
L'analisi non si limitò alla descrizione delle singole violazioni, ma cercò di individuare elementi comuni ai diversi regimi, tra cui il ricorso alla tortura come strumento investigativo, la limitazione delle libertà politiche, la persecuzione degli oppositori e la cooperazione tra gli apparati di sicurezza.
Nel corso delle tre sessioni, il Tribunale Russell II ampliò progressivamente il proprio campo di indagine, passando dall'analisi della situazione brasiliana all'esame delle violazioni dei diritti umani in numerosi paesi dell'America Latina. La documentazione raccolta comprendeva testimonianze dirette, rapporti di organizzazioni internazionali, documenti governativi, materiale fotografico e corrispondenza proveniente da organizzazioni sindacali, religiose e associazioni di esuli. Secondo l'inventario dell'archivio conservato presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso, il fondo documentario comprende verbali, relazioni, testimonianze inedite e materiali riguardanti la tortura, le detenzioni illegali, la situazione dei prigionieri politici, il ruolo delle forze armate e quello delle imprese multinazionali.
Il Brasile costituì il punto di partenza dell'iniziativa promossa da Lelio Basso. Nell'ottobre 1971 un gruppo di profughi brasiliani rifugiati a Santiago del Cile propose la creazione di un tribunale internazionale d'opinione che denunciasse la repressione instaurata dopo il colpo di Stato del 1964. L'idea fu inizialmente limitata al caso brasiliano, ma gli sviluppi politici successivi ne modificarono profondamente la portata. Nel corso delle udienze il Tribunale esaminò numerose testimonianze riguardanti arresti arbitrari, torture, processi davanti ai tribunali militari, censura della stampa e persecuzione di studenti, sindacalisti e oppositori politici. Particolare attenzione fu riservata all'impiego sistematico della tortura durante gli interrogatori da parte degli organi di sicurezza dello Stato. Le prove raccolte comprendevano relazioni mediche, deposizioni giurate, documenti di organizzazioni religiose e rapporti elaborati da Amnesty International, che già nei primi anni Settanta aveva denunciato il ricorso diffuso alla tortura nei confronti dei detenuti politici.
Dopo il colpo di Stato dell'11 settembre 1973, il Cile divenne uno dei principali oggetti di indagine del Tribunale. L'arresto di migliaia di persone, la creazione di centri di detenzione temporanei, la sospensione delle libertà costituzionali e la repressione degli oppositori politici modificarono radicalmente il progetto originario del Tribunale, che da quel momento assunse una dimensione continentale.
Durante le sessioni furono ascoltati ex detenuti, familiari delle vittime, esponenti della Chiesa cattolica, giuristi cileni in esilio e giornalisti. La documentazione raccolta venne confrontata con i rapporti elaborati dalle Nazioni Unite e da Amnesty International.
Le conclusioni del Tribunale sostennero che le violazioni dei diritti umani in Cile non costituivano episodi isolati, ma facevano parte di una politica repressiva organizzata dagli apparati dello Stato
Nel corso della seconda sessione il Tribunale esaminò la situazione dell'Uruguay, dove il progressivo rafforzamento del potere militare aveva determinato la limitazione delle libertà civili e politiche. Le testimonianze raccolte descrivevano l'uso della detenzione preventiva, della tortura durante gli interrogatori, della censura e della repressione delle organizzazioni sindacali e studentesche. Il Tribunale dedicò particolare attenzione anche alle condizioni dei prigionieri politici e al trattamento riservato agli oppositori detenuti nelle carceri militari.
La Bolivia fu presa in esame soprattutto nella seconda sessione del Tribunale. La documentazione riguardava arresti arbitrari, persecuzioni nei confronti degli oppositori, limitazioni della libertà di stampa e ricorso alla violenza da parte delle forze armate. Il Tribunale evidenziò come il ricorso allo stato d'emergenza fosse frequentemente utilizzato per sospendere le garanzie costituzionali e reprimere le forme di dissenso politico.
Sebbene il colpo di Stato del 24 marzo 1976 coincidesse con la fase conclusiva dell'attività del Tribunale Russell II, la documentazione raccolta negli ultimi mesi dei lavori iniziò a registrare il rapido deterioramento della situazione argentina. Successivamente la Fondazione Lelio e Lisli Basso continuò a raccogliere documentazione sulle violazioni dei diritti umani durante la dittatura militare argentina, confluita negli archivi della Fondazione e utilizzata anche in successive attività di ricerca e documentazione.
Negli ultimi lavori del Tribunale emersero elementi che suggerivano l'esistenza di forme di collaborazione tra gli apparati di sicurezza di diversi paesi dell'America Latina. Pur precedendo la formalizzazione dell'Operazione Condor nel novembre 1975, il Tribunale raccolse testimonianze riguardanti arresti transfrontalieri, scambi di informazioni tra servizi di sicurezza e persecuzione di oppositori rifugiatisi all'estero. Tali elementi furono successivamente confermati da numerose indagini giudiziarie e da documentazione declassificata relativa all'Operazione Condor.
Al termine delle tre sessioni di lavoro, il Tribunale Russell II concluse che le violazioni dei diritti umani documentate nei paesi latinoamericani esaminati non costituivano episodi isolati, bensì elementi di una strategia repressiva sistematica adottata da diversi regimi militari. Sulla base delle testimonianze raccolte, della documentazione presentata e dei rapporti di organizzazioni internazionali, il Tribunale ritenne che pratiche quali la tortura, la detenzione arbitraria, le esecuzioni extragiudiziali, le sparizioni forzate e la limitazione delle libertà fondamentali fossero impiegate come strumenti di controllo politico e di repressione del dissenso.
Le deliberazioni finali evidenziarono inoltre come tali violazioni dovessero essere valutate alla luce dei principi contenuti nella Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo (1948), nei Patti internazionali sui diritti civili e politici e sui diritti economici, sociali e culturali (1966), nonché di altri strumenti del diritto internazionale allora vigenti. Il Tribunale affermò che la sovranità statale non poteva essere invocata per giustificare gravi violazioni dei diritti fondamentali della persona.
Un ulteriore elemento emerso nel corso dei lavori fu l'attenzione dedicata al rapporto tra violazioni dei diritti umani, sviluppo economico e tutela dei diritti dei popoli. Riprendendo l'elaborazione teorica di Lelio Basso, il Tribunale sostenne che la protezione dei diritti individuali dovesse essere accompagnata dal riconoscimento dei diritti collettivi dei popoli, quali il diritto all'autodeterminazione, allo sviluppo e all'indipendenza da forme di dominio politico, economico o militare.
Sebbene privo di competenze giurisdizionali e di poteri coercitivi, il Tribunale Russell II si propose come sede internazionale di documentazione, denuncia e riflessione giuridica, contribuendo alla diffusione di una maggiore consapevolezza internazionale sulle violazioni dei diritti umani in America Latina durante gli anni Settanta.
L'attività del Tribunale Russell II ricevette un'ampia attenzione da parte di organizzazioni per i diritti umani, associazioni di esuli politici, movimenti sindacali, ambienti accademici e parte della stampa internazionale. Pur non essendo riconosciuto come organo giurisdizionale internazionale, il Tribunale contribuì ad accrescere la visibilità internazionale delle violazioni dei diritti umani commesse nei paesi latinoamericani sottoposti a regimi militari. La documentazione raccolta durante le tre sessioni rappresentò uno dei primi tentativi di riunire in un unico contesto testimonianze, rapporti medici, analisi giuridiche e documenti provenienti da organizzazioni non governative, organismi religiosi e osservatori internazionali. Tale attività si sviluppò parallelamente all'azione di organizzazioni quali Amnesty International, della Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani e della Commissione interamericana dei diritti umani, contribuendo alla formazione di una rete internazionale di denuncia delle violazioni dei diritti fondamentali.
Secondo parte della storiografia, il Tribunale Russell II contribuì inoltre all'evoluzione del dibattito sui diritti umani, favorendo una concezione che collegava la tutela delle libertà individuali con il riconoscimento dei diritti dei popoli e delle responsabilità della comunità internazionale nei confronti delle violazioni sistematiche dei diritti fondamentali.
L'iniziativa ricevette tuttavia anche alcune critiche. Diversi studiosi e osservatori evidenziarono come il Tribunale, in quanto organismo d'opinione privo di poteri giurisdizionali, non potesse garantire gli stessi strumenti procedurali propri delle corti internazionali. Altri sottolinearono il rischio che la composizione della giuria e il carattere dichiaratamente politico dell'iniziativa potessero incidere sulla percezione della sua imparzialità. I promotori del Tribunale replicarono che il suo obiettivo non era sostituire gli organi giudiziari internazionali, bensì colmare il vuoto lasciato dall'assenza di efficaci meccanismi internazionali di tutela dei diritti umani.
Nel corso degli anni successivi numerosi studi hanno riconosciuto il ruolo svolto dal Tribunale Russell II nel processo di internazionalizzazione della tutela dei diritti umani e nella diffusione del concetto di responsabilità internazionale degli Stati per le violazioni sistematiche dei diritti fondamentali.
L'esperienza del Tribunale Russell II costituì uno dei principali antecedenti del Tribunale Permanente dei Popoli (TPP), istituito nel 1979 su iniziativa della Fondazione Internazionale Lelio Basso. Il nuovo organismo riprese l'impostazione metodologica dei Tribunali Russell, estendendone l'ambito di intervento a numerose situazioni di violazione dei diritti dei popoli e dei diritti umani in diverse aree del mondo.
Sul piano culturale e giuridico, il Tribunale Russell II contribuì alla diffusione del concetto di diritti dei popoli, elaborato da Lelio Basso e successivamente sviluppato all'interno del dibattito internazionale sul diritto all'autodeterminazione, allo sviluppo e alla tutela delle comunità soggette a forme di oppressione politica o economica.
L'archivio del Tribunale Russell II, conservato presso la Fondazione Lelio e Lisli Basso a Roma, costituisce oggi una delle principali raccolte documentarie dedicate allo studio delle violazioni dei diritti umani nell'America Latina degli anni Settanta. Il fondo comprende verbali delle sessioni, corrispondenza, relazioni, testimonianze, documentazione fotografica, materiali preparatori e documenti provenienti da organizzazioni internazionali, rappresentando una fonte di rilievo per la ricerca storica.
La storiografia considera il Tribunale Russell II una delle più significative esperienze dei tribunali internazionali d'opinione del secondo dopoguerra. Pur privo di effetti giuridici vincolanti, esso contribuì a consolidare pratiche di documentazione delle violazioni dei diritti umani e a promuovere una più ampia attenzione internazionale nei confronti delle dittature militari latinoamericane.