L’unilateralismo è qualsiasi dottrina o agenda che, nelle relazioni internazionali, sostenga l’azione unilaterale, cioè condotta da un singolo attore senza il consenso o la cooperazione di altri. Tale azione può avvenire in totale assenza di considerazione per le altre parti oppure come espressione di un impegno - verso una determinata direzione - che altri soggetti possono ritenere inaccettabile.
Il termine unilateralismo è attestato a partire dal 1926, inizialmente in riferimento al disarmo unilaterale. Il significato attuale, più ampio, emerge nel 1964. Esso si pone in contrasto con il multilateralismo, che consiste nel perseguimento degli obiettivi di politica estera in collaborazione con alleati.
L’unilateralismo e il multilateralismo rappresentano approcci differenti alla gestione dei problemi internazionali. Nei casi in cui l’accordo tra più parti sia assolutamente necessario — ad esempio nel contesto delle politiche commerciali internazionali — i sostenitori dell’unilateralismo tendono comunque a preferire accordi bilaterali, che coinvolgono due partecipanti alla volta.
L’unilateralismo può essere considerato preferibile quando si presume che sia l’approccio più efficiente, ossia in questioni che possono essere risolte senza cooperazione internazionale. Tuttavia, un governo può anche avere una preferenza di principio per l’unilateralismo o per il multilateralismo e, ad esempio, evitare politiche che non possano essere attuate unilateralmente, oppure promuovere soluzioni multilaterali a problemi che potrebbero essere risolti anche unilateralmente.
L’unilateralismo come principale linea d’azione può dare luogo, se esercitato da Stati egemoni, ad una forma di coercizione o può comunque essere interpretato come espressione di hard power. Le sanzioni unilaterali per risolvere le controversie internazionali possono costituire - se imposte con la forza (anche economica) o con la sua minaccia - violazioni della Carta delle Nazioni Unite, soprattutto quando ostacolano l'indipendenza e l'autodeterminazione degli Stati più deboli, principalmente i paesi in via di sviluppo.
L’azione unilaterale è spesso adottata da leader indipendenti con tendenze nazionaliste e una forte diffidenza verso le intenzioni di intervento di altri paesi. Negli ultimi anni, l’unilateralismo è stato associato al nazionalismo, al protezionismo e al rifiuto delle istituzioni che incarnano un approccio multilaterale.
Se non provocato, l’unilateralismo ha il potenziale di compromettere il mantenimento pacifico della sovranità e dell’integrità territoriale, su cui si fonda la sicurezza globale. Le misure unilaterali contro Stati più piccoli potrebbero anche esercitare una pressione sugli obiettivi di sviluppo sostenibile.
Dopo duecento anni di sviluppo del sistema multilaterale, la fine della guerra fredda ha visto una progressiva affermazione dell'unilateralismo.
Gli Stati Uniti sono diventati sempre più dominanti in termini di potere militare ed economico, il che ha portato paesi come Iran, Cina e India a mettere in discussione la rilevanza delle Nazioni Unite. Allo stesso tempo, si è sviluppata una percezione - tra gli internazionalisti come l'ex segretario generale delle Nazioni Unite Kofi Annan - secondo cui gli Stati Uniti sono più inclini ad agire unilateralmente in situazioni con implicazioni internazionali. Questa tendenza è iniziata quando il Senato americano, nell'ottobre 1999, ha rifiutato di ratificare il trattato sul divieto di prova globale, che il presidente Bill Clinton aveva firmato nel settembre 1996. Sotto il presidente George W. Bush gli Stati Uniti hanno respinto accordi multilaterali come Kyoto Protocollo, Tribunale penale internazionale, Trattato di Ottawa che vieta le mine antiuomo e un progetto di protocollo per garantire il rispetto da parte degli Stati della Convenzione sulle armi biologiche. Sempre sotto l'amministrazione George W. Bush, gli Stati Uniti si ritirarono dal Trattato sui missili anti-balistici, che l'amministrazione Richard Nixon e l'Unione Sovietica avevano firmato nel 1972.
Queste sfide presentate dagli Stati Uniti potrebbero essere spiegate da una forte convinzione nelle alleanze bilaterali come strumenti di controllo. Gli istituzionalisti liberali sostengono, tuttavia, che le grandi potenze potrebbero ancora optare per un'alleanza multilaterale. Ma le grandi potenze possono amplificare le loro capacità di controllare i piccoli poteri e massimizzare la loro leva stipulando una serie di accordi bilaterali con gli alleati, piuttosto che vedere la leva diluita in un forum multilaterale. Probabilmente, l'amministrazione Bush ha favorito il bilateralismo rispetto al multilateralismo, o anche all'unilateralismo, per ragioni simili. Piuttosto che andare da soli o con altri, l'amministrazione ha optato per intense relazioni individuali con paesi selezionati con cura che hanno massimizzato la capacità degli Stati Uniti di raggiungere i suoi obiettivi.
Un'altra sfida nella governance globale attraverso il multilateralismo riguarda la sovranità nazionale. Indipendentemente dall'erosione della sovranità legale e operativa degli stati-nazione nelle relazioni internazionali, "gli stati-nazione rimangono il luogo ultimo del processo decisionale autorevole riguardo alla maggior parte degli aspetti della vita pubblica e privata". Hoffman ha affermato che è improbabile che gli stati-nazione accettino obblighi astratti che si scontrano con calcoli concreti di interesse nazionale.
Il multilateralismo globale è messo in discussione, in particolare per quanto riguarda il commercio, da accordi regionali come l'Unione Europea e il NAFTA, sebbene questi non siano di per sé incompatibili con accordi più ampi. Lo sponsor originale del multilateralismo postbellico nei regimi economici, gli Stati Uniti, si è rivolto all'azione unilaterale e ai negoziati commerciali e di altro tipo a causa dell'insoddisfazione per gli esiti dei forum multilaterali.
Essendo la nazione più potente, gli Stati Uniti avevano il minimo da perdere dall'abbandono del multilateralismo; le nazioni più deboli hanno più da perdere, ma il costo per tutti sarebbe elevato: «l’unilateralismo che pretende di esercitare una preminenza planetaria in una società gerarchizzata secondo la forza dei vari poteri delle differenti nazioni, da quello finanziario a quello militare, non è possibile».