
L'uomo di vimini è il nome dato a una presunta statua lignea antropomorfa nella quale i celti bruciavano vivi uomini e animali durante i sacrifici.
Diversi autori romani testimoniarono l'esistenza di pratiche sacrificali tra i Galli, ma solo due di loro, ovvero Giulio Cesare e Strabone, descrissero il rituale dell'uomo di vimini. Stando a quanto riporta Cesare nel suo Commentarii de bello Gallico, l'uomo di vimini era una grossa statua di legno nella quale venivano rinchiusi degli uomini vivi e alla quale veniva dato fuoco per omaggiare gli dei; l'autore sottolinea che, solitamente, vi venivano messi degli individui macchiatisi di crimini così gravi da meritare la pena di morte per compiacere ulteriormente gli dei, o degli schiavi se non si riuscivano a trovare dei criminali. Ciononostante, si ritiene che tale testimonianza sia una falsità diffusa per disprezzo verso i barbari. Quanto affermato da Giulio Cesare e gli altri autori romani riguardo ai sacrifici umani dei celti sembra infatti provenire da quanto documentò prima di loro il greco Posidonio, i cui resoconti non trovano però nessun riscontro concreto.
Il Commenta Benensia del X secolo documenta l'esistenza di un manichino di legno in cui venivano bruciati degli uomini come sacrificio a Taranis.
La figura dell'uomo di vimini è stata ripresa, senza alcuna connotazione violenta, in certe celebrazioni "pop" a tema neopagano nelle quali viene dato fuoco a una grande statua di legno.