Māyā (dottrina)

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Arthur Bowen Davies, Maya, lo specchio delle illusioni (1910)

Māyā (in sanscrito माया māyā «magia, inganno») nella tradizione filosofica e religiosa dell'antica India ha numerosi significati. Nei testi vedici tardi, māyā indica una «rappresentazione magica», in cui le cose appaiono come reali pur non essendo ciò che sembrano; designa inoltre il principio che fa apparire l'Assoluto privo di attributi come dotato di qualità. In questo senso, indica anche ciò che è mutevole e quindi spiritualmente irreale, in opposizione al Brahman, l'Immutabile.

Nell'Advaita Vedānta, māyā indica l'«apparenza» e la forza potente che genera l'illusione cosmica secondo cui il mondo fenomenico è reale. In questa prospettiva non dualista, a livello individuale māyā si manifesta come ignoranza (avidyā), ossia mancata conoscenza del Sé reale (Ātman-Brahman), con conseguente identificazione erronea con il complesso corpo-mente e i suoi condizionamenti.

Nella filosofia buddhista, māyā è classificata tra i "venti fattori mentali secondari non salutari" e associata all'inganno o alla dissimulazione riguardo alla natura illusoria dei fenomeni.

In alcune scuole teistiche dell'induismo, māyā è interpretata non solo come principio di illusione ma anche come energia divina creatrice (śakti) attraverso cui il divino manifesta il cosmo, assumendo una valenza positiva quale potenza ordinatrice della realtà fenomenica. Tra le divinità, personificazioni di māyā sono considerate sia la dea Durga che la dea Lakṣmī.

Māyā fu anche il nome della madre di Gautama Buddha.

Etimologia

Il termine māyā in sanscrito deriva dalla radice verbale mā «misurare», «costruire», «formare» o «ordinare», assumendo in origine il significato di «creazione». Più propriamente, essa detonerebbe il «potere creativo» delle apparenze fenomeniche, e successivamente quello di «illusione» inteso come attributo della creazione stessa. Il significato è quindi connesso all'idea di «formazione» o «strutturazione» della realtà, da cui si svilupparono successivamente le accezioni di «potere creativo» e, in senso filosofico-religioso, di «illusione» o «apparenza ingannevole» del mondo fenomenico.

Induismo

Letteratura vedica

Nei Veda il termine māyā designa il potere mediante il quale il mondo materiale ha avuto origine. Seppur tale potere non sia solo divino in quanto è chiamato mago (māyin) l'umano che è in grado di possederlo, esso è per lo più appannaggio di esseri superiori come deva e asura, e designa la potenza creativa con la quale si rendono manifeste in forme concrete nell'universo le ideazioni e figurazioni della mente del possessore. Il potere con cui avviene il processo della creazione fa quindi capo ad una facoltà immaginativa e figurativa della mente, ed è proprio tale potere – e quanto è da esso creato – ad essere māyā.

È mediante la sua māyā che il dio Varuṇa, nel Ṛgveda (XV/X secolo a.C.), misura gli spazi e distribuisce le posizioni, ordinando la Terra ed il mondo fisico:

(sanscrito)
«imām ū ṣvā̍surasya̍ śrutasya̍ mahīm māyāṁ varuṇasya pra vocam māneneva tasthivām antarikṣe vi yo mame pṛthivīṁ sūryeṇa»
(italiano)
«Io voglio celebrare questa grande forza misteriosa [māyāṁ] di Varuṇa, l'illustre che, collocandosi in piedi nello spazio mediano, ha misurato da un capo all'altro la terra, come se il sole fosse un metro.»

È mediante la sua māyā che il dio Indra, sempre nel Ṛgveda, muta forma, cioè cambia di volta in volta il suo aspetto fenomenico, la sua apparenza:

«Con i poteri della propria māyā Indra si presenta in differenti forme»

È con la riflessione teologica e filosofica posteriore ai Veda, in particolare nelle Upaniṣad (IX/VIII secolo a.C.), che māyā inizia ad avere attributi propri, ricavati dall'intuizione che la realtà fenomenica – seppur differenziata e particolareggiata – proceda invero da una singola realtà assoluta fondamentale identificata come Brahman:

Così, ad esempio, è detto in Samāvidhāna Brāhmaṇa:

(sanscrito)
«brahma ha vā idam agra āsīt tasya tejoraso 'tyaricyata sa brahmā samabhavat sa tūṣṇīṃ manasādhyāyat tasya yan mana āsīt sa Prajāpatir abhavat»
(italiano)
«In origine vi era il Brahman soltanto; poiché il succo della sua forza si espandeva, divenne Brahmā. Brahmā meditò in silenzio con la mente e la sua mente divenne Prajāpati»

E in Chāndogya Upaniṣad:

(sanscrito)
«yathā somyaikena mṛtpiṇḍena sarvaṃ mṛnmayaṃ vijñātaṃ syāt vācārambhaṇaṃ vikāro nāmadheyaṃ mṛttikety eva satyam yathā somyaikena lohamaṇinā sarvaṃ lohamayaṃ vijñātaṃ syāt vācārambhaṇaṃ vikāro nāmadheyaṃ loham ity eva satyam yathā somyaikena nakhanikṛntanena sarvaṃ kārṣṇāyasaṃ vijñātaṃ syāt vācārambhaṇaṃ vikāro nāmadheyaṃ kṛṣṇāyasam ity eva satyam evaṃ somya sa ādeśo bhavatīti»
(italiano)
«"Come è mai, o venerabile, questo insegnamento?". "O caro, come da una zolla d'argilla si conosce tutto ciò che è fatto d'argilla: la forma particolare è questione di parole, è un nome, la realtà è una sola, l'argilla; “o caro, come da una palla di rame si conosce tutto ciò che è fatto di rame: la forma particolare è questione di parole, è un nome, la realtà è una sola, il rame; "o caro, come da un temperino per unghie si conosce tutto ciò che è fatto di ferro: la forma particolare è questione di parole, è un nome, la realtà è una sola, il ferro - così, o caro, è questo insegnamento"»

Ne consegue che le forme e le apparenze differenziate di tutti gli elementi particolari della realtà sono illusorie, poiché consistono e partecipano tutte di un'unica realtà ultima e assoluta: il Brahman. Quest’ultimo assume tutte le forme visibili esistenti, dando l'impressione che esista qualcosa di distinto da Sé.

Nella Śvetāśvatara Upaniṣad, una Upaniṣad vedica piuttosto tarda appartenente al Kṛṣṇa Yajurveda (Yajurveda nero), coeva – o di poco precedente – al Buddismo e antesignana dell'Induismo, la Natura è presentata come creazione dovuta alla māyā del Grande Signore (maheśvaraṃ) che la manifesta. Chiarito che il potere creativo di rendere manifeste nell'universo le figurazioni della mente è detta māyā, ed è chiamato mago (māyin) colui che ne è possessore, e poiché la realtà tutta non è che una singola manifestazione, il Grande Signore imperituro, quindi, non è altri che il mago dell'universo: l'Essere che manifesta – e rende manifesta – la Natura creata per mezzo della sua māyā.

È la Grande Mente che manifesta la realtà fenomenica, nella quale tuttavia si genera l'illusione che esista qualcosa di distinto e separato da ciò che realmente la costituisce: la presenza unica e l'essenza identica del grande Signore.

(sanscrito)
«chandāṃsi yajñāḥ kratavo vratāni bhūtaṃ bhavyaṃ yac ca vedā vadanti asmān māyī sṛjate viśvam etat tasmiṃś cānyo māyayā saṃniruddhaḥ māyāṃ tu prakṛtiṃ vidyān māyinaṃ tu maheśvaraṃ tasyāvayavabhūtais tu vyāptaṃ sarvaṃ idaṃ jagat»
(italiano)
«Strofe, offerte, sacrifici, voti, passato, futuro, ciò che dicono i Veda: da ciò il mago (māyin) crea tutto questo universo e in ciò l'altro (l'anima individuale) è tenuto dai lacci dell'illusione (māyā). Bisogna dunque sapere che l'illusione è la natura e il grande Signore (maheśvaraṃ) è il mago. Tutto questo mondo è compenetrato di entità che sono particelle di lui»

Advaita Vedanta

Nel contesto dell'Advaita Vedānta la nozione di māyā fu riletta in rapporto diretto alla teoria epistemologica di Adi Shankara, secondo cui attraverso i sensi non è possibile stabilire in modo definitivo se ciò che appare sia reale o irreale. In questa prospettiva, māyā non indica semplicemente l'irrealtà del mondo, ma piuttosto una condizione di incapacità conoscitiva della mente umana stessa. L'illusione consiste dunque nell'impossibilità di discriminare in modo assoluto tra essere e non-essere, dato che il mondo appare costantemente mutevole, instabile e in trasformazione, assimilabile in ciò a un costrutto mentale o a una forma onirica dell'esperienza:

«Shankara sostiene che, tramite i sensi, è impossibile sapere se ciò che ti sta di fronte sia reale o irreale. Shankara chiama questo stato maya: illusione. Illusione non vuol dire irreale. Ricorda: illusione significa che è impossibile decidere se una cosa sia reale o irreale. Nelle lingue occidentali maya è stato tradotto in modo assai improprio, suggerendo che "illusione" volesse dire "irreale". Non è cosi! "Illusione" indica l'impossibilità di decidere se una cosa sia reale o irreale. Tale confusione è maya. Questo mondo intero è maya, confusione. Non puoi decidere, né arrivare a delle conclusioni. Il mondo ti sfugge continuamente, cambia, si trasforma in qualcos'altro. È una fantasia, qualcosa di simile ai sogni.»

Allo stesso modo, si parla della mente umana come un «falso centro», diverso e periferico rispetto al vero essere di ciascuno. In questa chiave, la funzione del maestro spirituale è quella di dissolvere il falso centro percettivo, rendendo possibile il riconoscimento della realtà non mediata dalle proiezioni mentali, restituendo al soggetto una visione non più deformata dell'esperienza.

«In realtà, il mondo non è un'illusione, non è maya. È maya perché i tuoi occhi sono illusori. Sono pieni di sogni. Proietti intorno a te i tuoi sogni e la realtà viene falsificata. Quando i tuoi occhi saranno reali, lo stesso mondo diventerà reale. Quando il centro fittizio viene spezzato e sei di nuovo radicato nel tuo centro reale, nel tuo essere, questo mondo diventerà il nirvana.

I Maestri Zen hanno ripetuto in continuazione che questo mondo è nirvana, moksha, liberazione. È solo questione di occhi. Con occhi falsi, tutto è falsificato: con occhi autentici, tutto è reale. La tua falsa entità crea un mondo falso intorno a te. E non pensare che tutti vivano nello stesso mondo. Non possono! Ognuno vive nel proprio mondo; esistono tanti mondi quante sono le menti, perché ogni mente crea il proprio mondo, il proprio ambiente. Persino in una famiglia, il marito vive in un mondo e la moglie in un altro, e ogni giorno si verificano scontri tra questi due mondi. Non si incontrano mai; si urtano. L'incontro è impossibile. Con la mente non può esserci incontro, ma solo scontro, conflitto. Quando la mente non esiste, può avvenire l'incontro. [...] Ognuno vive nel suo mondo, nei suoi sogni, nelle sue aspettative, nelle sue proiezioni. Esistono tanti mondi quante sono le menti. Questi mondi sono un'illusione, maya. Quando il tuo centro falso scompare, tutto il mondo cambia, diventa autentico. Allora, per la prima volta, vedi le cose per quello che sono. Non esiste più infelicità, perché insieme all'illusione sparisce I'aspettativa, e con la realtà non può esistere infelicità. Si arriva a percepire: "È cosi! II reale è reale!". Solo le cose finte creano problemi, ed esse non ti permettono mai di conoscere il reale. Queste finzioni della mente sono maya. Il ruolo del guru è distruggere il falso, in modo che il reale diventi alla tua portata e tu sia alla sua portata. Quell'"evidenza dei fatti", quella realtà è la verità. Una volta che conosci tale realtà, anche il guru sarà diverso.»

Buddismo

Il Buddismo Mahāyāna, propugnatore fin dai primi Prajñāpāramitāsūtra (I secolo a.C./I secolo d.C.) della dottrina dello śūnyatā ovvero della "vacuità" intesa come realtà intrinseca dei fenomeni («nulla esiste di per sé in quanto tutto è impermanente e correlato agli altri fenomeni»), intende la māyā come illusione del mondo fenomenico ovvero come la realtà convenzionale (vyāvahārika) che nasconde la realtà assoluta (pāramārtika).

Filosofia occidentale moderna

Il velo di Maya

Arthur Schopenhauer

Il Velo di Maya è l'espressione coniata da Arthur Schopenhauer nel suo Il mondo come volontà e rappresentazione, con la quale intende diversi concetti metafisici e gnoseologici propri della religione e della cultura induista e ripresi da vari filosofi moderni.

Il velo di Maya è quindi la rappresentazione di tutto ciò che nasconde la realtà delle cose.

Arthur Schopenhauer nella propria filosofia sostiene che la vita è sogno e che questo "sognare" sia innato (quindi la nostra unica "realtà") e obbedisca a precise regole, valide per tutti e insite nei nostri schemi conoscitivi.

Questo «velo» come quello di Iside, di natura metafisica e illusoria, separando gli esseri individuali dalla conoscenza/percezione della realtà (se non sfocata e alterata), impedisce loro di ottenere moksha (cioè la liberazione spirituale) tenendoli così imprigionati nel saṃsāra, ovvero il continuo ciclo delle morti e delle rinascite. Similmente alla metafora della caverna di Platone, l'uomo (e quindi l'umanità) è presentato come un individuo i cui occhi sono coperti fin dalla nascita da un velo; quando se ne libererà, la sua anima si risveglierà dal letargo conoscitivo (o avidyã, ignoranza metafisica) e potrà contemplare finalmente l'essenza della realtà.

Le numerose ed eterogenee correnti induiste attribuiscono significati e funzioni differenti a questo concetto: le correnti dualistiche (ad esempio gli Hare Krishna) la interpretano come il «velo» che impedisce all'essere individuale di riscoprire la propria relazione con Dio, che essi identificano con Kṛṣṇa; mentre presso le scuole moniste (come, ad esempio, l'Advaita Vedānta) questo «velo» è rappresentato dall'identificazione con il corpo, con la mente, con l'intelletto e con la propria individualità, il senso dell'Io (ahamkara), ovvero tutto ciò che ricopre e riveste l'Ātman (unica entità eterna ed immortale), impedendo di riconoscere la propria identificazione con esso ed illudendo così l'anima individuale di essere un individuo distinto dal tutto.

Note

Annotazioni
  1. ↑ Classe 2, parasmaipadam (attivo).
Fonti
  1. ↑ Si veda māyā sulla Enciclopedia Treccani online.
  2. ↑ (EN) Teun Godrian, Encyclopedia of Religion, vol. 9, New York, Macmillan, p. 5794.
    «For the Vedic authors, māyā denoted the faculty that transforms an original concept of creative mind into concrete form, a faculty of immense proficiency and shrewdness such as is suggested by the English word craft. In the Vedas, performances of māyā are mainly ascribed to divine beings, devas (“gods”) or asuras (“countergods”).»
  3. ↑ Osho, I segreti del tantra, Bompiani, Milano 2003, pp. 82 e ss.
  4. ↑ Osho, I segreti del tantra, Bompiani, Milano 2003, pp. 82-3.
  5. ↑ Osho, I segreti del tantra, Bompiani, Milano 2003, pp. 102-3.

Bibliografia

Voci correlate

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