Versus de cuculo

Versus de cuculo
AutoreAlcuino di York
1ª ed. originaleVIII secolo
Generepoesia
Sottogenerecanto amebeo, ecloga
Lingua originalelatino

I Versus de cuculo ["Il cuculo"] costituiscono uno dei più significativi esempi di poesia carolingia, declinata nella forma di un contrasto tra due interlocutori fittizi, Menalca e Dafni.

Alcuino di York è stato riconosciuto come autore del componimento, incluso da Ernst Dümmler nella propria edizione ai Carmina alcuiniani sotto il numero 57 (ed. MGH, Poetae Latini Aevi Carolini I, pp. 269 – 270).

Testo e traduzione

[Versus de cuculo]

M. Plangamus cuculum, Dafnin dulcissime, nostrum,

Quem subito rapuit saeva noverca suis.

D. Plangamus pariter querulosis vocibus illum,

Incipe tu senior, quaeso, Menalca prior.

5 M. Heu, cuculus nobis fuerat cantare suetus,

Quae te nunc rapuit hora nefanda tuis?

D. Heu, cuculus, cuculus, qua te regione reliqui?

Infelix nobis illa dies fuerat.

M. [Omne genus hominum, volucrum simul atque ferarum

10 Convenat nostrum querere nunc cuculum].

D. Omne genus hominum cuculum conplangat ubique,

Perditus est, cuculus, heu, perit ecce meus.

M. Non pereat cuculus, veniet sub tempore veris,

Et nobis veniens carmina laeta ciet.

15 D. Quis scit, si veniat; timeo, est summersus in undis,

Vorticibus raptus atque necatus aquis.

M. Heu mibi, si cuculum Bachus dimersit in undis,

Qui rapiet iuvenes vortice pestifero.

D. Si vivat, redeat, nidosque recurrat ad almos,

20 Nec corvus cuculum dissecet ungue fero.

M. Heu quis te, cuculus, nido rapit ecce paterno?

Heu rapuit, rapuit, nescio si venias.

D. Carmina si curas, cuculus, citus ecce venito,

Ecce venito, precor, ecce venito citus.

25 M. Non tardare, precor, cuculus, dum currere possis,

Te Dafnin iuvenis optat habere tuus.

D. Tempus adest veris, cuculus modo rumpe soporem,

Te cupit, en, senior atque Menalca pater.

M. En tondent nostri librorum prata iuvenci,

30 Solus abest cuculus, quis, rogo, pascit eum?

D. Heu, male pascit eum Bachus, reor, impius ille,

Qui sub- cuncta cupit vertere corda male

M. Plangite nunc cuculum, cuculum nunc plangite cuncti,

Ille recessit ovans, flens redit ille, puto.

35 D. Opto tamen, flentem cuculum babeamus et illum,

Et nos plangamus cum cuculo pariter.

M. Plange tuos casus lacrimis, puer inclite, plange:

Et casus plangant viscera tota tuos.

D. [Si non dura silex genuit te, plange, precamur,

40 Te memorans ipsum plangere forte potes.

M. Dulcis amor nati cogit deflere parentem,

Natus ab amplexu dum rapitur subito.

D. Dum frater fratrem germanum perdit amatum,

Quid nisi iam faciat, semper et ipse fleat.

45 M. Tres olim fuimus, iunxit quos spiritus unus,

Vix duo nunc pariter, tertius ille fugit.

D. Heu fugiet, fugiet, planctus quapropter amarus

Nunc nobis restat, carus abit cuculus.

M. Carmina post illum mittamus, carmina luctus,

50 Carmina deducunt forte, reor, cuculum.

D. Sis semper felix utinam, quocumque recedas,

Sis memor et nostri semper ubique vale.]

[Il cuculo]

Menalca. Piangiamo, Dafni dolcissimo, il nostro Cuculo:

vedi, la cruda matrigna l'ha strappato ai suoi cari.

Dafni. Piangiamo uniti, abbracciamo i lamenti.

Tu sei più vecchio, Menalca, comincia per primo, ti prego.

5 M. Ahi, Cuculo, sempre volevi cantare per noi!

E adesso? Quale ora tremenda ai tuoi t'ha rapito?

D. Ahi, Cuculo, Cuculo, dove t'ho perduto nel mondo?

Che giorno infelice!

M. Ogni uomo, uccello o animale

10 venga e pianga con noi il nostro Cuculo.

D. Ogni uomo compianga dovunque Cuculo:

è perduto - ecco muore il mio Cuculo!

M. No, non deve morire: tornerà a primavera

tornerà cantandoci canti di gioia.

15 D. Chissà, se verrà - o sommerso dall'onde

furiose - ne tremo - è morto per acqua.

M. Ahimè, se Bacco che i giovani inghiotte nel gorgo di morte,

anche Cuculo ha immerso in quei flutti.

D. S'è vivo, possa tornare ai nidi che l'hanno nutrito,

20 né il corvo strazi con l'unghia feroce il Cuculo.

M. Ahi, Cuculo, chi ti strappa dal nido paterno?

Lo so, ti ha strappato, non torni.

D. Ma se odi i lamenti, ti chiamo, ecco vieni

ecco vieni, ti prego, ecco vieni ti chiamo.

25 M. Non sia lento il tuo passo, se correre puoi!

Dafni, il tuo giovane amico, ti vuole.

D. Primavera s'aderge: Cuculo, squarcia i velami del sonno,

lo vedi, ti vuole Menalca, l'anziano tuo padre.

M. A pascolare fra i nostri giovenchi, nei prati dei libri,

30 manca il solo Cuculo: chi lo pasce, mi chiedo?

D. D'erba mala lo pasce, ho paura, l'empio Bacco,

che vuole affondare ogni cuore nel male.

M. Piangete dunque Cuculo, Cuculo tutti piangete.

Se ne era andato in festa, ritornerà nel pianto!

35 D. Ma anche le lacrime avere vorremmo,

unire al nostro il suo pianto.

M. Piangi sulla tua sventura, ragazzo:

si aprono i visceri al pianto.

D. Piangi, se pietra non ti ha generato:

40 ricordando te stesso, se puoi.

M. Dolce amore di padre si strazia

se il figlio dalle braccia è strappato.

D. Il fratello perde l'amato frátello

e solo il pianto, per sempre, gli resta.

45 M. Tre fummo una volta, uno spirito solo:

due soli restiamo e il terzo è perduto.

D. Perduto, lo sai, e questo pianto

amaro, questo solo ci resta, di lui.

M. Lamenti mandiamo, lamenti di lutto,

50 se Cuculo possono indietro chiamare.

D. Sii solo felice, ovunque tu vada,

ricorda di noi, sempre e dovunque. Addio!

[Trad.G. Agosti]

Genere e metro

Il componimento si presenta come una sorta di canto amebeo intonato tra due personaggi, a ognuno dei quali è affidato alternativamente un distico; l’intero carme è costruito seguendo i canoni del metro elegiaco.

Come è stato osservato da Francesco Stella, “nella storia dell’ecloga europea (…) Alcuino è considerato un innovatore, il più importante scrittore di poesia pastorale fra Virgilio e Dante” e al maestro di York si deve soprattutto il merito di aver traghettato la poesia bucolica in un contesto pienamente cristiano e medievale.

Anche se il modello virgiliano emerge ancora con grande forza tra i versi che qui si inanellano (virgiliani sono i riferimenti onomastici, il contesto bucolico e la costruzione dell’ecloga) si fa strada in questo testo l’influsso della cultura che Alcuino respira a pieni polmoni, una cultura raffinata, di corte, nella quale la poesia diventa anche strumento di dialogo tra intellettuali; non sono rari i casi in cui gli autori si corrispondono attraverso vere e proprie epistole metriche (ne sono un esempio le epistole “amebee” di Paolo Diacono o di Pietro da Eboli) e anche questo testo, come è stato osservato, “in fondo rappresenta una scherzosa e arguta epistola di Alcuino", una composizione pienamente situata nell’ambiente monastico da cui l’autore proviene.

Contenuto

L’intero contrasto è giocato sull’interazione tra due soggetti, Menalca (probabilmente Alcuino stesso) e Dafni, che con tono drammatico lamentano la perdita del cuculo, sentita sin dai primi versi come insanabile: “è perduto – ecco muore il mio Cuculo!” (v. 12).

Dietro la figura del cuculo, centrale nell’interno dal carme, si celerebbe in realtà l’identità di un certo Dodone, allievo di Alcuino presso il monastero di Tours; l’identificazione con il giovane è stata stabilita grazie ad un’epistola, la n. 65 (cfr. MGH Epist. IV, pp. 107 – 108), in relazione alla quale l’editore Dümmler evidenzia il significato reale sotteso alla nostra composizione:

«Cuculum, Alcuini discipulum, vino nimium indulsisse, versus, quibus Alcuinus eum exhortatur et ad studia revocat, nos docent; (…) cum epistola Alcuini Dodoni inscripta similisque argumenti in eodem codice hanc antecedat, Cuculi cognomen Dodoni alias ignoto inditum fuisse mihi persuasum est.»
«Il Cuculo, discepolo di Alcuino, si è abbandonato eccessivamente al vino, come ci insegnano i versi con i quali Alcuino lo esorta e lo richiama agli studi. (…) Poiché una lettera di Alcuino indirizzata a Dodone e di argomento simile precede questa nello stesso codice, mi sono persuaso che il soprannome “Cuculo” sia stato attribuito a Dodone, altrimenti sconosciuto.»

Il presagio di morte che accompagna i primissimi versi lascia ben presto spazio ad un barlume di speranza, da cui capiamo che non tutto - forse - è perduto: “Tornerà a primavera, tornerà cantandoci canti di gioia” (vv. 13 – 14); Dodone non è morto, è soltanto partito, ora dorme ed è schiacciato dai propri vizi, ma potrebbe tornare.

La possibilità del ritorno cede improvvisamente il passo alle lacrime, lacrime di nostalgia e di rimpianto ma non di risentimento; l’amore che lega l’io poetico all’allievo prende il sopravvento, e dal cuore si solleva un augurio di sincero affetto, quasi paterno: “Sii solo felice, ovunque tu vada, ricorda di noi, sempre e dovunque, addio!” (vv. 51 – 52).

Tema dell'amicizia perduta

Gli scritti di Alcuino sono disseminati di similitudini ornitologiche, utilizzate dall’autore per alludere velatamente ai propri amici più stretti, compagni di vita e d’arte, sia nelle proprie poesie (cfr. MGH, Poetae Latini Aevi Carolini I, Carm. 59 e 60) che nelle proprie lettere (cfr. MGH Epist. IV, n. 181, 245, 251, etc.).

Il componimento, in apparenza un lamento funebre, lascia quasi subito spazio ad un più esteso compianto per la perdita dell’amico, causa per chi scrive di un vuoto esistenziale che non può essere in alcun modo colmato (“Il fratello perde l’amato fratello e solo il pianto, per sempre, gli resta”, vv. 43 – 44). Come è stato a ragione osservato, Alcuino “è poeta del rimpianto, sofferente per la lontananza o il silenzio dell’amico”, massimo esponente di quella “poesia dell’assenza” che troverà la massima espressione in un poeta di seconda generazione come Valafrido Strabone (cfr. MGH, Poetae Latini Aevi Carolini II, n. 59, p. 403: Ad amicum).

In un contesto spirituale e monastico come quello in cui si trova Alcuino il bisogno dell’altro viene sublimato nella forma più perfetta di relazione umana, quella tra un amici, potenzialmente in grado – come direbbe Aristotele – di unire due corpi in una sola anima (“Tre fummo una volta, uno spirito solo”, v. 45) e guidarli verso Dio.

Questo “culto dell’amicizia”, trasversale a grossa parte delle liriche carolingie (e non solo), è stato oggetto di diverse interpretazioni, sia simboliche e teologiche (i tre amici sarebbero immagine della Trinità) che omoerotiche, tutto sommato anacronistiche rispetto al reale contesto in cui questi testi prendono forma.

Terminologia e note

Paternità

La costruzione atipica del componimento ha indotto diversi studiosi ad escludere la paternità alcuiniana; a sostegno di tale ipotesi vi è l’assenza di prologo e la costruzione irregolare di alcuni versi, in cui viene meno la coerenza temporale (cfr. in particolare vv. 47 - 48 e 50). Ad oggi, tuttavia, l'attribuzione di questo canto ad Alcuino di York trova ampio consenso presso gli studiosi.

Note

  1. ↑ F. Stella, La poesia carolingia, Firenze 1995, pp. 158 - 161.
  2. ↑ F. Stella, La poesia carolingia cit., p. 402.
  3. ↑ E. Carrara, La poesia pastorale, Milano 1909, p. 44.
  4. ↑ F. Stella, La poesia carolingia cit., pp. 44 - 45.
  5. ↑ Cfr. G. Dall'Orto, Tutta un'altra storia. L'omosessualità dall'antichità al secondo dopoguerra, Milano 2015, pp. 123 - 125.
  6. ↑ F. Stella, La poesia carolingia latina a tema biblico, Firenze 1993, p. 531.

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