War Powers Resolution

La Risoluzione sui poteri di guerra (ingl.: War Powers Resolution; nota anche come Risoluzione sui poteri di guerra del 1973 o Legge sui poteri di guerra) è una norma federale, destinata a limitare il potere del presidente degli Stati Uniti di impegnare il Paese in un conflitto armato senza il consenso del Congresso degli Stati Uniti.

Contenuto

La risoluzione fu adottata come risoluzione congiunta del Congresso. Stabilisce che il Presidente può inviare le Forze Armate degli Stati Uniti in azione all’estero solo in caso di dichiarazione di guerra del Congresso, di “autorizzazione legale”, oppure in caso di “emergenza nazionale creata da un attacco contro gli Stati Uniti, i loro territori o possedimenti, o le loro forze armate”.

La Risoluzione sui poteri di guerra richiede che il presidente notifichi al Congresso entro 48 ore dall’impiego delle forze armate in un’azione militare e vieta che tali forze rimangano impegnate per più di 60 giorni, con un ulteriore periodo di ritiro di 30 giorni, senza un’autorizzazione del Congresso all’uso della forza militare (AUMF) o una dichiarazione di guerra da parte degli Stati Uniti.

Storia

La risoluzione, approvata il 7 novembre 1973, conseguì una maggioranza dei due terzi sia alla Camera sia al Senato, sormontando il veto del presidente Richard Nixon: erano state le sue operazioni segrete di bombardamento della Cambogia che, una volta scoperte, avevano determinato il Congresso ad adottare una normativa di tutela dei suoi poteri costituzionali.

È stato sostenuto da Donald Trump che la Risoluzione sui poteri di guerra sia stata violata in passato, ad esempio dal presidente Bill Clinton nel 1999 durante la campagna di bombardamenti in Kosovo. Il Congresso - pur disapprovando tutti questi episodi, non ha mai adottato misure contro il Presidente; per altro verso, anche il Presidente si è assoggettato alle sue previsioni in 132 casi, riconoscendone quindi l'autorità.

Contesto costituzionale

Secondo la Costituzione degli Stati Uniti, i poteri di guerra sono suddivisi. In base all’Articolo I, Sezione 8, il Congresso ha il potere di:

La Sezione 8 stabilisce inoltre che gli Stati hanno il potere di:

L’Articolo II, Sezione 2 stabilisce infine che il Presidente sarà comandante in capo dell’Esercito e della Marina degli Stati Uniti, e della milizia dei vari Stati, quando questa sia chiamata al servizio effettivo degli Stati Uniti.

Dottrina e giurisprudenza

In generale, si ritiene che il ruolo di comandante in capo conferisca al Presidente il potere di respingere attacchi contro gli Stati Uniti e lo renda responsabile della direzione delle forze armate. Il presidente ha il diritto di firmare o porre il veto agli atti del Congresso, come una dichiarazione di guerra, e il Congresso può annullare tale veto.

Pertanto, il potere di guerra è stato intenzionalmente diviso tra Congresso ed Esecutivo per evitare azioni unilaterali del presidente contrarie alla volontà del Congresso e per richiedere una maggioranza qualificata per azioni legislative contrarie alla volontà del presidente.

Tuttavia questa autorizzazione non ha un iter ufficiale preciso, operando su impulso della Presidenza ovvero per tentativi dei singoli parlamentari, non sempre coronati da successo: pertanto la sua previsione è comunemente considerata, se non inutile, quanto meno superflua o, comunque, facilmente aggirabile.

Note

  1. ↑ Modalità che, nel diritto statunitense, equivale alla legge, tant'è vero che la risoluzione è stata incorporata nel United States Code (50 USC cap. 33).
  2. ↑ War Powers Resolution (Pub.L. 93–148, 87 Stat. 555).
  3. ↑ Richard L. Madden (July 19, 1973). "House Passes Bill to Curb President's War Powers: House Passes Bill to Restrict President's Powers to Commit Troops to War". The New York Times.
  4. ↑ Daniel Bush, Trump claims other presidents flouted war powers law. It's a mixed record, BBC news, 2 maggio 2026.
  5. ↑ Quando le azioni (o omissioni) del presidente forniscono “aiuto e conforto” ai nemici o equivalgono a dichiarare guerra contro gli Stati Uniti, il Congresso ha il potere di metterlo in stato d’accusa e destituirlo per tradimento. Per azioni diverse dal tradimento, può destituire il presidente per “corruzione o altri gravi crimini e illeciti”, la cui definizione la Corte Suprema ha lasciato al Congresso: Vance, Cyrus R. (December 1984). "Striking the Balance: Congress and the President under the War Powers Resolution". University of Pennsylvania Law Review. 133 (1): 79–95.
  6. ↑ "War Powers Reporting by President Purpose/Mission and Domestic Legal Authority". War Powers Resolution Reporting Project.
  7. ↑ Rushkoff, Bennett C. (June 1984). "A Defense of the War Powers Resolution". Yale Law Journal. 93 (7): 1333–1335. Vi si confuta anche l'opinione dissenziente con cui il giudice Byron R. White, nel caso INS v. Chadha del 1983, ipotizzò che una “disposizione chiave della Risoluzione sui poteri di guerra”, ossia il 50 U.S.C. § 1544(c), costituisse un veto legislativo improprio (Chadha, 462 U.S. 919, 971.) Tale sezione 1544(c) stabilisce che “tali forze devono essere ritirate dal Presidente se il Congresso lo ordina mediante risoluzione concorrente”: il Rushkoff argomenò invece a favore della costituzionalità della risoluzione, ricordando che la Risoluzione sui poteri di guerra non delega autorità legislativa al Presidente e che la decisione nel caso Chadha si applica solo quando il Congresso cerca di revocare una delega dei propri poteri.
  8. ↑ Jimison, Robert (June 17, 2025). "War Powers Debate Revived in Congress as Trump Threatens Iran". The New York Times. ISSN 0362-4331.
  9. ↑ Schapitl, Lexie (March 5, 2026). "House rejects measure to constrain Trump's authorities in Iran". NPR.
  10. ↑ Che esistano ostacoli legali all'assoluta libertà del Presidente di autorizzare l'uso della forza a livello intestatale, è stato dichiarato dal generale John Hyten, capo del US Strategic Command (I'm going to say: 'Mr President, that's illegal): US nuclear chief would resist 'illegal' presidential strike order, BBC news, 19 novembre 2017.
  11. ↑ The National War Powers Commission Report, su millercenter.org (archiviato dall'url originale il 26 novembre 2010).
  12. ↑ V. la disputa tra Pete Hegseth e Tim Kaine in James FitzGerald and Brandon Drenon, Trump repeats that he is 'not happy' with Iran as deadline to seek approval for war looms, BBC news, 1° maggio 2026.

Bibliografia

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