Il western acido (in inglese Acid western) è un genere cinematografico, sottogenere del western.
Il western acido è uno dei generi più particolari e unici del mondo del cinema, grazie all’originalità delle tecniche di regia usate in questi film.
La critica cinematografica Pauline Kael coniò il termine “western acido” in una recensione del film El Topo di Alejandro Jodorowsky, pubblicata nel numero di novembre 1971 del New Yorker.
Il western acido si differenzia molto dal western classico per morale e regia, in questi film si affrontano temi esistenziali in una ambientazione improbabile (quella dei cowboy e dei duelli con le pistole). Questi western si differenziano anche per la complessità psicologica dei personaggi e l’originale uso della regia, poiché invece dei classici panorami su distese desertiche o ambientazioni nella Monument Valley vengono spesso preferiti luoghi bui e atmosfere opprimenti.
Nel western tradizionale il West è visto come un percorso verso la libertà e il progresso, nei western acidi, al contrario, la strada è verso la morte e la società diventa un elemento inquietante e da incubo.
Il film La sparatoria viene spesso considerato come il primo western acido.
Film come Sentieri selvaggi o Pat Garrett e Billy Kid sono esempi classici del genere, ma a partire dagli anni 70 questo genere ha subito un'evoluzione per quanto riguarda la regia, con cambiamenti radicali che hanno cambiato sostanzialmente il genere. In film come El Topo e Dead Man la trama diventa più ermetica ed è a volte priva di logica, mentre la regia diventa sperimentale e diventa protagonista del film.
Tra I western acidi più noti degli anni 2000 è da citare Blueberry del 2004.
Tra gli elementi ricorrenti del western acido si possono citare:
Filmografia essenziale del genere:
I brevi racconti western dello scrittore americano Don Mark Lemon (1877-1961), soprattutto By the Hands of His Friends (1906), mostrano già cercatori privi di tratti eroici, in preda a paura e tormenti, psiche deviata, conflitti d’identità e d’appartenenza, in uno spazio aperto scarnamente descritto che non è anticamera e scenario di libertà ma incornicia un’atmosfera allucinata prima e durante la manifestazione del perturbante o dell’orrore, con morti che via via si palesano inquietanti e grottesche.