
La Discussione sulla dichiarazione del potere delle indulgenze (in latino Disputatio pro declaratione virtutis indulgentiarum), nota anche come Le 95 tesi, fu un elenco di tesi, redatte dal frate agostiniano Martin Lutero. Dal 16 al 18 aprile 1521 Lutero fu convocato per ritrattarle alla Dieta di Worms ma, invece di abiurare, difese dinanzi all'assemblea la sua riforma del cristianesimo, che sarà successivamente denominata Riforma protestante.
Si racconta che questo elenco di tesi sia stato affisso alla porta della chiesa del castello (Schlosskirche) di Wittenberg, in vista di una pubblica assemblea in cui Lutero avrebbe difeso e provato le proprie affermazioni, come era allora costume corrente nei centri universitari. Ma, in realtà, non risultano testimonianze coeve dell'affissione. Autorevoli storici hanno sostenuto che le 95 tesi furono in realtà inviate il 31 ottobre 1517 ai vescovi interessati e che furono diffuse solo dopo la mancata risposta dei vescovi. La storia dell'affissione infatti è raccontata nel 1546 da Filippo Melantone, che peraltro il 31 ottobre 1517 non era a Wittenberg.
Comunque, questo ipotetico gesto per convenzione storica è considerato l'inizio della Riforma protestante.
Impegnato nel grandioso progetto di rifacimento della Basilica di San Pietro in Vaticano, papa Leone X si trovava in una profonda crisi finanziaria, anche perché la Santa Sede aveva già contratto un enorme debito per le guerre antifrancesi in Italia. Fu quindi bandita, attraverso le diocesi, compresa quella di Magonza, un'intensa campagna di vendita straordinaria di indulgenze.
Il principe elettore di Sassonia Federico il Saggio, nel cui territorio Lutero viveva e insegnava, e suo cugino il duca Giorgio di Sassonia, il cui territorio era confinante, si riservarono la vendita di indulgenze nelle loro terre, ma i fedeli si mettevano comunque in viaggio per acquistarle nelle terre confinanti. Si raggiunsero eccessi e si diffusero interpretazioni distorte della dottrina in materia di sacramenti: «si verificavano grossolani abusi, per cui, confondendo la pena temporale con la colpa, si prometteva che bastasse acquistare la bolla indulgenziale per ottenere il perdono di determinati peccati o che l'anima (ad esempio di parenti defunti) "volasse dal purgatorio in cielo"».
L'azione di Lutero fu in gran parte una risposta a questa vendita di indulgenze da parte di Johann Tetzel, un frate domenicano, che agiva su commissione dell'arcivescovo Alberto di Magonza nominato commissario dal papa Leone X, in quelle terre. Lutero trovava inammissibile che la remissione della pena per i peccati commessi potesse essere lucrata con il versamento di una somma di denaro, considerando che secondo la dottrina cattolica l'assoluzione penitenziale rimette la colpa ma non la pena (che per i morti è scontata nel purgatorio). Per sostenere le sue convinzioni redò le 95 tesi, invitando il principe di Sassonia e la comunità accademica a una discussione sul valore e l'efficacia delle pene e delle indulgenze. L'iniziativa di Lutero provocò ben presto una scossa religiosa, che ebbe non poche ripercussioni anche di carattere politico.
Secondo la tradizione, Lutero affisse l'elenco delle tesi sul portone della chiesa di Ognissanti del castello di Wittenberg, il 31 ottobre 1517. L'evento non è documentato da testimonianze coeve, mentre è documentato l'uso delle porte delle chiese con una funzione molto simile alle bacheche per gli annunci. La maggior parte degli storici concorda che in quella data Lutero spedì le 95 tesi all'arcivescovo di Magonza Alberto di Hohenzollern e ad altri vescovi, ad alcuni amici e ad altre università. Alcuni storici suggeriscono che l'affissione potrebbe essere avvenuta nel novembre del 1517. Resta però il fatto che Lutero stesso non racconta in nessuno dei suoi scritti l'accaduto.
Lo storico Erwin Iserloh rigettò la storicità dell'affissione delle 95 tesi sulla chiesa del castello di Wittenberg, attestata solamente da Melantone, e dopo la morte di Lutero. Tale opinione è stata condivisa nel 2016 da Giancarlo Pani nella rivista La Civiltà Cattolica, diretta da un collegio di scrittori gesuiti.

Il 3 gennaio 1521 con la bolla Decet Romanum Pontificem, Leone X scomunicava Martin Lutero con l'accusa di eresia hussita. Lutero aveva già spregiativamente bruciato in pubblico la bolla papale Exsurge Domine (15 giugno 1520) con la quale era stato minacciato di scomunica se non avesse desistito dal proprio intento (in suo pravo et damnato proposito obstinatum). Fatto del tutto eccezionale era che alla scomunica non seguisse l'intervento del braccio secolare per eseguire la condanna dell'eretico ma Carlo V, all'atto dell'elezione imperiale, aveva promesso che nessun suddito sarebbe stato condannato senza prima esser sottoposto a processo e il principe Federico il Saggio aveva ottenuto dall'imperatore la promessa che a Lutero, una volta giunto a Worms, non fosse fatto alcun male e che gli si sarebbe stato consentito di esporre le sue ragioni.
Il 17 aprile 1521, a Worms, dopo aver aspettato due ore ai piedi delle scale, Martin Lutero si trovò alla presenza dell'imperatore, che lo scrutava impassibile e silenzioso, e di tutti e sette i principi elettori. Su un tavolo erano gettati alla rinfusa le sue opere. Un consigliere disse: «Intitulentur libri» («Si leggano i titoli»). Lutero a voce bassa e parlando in latino e tedesco, li riconobbe per suoi ma aggiunse che per l'eventuale ritrattazione voleva un po' di tempo per riflettere. I membri della dieta si consigliarono e votarono. L'avvocato imperiale sostenne che Lutero non era degno di una proroga ma, per la buona disposizione dell'imperatore, gli si concedevano ventiquattr'ore. Carlo V lasciando la sala della dieta aveva detto al suo seguito: «Non sarà costui a farmi eretico».
Il giorno dopo Lutero, ancora dopo una lunga attesa, fu introdotto nella sala della dieta. L'avvocato imperiale lo apostrofò bruscamente stupendosi: «come in questioni di fede ci sia tanto da pensare e riflettere: nelle cose della fede non c'è dubbio, non ci può essere dubbio per nessuno. Rispondete dunque».
Il "pater Martinus", esprimendosi in latino, dichiarò innanzitutto di parlare anche in difesa della nazione tedesca oppressa e angariata dalla corruzione e dalla fiscalità della Chiesa. Quanto poi nei suoi libri riguardava la fede, egli non poteva certo ritrattare e neanche quelle opere che criticavano l'operato del papa egli poteva ripudiare, poiché era dovere di ogni buon cristiano rimproverare chi si allontanava dalla dottrina evangelica.
Egli era invece pronto alla ritrattazione per gli scritti rivolti contro i suoi nemici, poiché riconosceva di avere esagerato nella polemica, ma non per la dottrina. Aggiungeva che egli sapeva bene che dalla sua predicazione sarebbero potuti nascere disordini, ma anche Cristo aveva detto che non era venuto per metter pace. Concluse chiedendo la protezione dell'imperatore dai suoi nemici. Si doveva ora tradurre in tedesco quanto era stato detto in latino ma Lutero appariva prostrato dalla fatica, dal caldo e dall'emozione tanto che uno dei consiglieri presenti gli disse che, se non se la sentiva, non era necessario continuare. Lutero allora si fece forza e ripeté il suo discorso in tedesco.
L'avvocato imperiale gli contestò che quanto era scritto nei suoi libri era argomento di vecchie eresie ormai confutate e che non era possibile credere che la Chiesa fosse vissuta nell'errore sino all'arrivo di Lutero stesso. Lutero si dichiarò pronto alla ritrattazione solo se lo avessero persuaso con scritti o con parole rifacendosi al Vangelo poiché egli non poteva andare contro la sua stessa coscienza mettendo a rischio la salvezza della sua anima:
L'avvocato chiese a Lutero se, a suo parere, la Chiesa avesse sino ad allora errato. «Ebbene sì – rispose Lutero – ha sbagliato e per molti articoli; è chiaro come il sole e lo dimostrerò. Che Dio mi aiuti: sono pronto».
A questo punto Carlo V disse di averne abbastanza e lasciò la dieta. La folla presente cominciò a tumultuare e la scorta delle guardie gli si avvicinò, altrettanto fecero i suoi amici temendo volessero arrestarlo ma Lutero li rassicurò: «Non mi arrestano, mi accompagnano».
Arrivato nella sua stanza d'albergo, racconta un testimone del tempo, Lutero "alzò le braccia in alto come fanno i vincitori nel torneo" esclamando: «Ce l'ho fatta!» («Ich bin hindurch»).
Carlo V convocò per il giorno successivo in una seduta separata i sette elettori e i maggiori principi e a sua volta disse: “Voi sapete che io discendo da un lungo lignaggio di imperatori cristiani di questa nobile nazione tedesca, dai re cattolici di Spagna, dagli arciduchi d'Austria e dai duchi di Borgogna. Essi sono stati tutti fedeli sino alla morte alla Chiesa di Roma e hanno difeso la fede cattolica e l'onore di Dio. Ho deciso di seguire i loro passi. Un solo frate che va contro tutta la cristianità di un migliaio di anni deve essere nell'errore. Perciò ho deciso di rischiare le mie terre, i miei amici, il mio corpo, il mio sangue, la mia vita e la mia anima. E non soltanto io, ma anche voi di questa nobile nazione tedesca, su cui cadrebbe eterna vergogna se per negligenza vostra dovesse sopravvivervi non dico l'eresia, ma il mero sospetto di eresia”.
Il giorno dopo la Dieta venne informata delle decisioni dell'imperatore: egli si dichiarava disposto a rispettare il salvacondotto che aveva concesso a Lutero e quindi gli concedeva d'allontanarsi; nel contempo però affermava di essere deciso ad «agire contro di lui come contro un eretico notorio» e chiedeva agli ordini che tenessero fede alla promessa che gli era stata fatta, cioè che avrebbero collaborato alla cattura del monaco qualora si fosse rifiutato di ritrattare.
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