Lo scandalo dei petroli, o affare Sinclair, fu un caso di corruzione avvenuto in Italia nella primavera del 1924. Secondo alcuni giornali dell'epoca, esponenti del parlamento e del governo italiano avrebbero infatti ricevuto tangenti da parte della società petrolifera Sinclair Oil, per l'ottenimento di concessioni petrolifere sul territorio italiano.
Agli inizi degli anni venti l'80% del fabbisogno di idrocarburi italiano era garantito dalla Standard Oil, tramite la controllata Società Italo-Americana pel Petrolio (S.I.A.P.), mentre la restante quota era fornita dalla filiale italiana della Royal Dutch Shell. Il Regno Unito, che possedeva numerosi pozzi petroliferi in Medio Oriente, aveva valutato la posizione geografica dell'Italia (inserita al centro del bacino del Mediterraneo) come molto vantaggiosa per il trasporto del greggio. Il governo britannico avviò contatti con lo Stato italiano per la costruzione di una raffineria e di un centro di stoccaggio del greggio sulla penisola. Contemporaneamente gli inglesi si interessarono inoltre all'eventuale presenza di giacimenti di petrolio in Italia.
La Standard Oil, timorosa che i progressi dell'azienda petrolifera del Regno Unito nel mercato italiano potessero essere coronati da successo, avrebbe deciso di intervenire in Italia direttamente. Nel febbraio del 1923 gli americani proposero al governo italiano una convenzione per la ricerca del petrolio italiano, senza successo, e, successivamente, associandosi con la Banca Commerciale Italiana e richiedendo i permessi per esplorazioni in diversi territori, fra cui la Sicilia, dove erano ancora pendenti le richieste della Sinclair. Da parte del governo italiano vennero scelti come mediatori per l'accordo un insieme di politici, imprenditori e diplomatici (fra cui i ministri dell'economia nazionale Orso Mario Corbino e dei lavori pubblici Gabriello Carnazza) strettamente collegati tra di loro da imprese commerciali (molte delle quali attive proprio in Sicilia), conflitti di interesse e legami con diversi gruppi finanziari ed aziendali statunitensi (tra cui la casa Morgan, uno dei finanziatori della Sinclair Oil). I responsabili italiani, seppur con pareri leggermente diversi e nonostante le condizioni palesemente vantaggiose per la Sinclair, appoggiarono all'unanimità l'idea dell'accordo. La possibile presenza della Sinclair Oil sul mercato italiano destò la preoccupazione della Anglo-Iranian Oil Company (controllata dal governo del Regno Unito), anch'essa interessata allo sfruttamento di possibili giacimenti.

Il 29 aprile 1924 il governo italiano aveva concesso alla società petrolifera statunitense Sinclair Oil (al tempo sostenuta economicamente da alcuni gruppi finanziari di New York, tra cui la banca del magnate petrolifero John Davison Rockefeller, e probabilmente legata alla Standard Oil of New Jersey) l'esclusiva cinquantennale per la ricerca e lo sfruttamento di tutti i giacimenti petroliferi presenti in Emilia e in Sicilia (RDL n.677 del 4 maggio 1924). Le richieste della compagnia petrolifera per poter effettuare scavi in ulteriori territori della penisola prevedevano condizioni estremamente vantaggiose per la Sinclair stessa, come la durata novantennale delle concessioni e l'esenzione da imposte.

Nel maggio 1924, Il Nuovo Paese di Carlo Bazzi enfatizzò i sospetti che da mesi circondavano quella negoziazione: da un lato ospitò un articolo di Massimo Rocca, che rivelava che l'anno prima aveva ricevuto offerte da rappresentanti della Standard per un affare analogo a quello della Sinclair; dall'altro lato il quotidiano filo-fascista sceglieva di riprendere l’accusa, secondo cui «una qualsiasi convenzione con uno dei sindacati costituenti il trust del petrolio non possa che essere esiziale per l’economia nazionale». Il quotidiano metteva perfino in dubbio la legalità, e quindi la legittimità, della stessa convenzione, definendola un «tentativo compiuto incoscientemente di vendere il sottosuolo petrolifero d'Italia allo straniero».
Solo quando il 16 maggio Bazzi pubblicò la nota della Presidenza del consiglio di difesa pubblica della convenzione Sinclair – uno actu con la decisione di espellere Rocca dal Partito Nazionale Fascista – la polemica pubblica passò in secondo piano. Il quotidiano Il Nuovo Paese la riprenderà nel giugno 1924, nell’articolo La convenzione Sinclair deve essere discussa alla Camera: «esso dimostra che il trust continuava ad essere un argomento con cui, attingendo alle fonti inquinate degli ambienti di sottogoverno, si cercava di regolare i conti tra i “legalitari” e quelli della “seconda ondata”».
Fino a quando non sarà a sua volta compromesso dal suo coinvolgimento in un processo minore (quello della purga a Mazzolani), Bazzi era «utile a Mussolini [...] proprio grazie al diversivo affaristico, al quale si aggrega[va]no Gayda ed i fratelli Perrone con una campagna analoga del Messaggero. Tutta materia che produrrà l’irritato commento di Mauro Del Giudice».
Mussolini decise di cancellare gli accordi con la Sinclair Oil solo nel dicembre del 1924, anche a causa delle contrastanti opinioni emerse nella commissione parlamentare che doveva approvare la convenzione.
Velia Matteotti riferì «con fermezza ai primi investigatori che il marito al momento del rapimento aveva con sé solo la solita cartellina, e non un “fascio” di documenti di natura scandalistica che si sarebbe procurato su atti di corruzione o tangenti come dicevano i giornali». Tuttavia questa dichiarazione non impedì la diffusione della notizia secondo cui Giacomo Matteotti avrebbe avuto con sé una borsa, quando fu sequestrato, nella quale sarebbero state raccolte le prove della corruzione, e che se ne impossessò Amerigo Dumini. Secondo le ricostruzioni di Renzo De Felice, Marcello Staglieno, Fabio Andriola e Matteo Matteotti, i documenti del dossier Matteotti sarebbero stati custoditi da Mussolini e furono inventariati fra quelli sequestrati dai partigiani a Dongo al momento della cattura di quest'ultimo, il 27 aprile 1945. Anche Guglielmo Salotti avvalora, con maggior prudenza, questa ricostruzione. Tuttavia, tra i documenti sequestrati, quelli di Matteotti sarebbero andati perduti ed ogni sforzo di De Felice di recuperarli presso gli archivi o il Ministero dell'interno risultò vano.
Il tentativo di riproporre la pista affaristica - «a suo tempo sollevata come cortina fumogena da ambienti fascisti, anche se non solo» - verte sull'ipotesi che dietro alla concessione ci fosse stato un pagamento di tangenti; tra le prime riproposizioni vi fu quella dello stesso Amerigo Dumini (uno dei responsabili dell'omicidio Matteotti), che in un documento redatto nel 1933 faceva riferimento a un coinvolgimento diretto di Arnaldo Mussolini, fratello del Duce; il documento - a lungo cercato presso uno studio legale texano - fu alfine pubblicato sulla rivista Il Ponte.
La Corte d'assise di Roma (prima sezione speciale), 4 aprile 1947, che chiuse il caso a livello giudiziario, tuttavia, sul cosiddetto movente affaristico affermò: «fatti concreti non ne sono stati addotti […] risulta che la causale politica, consistente nell’interesse, ed anzi nella necessità, di eliminare nel Matteotti il più formidabile avversario del fascismo, è così evidente che ogni altra causale non può che apparire infondata».
Secondo ulteriori ricerche condotte da Mauro Canali alla fine degli anni 1990, Benito Mussolini avrebbe però dato l'ordine di assassinare Matteotti per impedirgli di denunciare le tangenti davanti alla Camera.
Anche Matteo Matteotti, secondogenito di Giacomo, avvalorò la pista affaristica, «salvo ricredersi nell'ultimo scorcio della sua vita, considerando con il grande giurista Giuliano Vassalli questa pista disconnessa e ingannevole».
Nel capitolo Tecniche di un colpo di Stato del romanzo giallo di Rita Monaldi e Francesco Sorti, Malaparte: morte come me, Baldini & Castoldi, 2016, un immaginario Curzio Malaparte morente narra del delitto Matteotti, ascrivendone il movente all'affare Sinclair.
Nel settimo episodio della prima stagione della serie M - Il figlio del secolo, dedicato al delitto Matteotti, è presente un riferimento al caso, presentato come uno dei moventi dell’omicidio del parlamentare.