
L'Ahnenpass, letteralmente "passaporto genealogico", era un documento ufficiale e personale utilizzato dal regime nazista per certificare che una persona poteva essere considerata "ariana" con "sangue puro".


In questo contesto, il termine "ariano" veniva utilizzato secondo l'accezione diffusa nella "scienza razziale" dell'epoca, l'ideologia nazista restrinse tuttavia la categoria ariana a specifici sottogruppi, escludendo ad esempio gli slavi. L'obiettivo primario del documento consisteva nella creazione di un'ampia schedatura della popolazione basata su criteri razziali. L'indagine genealogica non era inizialmente obbligatoria, poiché il reperimento dei certificati originali di nascita e matrimonio rappresentava un'impresa complessa. Tale documento al suo interno conteneva una lunga e minuziosa lista dei progenitori, una sorta di albero genealogico in cui si valutava la discendenza di un individuo. Molti sostenitori del nazismo avevano tuttavia iniziato a ricostruire il proprio albero genealogico già prima dell'introduzione di tali obblighi legislativi, subito dopo la presa di potere del Partito Nazista il 30 gennaio 1933.
Fu inizialmente utilizzato in Germania nazista nel 1933 dopo un censimento, per conoscere chi era di completa discendenza tedesca e chi no. In seguito fu utilizzato anche durante le opzioni in Alto Adige per vagliare chi poteva trasferirsi all'interno del Terzo Reich. Dal 1940, per emettere gli Ahnenpässe e preparare anche delle Sippentafeln, a Bolzano operò una apposita Sippenkanzlei affidata al genealogista locale Franz Sylvester Weber.
Una tappa fondamentale fu l'approvazione, il 7 aprile 1933, della "Legge per il ripristino del pubblico impiego professionale", che imponeva ai funzionari statali di comprovare la propria discendenza ariana. Poiché la norma non definiva esplicitamente il termine "ariano", l'11 aprile fu emanato un decreto attuativo che costituì il primo tentativo giuridico del regime di definire formalmente lo status di ebreo. I cittadini tedeschi che aspiravano a cariche pubbliche o a ottenere il documento erano tenuti a dimostrare la propria ascendenza. L'Ahnenpass poteva essere concesso anche a cittadini di altri Paesi ritenuti di "sangue tedesco", in coerenza con il principio secondo cui gli ariani potevano trovarsi "ovunque nel mondo". Nella Gazzetta Ufficiale del Reich (in tedesco Reichsgesetzblatt) si faceva inoltre riferimento a individui di «sangue tedesco o razzialmente affine» piuttosto che limitatamente al «sangue tedesco».
Le numerose comunità di lingua tedesche residenti all'estero, come quelle presenti in Polonia e in Boemia-Moravia, erano designate con il termine Volksdeutsche e assimilate alla categoria degli ariani.
Il consulente per la politica demografica e razziale ridefinì ulteriormente il concetto di ariano come colui che era tribalmente legato al sangue tedesco. Il relativo decreto attuativo recepiva gli orientamenti già emersi nel dibattito pre-nazista sul cosiddetto paragrafo ariano, stabilendo quanto segue:
Nel corso del tempo, l'obbligo di possedere l'Ahnenpass fu esteso ad altre categorie professionali, tra cui avvocati, insegnanti e medici, divenendo inoltre un requisito indispensabile per l'accesso all'istruzione superiore e per contrarre matrimonio. Di norma, la verifica della discendenza richiedeva di risalire fino alla terza generazione (genitori e nonni). Il costo del documento ammontava a 0,6 Reichsmark. Il possesso dell'Ahnenpass non era soggetto a registrazione centralizzata; il documento veniva esibito ogni volta che si rendeva necessaria la prova ufficiale della propria discendenza. La necessità di produrre l'Ahnenpass impresse un forte impulso alla ricerca genealogica nella Germania nazista. Per questo motivo, alcuni membri del clero oppositore prestarono soccorso alle persone perseguitate per motivi razziali fornendo falsi certificati di ascendenza utili alla sopravvivenza.