Andrea Gaggero

Andrea Gaggero (Mele, 12 aprile 1916 – Roma, 8 luglio 1988) è stato un presbitero, partigiano e pacifista italiano.

Biografia

Andrea Gaggero nacque a Mele (Genova) il 12 aprile 1916 da una famiglia operaia: il padre, Giovanni Battista, lavorava come manovale nello zuccherificio Eridania. Entrò in seminario a dodici anni e nel 1938 si trasferì a Roma per frequentare l’Università Gregoriana. Due anni dopo, nel 1940, fu ordinato sacerdote, entrando a far parte della Congregazione dei Filippini.

Rientrato a Genova, svolse la propria attività sacerdotale nella chiesa di San Carlo e presso l’Oratorio di San Filippo Neri, dove si impegnò anche nell’assistenza ai giovani e nella formazione religiosa. Già a partire dal 1936 aveva partecipato a gruppi clandestini di cattolici antifascisti, e dopo l’8 settembre 1943 prese parte alla costituzione del Comitato di Liberazione Nazionale della Liguria. La sua chiesa divenne una delle basi di riferimento per l’attività partigiana in città. Come egli stesso ricordò in seguito, fu l’unico sacerdote in Italia a far parte di un comando militare della Resistenza, partecipando alla raccolta di armi e al dislocamento dei primi gruppi partigiani sull’Appennino ligure.

Arresto e deportazione

Il 6 giugno 1944 fu arrestato e tradotto alla questura di Genova, dove rimase per circa quaranta giorni, sottoposto a interrogatori e torture senza mai rivelare informazioni. Processato dal Tribunale speciale insieme ad altri imputati, venne condannato a diciotto anni di reclusione e trasferito nel campo di transito di Bolzano, con la matricola n. 4035. Anche all’interno del campo riuscì a stabilire contatti con l’organizzazione clandestina di resistenza. Scoperto mentre tentava di introdurre denaro e corrispondenza per i prigionieri, fu nuovamente torturato e poi messo in cella di rigore per trenta giorni.

Il 14 dicembre 1944 fu deportato nel lager di Mauthausen, dove ricevette il numero di matricola 113979. Vi rimase per circa sei mesi, sopravvivendo alle dure condizioni del campo e collaborando con la rete clandestina interna diretta da Giuliano Pajetta. Fu liberato il 5 maggio 1945. Dei circa quattrocento deportati trasferiti con lui da Bolzano, solo una ventina riuscirono a sopravvivere.

Il ritorno e l’impegno civile

Rientrato a Genova, fu ricoverato per due mesi a causa delle gravi condizioni fisiche, tra cui un edema da fame. Una volta ristabilitosi, riprese la propria attività presso la Comunità di San Filippo e si dedicò all’insegnamento in una scuola media. Fu tra i promotori di Villa Perla, un orfanotrofio destinato ai figli dei caduti nella lotta partigiana, e assunse la presidenza dell’Associazione ligure degli ex deportati.

Deluso dall’atteggiamento della Chiesa e della Democrazia Cristiana, che giudicava lontano dagli ideali di rinnovamento nati dalla Resistenza, si avvicinò progressivamente al Partito Comunista Italiano, ritenendolo la forza più impegnata nella costruzione di una società più giusta e solidale. In questo periodo aderì anche ai primi Comitati per la Pace, tenendo nel proprio quartiere un discorso intitolato “Dai campi di sterminio alla bomba atomica”.

Nel novembre 1950 partecipò, a titolo personale, al secondo Congresso mondiale dei Partigiani della Pace a Varsavia, dove fu eletto membro del Consiglio mondiale del movimento. Al suo ritorno in Italia fu convocato dal Sant’Uffizio e trasferito a Roma, dove visse per oltre due anni in condizioni di isolamento e difficoltà economiche. Rifiutò di firmare un documento che lo impegnava a non occuparsi di politica e, nel 1953, fu dimesso dallo stato clericale per “grave disobbedienza”. Pubblicò in seguito una lettera aperta nella quale rivendicò il proprio diritto a battersi per la pace.

L’attività pacifista

Libero dagli obblighi ecclesiastici, si dedicò completamente al movimento pacifista. Entrò nel Comitato della Pace, fece parte della direzione della rivista Patria Indipendente e tenne numerosi comizi e conferenze in Italia e all’estero. Nel 1954 ricevette la Medaglia d’argento al valor militare e, nello stesso anno, il Premio Stalin per la pace, che devolse interamente al Comitato per la Pace. Nel 1955 partecipò all’assemblea del Consiglio Mondiale per la Pace a Helsinki e successivamente fu delegato per un anno presso la sede del Consiglio a Vienna. Nel dicembre dello stesso anno entrò nella presidenza del Movimento italiano per la pace.

Negli anni successivi continuò a coordinare il Comitato italiano per la Pace e, nel 1961 (anno in cui la sua organizzazione prese avvio), fu tra i promotori, insieme ad Aldo Capitini, della Marcia della Pace Perugia–Assisi. Nello stesso periodo contribuì alla creazione della Consulta Italiana per la Pace, alla quale aderirono numerosi gruppi e associazioni pacifiste.

Nel corso delle sue attività conobbe Isa Bartalini, figlia del pacifista Ezio Bartalini, che divenne sua compagna di vita.

Nel 1963 partecipò a Oxford alla riunione costitutiva della International Confederation for Disarmament and Peace (ICDP), venendo eletto membro dell’esecutivo. Parallelamente raccolse, in Polonia e in Germania, documentazione sui campi di concentramento per il costituendo Museo della Deportazione di Carpi.

Durante la guerra del Vietnam promosse la creazione del Comitato per la Pace nel Vietnam, del quale fu segretario fino alla firma degli accordi di pace, e organizzò la Marcia Milano–Roma per la Pace nel Vietnam (1967), conclusa con una manifestazione nella capitale.

Ultimi anni e morte

Negli anni seguenti continuò a impegnarsi in diverse iniziative di solidarietà e cooperazione internazionale. Fu segretario del Comitato per la liberazione del Portogallo, del Comitato Italia–Spagna (presieduto da Pietro Nenni) e del Comitato parlamentare per il riconoscimento della Repubblica Democratica Tedesca. Collaborò inoltre con l’Associazione Nazionale Ex Deportati nei campi nazisti (ANED), di cui diresse la sezione romana, promuovendo mostre sulla deportazione e incontri nelle scuole.

All’inizio del maggio 1988 si manifestarono i primi sintomi della malattia che lo avrebbe condotto alla morte. In quei mesi iniziò a registrare le proprie memorie, con l’intento di lasciare una testimonianza della sua esperienza, ma non riuscì a completare la dettatura: il racconto si interrompe con la deportazione da Bolzano a Mauthausen. Morì l’8 luglio 1988 nella sua casa di Cennina, nel comune di Bucine.

Il suo diario fu successivamente pubblicato postumo con il titolo Vestìo da omo (Giunti Editore), oggi conservato presso l’Archivio diaristico nazionale di Pieve Santo Stefano.

Onorificenze

Premio Stalin per la Pace - nastrino per uniforme ordinaria
Premio Stalin per la Pace
— Mosca, 1953
Medaglia d'argento al valor militare - nastrino per uniforme ordinaria
Medaglia d'argento al valor militare

Opere

Archivio

Il Fondo Andrea Gaggero è stato donato nel 1995 all'Archivio storico del Comune di Piombino per volere di Isa Bartalini, figlia di Ezio Bartalini. Comprende corrispondenza, manoscritti e fotografie

Note

  1. 1 2 Andrea Gaggero, vita dell’(ex)prete partigiano che lotta per la pace, su fattiperlastoria.it, 6 maggio 2025. URL consultato il 19 ottobre 2025.
  2. 1 2 Anonimo, Andrea Gaggero | ANPI, su www.anpi.it. URL consultato il 19 ottobre 2025.
  3. ↑ Vestìo da omo, Giunti Editore, Firenze 1991.
  4. ↑ Sondra Cerrai, I partigiani della pace in Italia : tra utopia e sogno egemonico, Libreriauniversitaria.it, 2011, p. 82, ISBN 9788862921480, OCLC 955712488.
  5. ↑ La Civiltà cattolica, La Civiltà cattolica, 1953. URL consultato il 19 ottobre 2025.
  6. 1 2 3 4 Ibio Paolucci, Don Andrea Gaggero - Il prete partigiano torturato dai nazisti (PDF), su deportati.it. URL consultato il 19 ottobre 2025.
  7. ↑ Siusa Fondo Andrea Gaggero, su SIUSA Sistema Informativo Unificato per le Soprintendenze Archivistiche. URL consultato il 7 aprile 2021.
  8. ↑ Fondo Gaggero Archivio storico Comune di Piombino, su comune.piombino.li.it. URL consultato il 7 aprile 2021.

Collegamenti esterni

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